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Posts Tagged ‘Italo Calvino’

Il castello dei destini incrociati, di Italo Calvino

15 settembre 2015 1 commento

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, 1973
 [le letture del martedì di RdB]

calvino2Non ci sono temi sui quali la fantasia di Calvino non si sia scatenata. All’inizio degli anni Settanta lo spunto furono i tarocchi. Degli sconosciuti si incontrano in un castello e in una taverna (la seconda parte del libro raccoglie appunto i racconti di “La taverna dei destini incrociati”). I personaggi iniziano a scoprire su un tavolo le carte dei tarocchi. Inizia il gioco. Una carta tira l’altra, le storie si costruiscono e si smontano, perché di continuo appaiono interpretazioni alternative. Le fonti d’ispirazione sono le fiabe italiane, “Il viaggiatore incantato” di Leskov, Boccaccio, e Ariosto, per le storie di Orlando pazzo d’amore e di Astolfo sulla luna.

Nel “Castello” i tarocchi sono quelli dell’edizione di Bonifacio Bembo di metà Quattrocento; nella “Taverna” sono quelli, più popolari, dell’edizione di metà Settecento di Nicolas Conver. Nelle intenzioni di Calvino, lo stile dei racconti del “Castello” avrebbe dovuto essere più aulico di quello della “Taverna” ma, francamente, come lettori non ci si avvede delle differenze.

Soprattutto, il gioco combinatorio delle carte annoia presto. A distanza di poche settimane dalla conclusione della lettura del libro, non ci si ricorda di un solo personaggio. Nella consueta postfazione perfino Calvino riconobbe che, dopo anni di nevrosi, aveva perso interesse “per questo tipo di esperimenti”. Il racconto migliore è “Anch’io cerco di dire la mia”. Prima di tutto perché Calvino ammette di essere stato come scrittore “un giocoliere o illusionista che dispone sul suo banco da fiera di un certo numero di figure e spostandole, connettendole e scambiandole ottiene un certo numero di effetti”. E poi perché propone una bellissima lettura dell’iconografia di San Girolamo e San Giorgio nei lavori di Durer, Antonello da Messina, Carpaccio, Raffaello, Botticelli, Paolo Uccello, Tintoretto, Altdorfer, Giorgione, Pisanello. Nel volume non ci sono foto dei quadri richiamati da Calvino, ma sembra di vederli tutti davanti ai nostri occhi e di essere, in particolare, di fronte alle pareti della Riva degli Schiavoni, a Venezia.

Ribadiamo il nostro punto di vista. Abbasso il Calvino dei giochi e degli esperimenti; viva il Calvino scrittore realista, inventore di Pin, critico letterario e delle arti.

Il cavaliere inesistente, di Italo Calvino

25 novembre 2014 2 commenti

Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959

[le letture del martedì di RdB]

calvinoMondadori ha appena pubblicato “Ottimista in America” (qui un articolo di Mario Barenghi, docente di letteratura italiana contemporanea a Milano-Bicocca), una serie di appunti che Italo Calvino raccolse in un viaggio negli Stati Uniti nel 1959-1960. Calvino passò sei mesi a New York con una borsa di studio, scappando negli Usa dopo aver finito di scrivere “Il Cavaliere inesistente”.

Dei tre romanzi della trilogia fantastica “Il cavaliere inesistente” è sempre quello che ci è piaciuto di meno.  Forse la vena creativa di Calvino, pur straordinaria, cominciò in questa storia a perdere qualche colpo. “Il visconte dimezzato” (1951) è la lotta di Mr. Hyde e Mr. Jackill. “Il barone rampante” (1957) parte dalla rivolta giovanile e inventa una vita dove la terra è dominata dall’alto, la creazione migliore della trilogia. Ne “Il cavaliere inesistente” la costruzione del testo e il giustapporsi a incastro dei personaggi appaiono talvolta fini a se stessi, solo determinati dalla combinazione logica tra le varie scene e i vari protagonisti.

Lo riconobbe lo stesso autore in una lucidissima postfazione del 1960 ai tre romanzi (i lettori del blog sanno della nostra stima sconfinata verso il Calvino critico letterario). Calvino dice di aver introdotto prima Agilulfo, il cavaliere inesistente. Agilulfo non esiste dentro la pesante armatura e si sforza di essere un razionalizzatore del disordine del mondo (e, poverino, è poco sopportato dal mondo, che lo giudica un grande rompiscatole). Poi Calvino scrive di essere stato costretto a introdurre Gurdulù, l’estremo opposto di Agilulfo, dato che segue, copia, imita qualsiasi essere umano con il quale venga a contatto. Ecco spiegato l’incastro tra Agilulfo e Gurdulù.

Va ammesso che l’inizio del romanzo, con il vecchio e stanco imperatore Carlo Magno che passa in rassegna il proprio esercito, è magistrale. E divertente è la presa in giro della ritualità delle battaglie medievali tra cristiani e saraceni, dove, insomma, non se le davano veramente fino in fondo. Poi entra in scena il giovane Rambaldo e quindi la bellissima Bradamante – un’altra versione della fascinosa Viola del “Barone rampante” – che invece insegue Agilulfo. Calvino introduce l’artificio di far raccontare la storia a Suor Teodora, religiosa dell’ordine di San Colombano.  E poi arriva Torrismondo e la ricerca dei natali, e l’altro gioco di prestigio di far entrare nel racconto i Cavalieri del Santo Graal: non ci può essere invenzione più letteraria di questa. Ancora tanto divertimento, con lo scrittore che fa dire a Suor Teodora che può far tutto, prendere un foglio e decidere di far andare i suoi eroi, che scendono dal Nord Europa, da una parte o dall’altra del Sud d’Europa e del mondo. Fino alla sorpresa finale, dove si scopre chi è Bradamante e chi è Suor Teodora.

Aveva capito tutto Franco Fortini (cfr. Domenico Scarpa sul Sole24Ore del 9 novembre). Calvino gli scrisse una lettera durante il soggiorno americano, alla vigilia del Natale 1959, e ricevette la seguente risposta: “Quando torni a mentirci? Ti abbraccia il tuo Franco Fortini”.

Tutti i contributi di RdB su Italo Calvino

Il lavoro editoriale di Italo Calvino

Una mostra su Italo Calvino: dialogo tra due amici.
[di RdB]

Scena 1. I due amici entrano nel palco buio. Due fari li illuminano dall’alto. In modo così diretto e perpendicolare che alla fine rimangono al buio.

“Calvino è stato il più grande critico letterario italiano del Novecento!”

Non esagerare. E dove li metti, solo per fare qualche nome, Giovanni Macchia, Giacomo Debenedetti e Gianfranco Contini?

“Rettifico. Calvino è sta il più grande critico letterario del Novecento che abbia lavorato con una casa editrice. Che abbia dedicato una parte importante della sua vita a far pubblicare i libri degli altri“.

Va bene, così posso concordare. Però non mi ricordo bene tutte le cose che Calvino ha fatto con l’Einaudi. Il mio amico Roberto mi ha detto che c’è quel bel libro di Luisa Mangoni, Pensare i libri, ma non l’ho letto”.

“Intanto vai a vedere una piccola grande mostra alla Biblioteca Nazionale di Roma: “I libri degli altri”. Il lavoro editoriale di Italo Calvino. Chiude il 15 febbraio. Ti emozionerai a vedere tutta quella progettualità: la direzione della serie grigia della “Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria”; la direzione del “Notiziario Einaudi”, l’impegno per la collana i “Gettoni”, diretta da Vittorini; con quest’ultimo la direzione condivisa della rivista “Il menabò”; la direzione della collana “Centopagine”.
E poi le introduzioni, le quarte di copertina, i risvolti, le note, le schede bibliografiche. E ancora le lettere a e da Elsa Morante, testimonianza di amicizia e ammirazione reciproca. Come quando Italo, nel 1956, a proposito di “L’isola d’Arturo”, le scrive “Tu credi nel genere umano, ne hai ammirazione senso della bellezza e eccezionalità umana, un modo raro, oggi, di guardare il mondo”. Ma nel 1948 Italo aveva preso in giro Elsa, scrivendole “C’è un errore Elsa a pag. 53 di “Menzogna e sortilegio”: “crediori” anziché “creditori”. Vergogna, Elsa, vergogna e sacrilegio”. Insomma, passione, attenzione critica, studio, impegno, filologia ma anche ironia.

Sulla ricchezza della vita culturale italiana negli anni Cinquanta e Sessanta Alberto Arbasino ha scritto quello che c’era da scrivere. Ah, nostalgia canaglia…

Le cosmicomiche, di Italo Calvino

Italo Calvino, Le cosmicomiche, 1965

[Le letture del martedì di RdB]

calvino Secondo un giudizio condiviso, Italo Calvino sarebbe passato dai romanzi realisti, di impegno politico-sociale, ai divertissement, alla stagione dei giochi linguistici, al disincanto, a testi fantastici. Ci sarebbe la prima fase – “Il sentiero dei nidi di ragno”, “Ultimo viene il corvo”, “La formica argentina”, “La giornata di uno scrutatore”  – e, poi, la seconda fase, inaugurata con “I nostri antenati” e soprattutto con “Le cosmicomiche”. Di questa ripartizione hanno scritto tanti e probabilmente  Marco Belpoliti meglio di tutti.

Avevo letto “Le cosmicomiche” tanti anni fa e mi ero ritrovato in questa bipartizione dell’opera del nostro. Nelle “Cosmicomiche” ci sono la maestria nella scelta delle parole, il ritmo, la fantasia, lo sperimentalismo, l’uso barocco della lista (“Era composto essenzialmente di: succhi vegetali, girini di rana, bitume, lenticchie, miele d’api, cristalli d’amido, uova di storione, muffe, pollini, sostanze gelatinose, vermi, resine, pepe, sali minerali, materiale di combustione).

Però mi ero annoiato. Dove è la vita nelle storie ambientate miliardi di anni fa? Ho una visione classica – forse stantia – della letteratura. La letteratura è il fatto che per tutta la vita non puoi dimenticare Achille ed Ettore, Ulisse, Madame Bovary, Natascia, Andrej e Pierre, Anna Karenina, Raskolnikov, il capitano Achab, i ragazzi della via Paal, il Grande Gatsby, Mr Kien, il giovane Holden e il giudice Holden, Harry Angstrom, Lolita e Humbert Humbert, Herzog, il commissario Ingravallo, lo svedese di Pastorale Americana, Lucien de Rubemprè e Vautrin, perfino Renzo, Lucia e don Abbondio e, per tornare a Calvino, il Pin del Sentiero dei nidi di ragno. È un elenco chiaramente pieno di mille buchi, ma ci siamo capiti.

Certo, il barone rampante, il cavaliere inesistente, e il visconte dimezzato non si dimenticano – ma nessuno ha la forza degli eroi sopra ricordati – anche se Calvino aveva già iniziato il suo nuovo percorso non realista (il migliore resta Il barone rampante). Ma di Qfwfq, il protagonista multiforme di “Le cosmicomiche”, non ricordavo nulla appena passati un po’ di anni.

Ho riletto le Cosmicomiche e forse mi ero sbagliato. In apparenza a Calvino interessa solo il divertimento di mischiare scienza, cosmologia e comicità. Però, in fondo, Qfwfq e i suoi amici ci parlano di noi, dei temi che hanno reso famosi i personaggi dell’elenco precedente: amori, giochi, ripicche, avventure, ironie, gelosie, scherzi, tradimenti, finzioni, paure, vergogne, gioie e tristezze. Il racconto più bello è “I dinosauri”, con la parabola dei vecchi e dei giovani, dei vecchi e dei nuovi, di ciò che passa e ciò che rimane. Lo sperimentalismo raggiunge i suoi vertici in “La spirale”, dove Calvino inserisce una parte seconda tutta scritta in corsivo, una parentesi di tre pagine, spostando la scena in avanti di cinquecento milioni di anni, e raggiungendo alcuni dei vertici della sua opera.

Però il dubbio mi resta: cosa ricorderò di Qfwfq tra alcuni anni? E voi, cosa ne ricordate?

Il barone rampante, di Italo Calvino

Italo Calvino, Il barone rampante, 1957

[le letture del martedì di RdB]

calvino2Anche se l’ambientazione è favolistica, e insieme da romanzo storico, in un Settecento pieno di aristocratici, borghesi, liberali, rivoluzionari, conservatori, preti – soprattutto temuti gesuiti – filosofi francesi, pirati turchi, massoni, giacobini, il personaggio del barone Cosimo Piovasco di Rondò, che decide a 12 anni di salire sugli alberi e di passarvi tutta la vita, ricorda all’inizio il Pin del Sentiero dei nidi di ragno.

Tutto parte da una rivolta, da una sfida, questa volta verso i genitori. All’inizio funziona. A Calvino piace la ribellione giovanile, la scelta della solitudine, la tenacia – spinta fino alla testardaggine – nel mantenere le proprie posizioni. E poi c’è la solita, maniacale descrizione della natura. Gli alberi, gli animali, il vento, la pioggia, le foglie, le radici, i frutti, le stagioni dell’agricoltura sono tra le pagine più belle, di un romanzo più fresco e scattante del Visconte dimezzato (uscito sei anni prima). Così come è bellissima la storia d’amore tra Cosimo e Viola, perché Calvino è bravo a parlare dell’uomo, della scoperta della passione, del cuore, dell’uscita dalla solitudine.
Dunque non si capisce proprio perché a un certo punto debba puntare tutto sull’erudizione. Forse la risposta è facile. La padronanza della lingua italiana e la conoscenza delle letterature di tutto il mondo sono state in Calvino così sconfinate da consentirgli di cambiare continuamente registro, stile, ambientazione. Come un giocatore di calcio bravo in tutti ruoli ma che non si capisce mai quale parte del campo prediliga. Insomma, un romanzo godibilissimo, ma un puro e coltissimo divertissement. Cosimo arriva perfino a parlare con Napoleone, in una metafora dell’incontro tra Alessandro Magno e Diogene.
Sul Sole 24 Ore del 26 maggio scorso Umberto Eco ha invece riassunto “Il barone rampante” – che lesse all’età di 25 anni – come la critica definitiva della figura dell’intellettuale organico. Prima di Calvino ci avevamo provato Vittorini con il suo Politecnico – “Gli intellettuali non devono suonare il piffero della rivoluzione” – e Bobbio con il suo “Politica e cultura”, pubblicato nel 1955, e incentrato sull’idea che l’intellettuale deve ricercare la verità, che non corrisponde alla verità ideologica del proprio gruppo. Sia Vittorini sia Bobbio, secondo Eco, fallirono. Fu invece Calvino, con la sua favola, a far trionfare il ritratto dell’intellettuale “capace di criticare coloro che combattono dalla sua parte, e capace di provare dispiacere e disincanto per gli eccessi dei propri idoli”. Cosimo rappresenterebbe l’intellettuale che vivendo sugli alberi si tiene a distanza dai propri compagni, per poterli criticare (ed Eco ricorda che chi nel 1968 criticò la sua tesi sul ruolo dell’intellettuale oggi milita nel partito di Berlusconi).

Non siamo convinti di questa lettura del grande Umberto, ma ecco trovata una scusa per rileggere la storia di Cosimo Piovasco di Rondò. Noi rimaniamo fermi sul divertissement ma magari qualche lettore del blog non concorderà.

Il visconte dimezzato, di I.Calvino

Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1951
[Le letture del martedì. Di RdB]

Diciamolo subito: uno legge “Il visconte” e dice: ma perché Calvino ha cambiato registro? Non poteva continuare a scrivere storie neo-realiste, mischiate a favole, come nei suoi esordi? Che rapporto c’è tra questo romanzo e i precedenti “Il sentiero dei nidi di ragno” e “Ultimo venne il corvo”?. Che c’entra questa storia medievale, piena di allusioni al presente? Che c’entra ispirarsi al Dott. Jeckill e Mr Hyde di Stevenson per sviluppare l’idea del visconte spaccato a metà da una cannonata, come se si fosse nelle avventure del Barone di Munchausen?

Calvino ha disseminato il suo lavoro di scrittore di tante auto-recensioni, riletture dei suoi libri, interviste, saggi critici. Questi testi sono sempre interessanti – anche quelli sul Visconte dimezzato – ma non bisogna rileggerli troppo spesso, se non si vuole essere influenzati dalla mostruosa capacità di Calvino di reinterpretare i suoi testi e quelli degli altri (secondo me Calvino è stato uno dei maggiori critici letterari del Novecento). Dunque, stiamo al testo.
Un racconto scritto bene (ma c’è qualcosa che Calvino abbia mai scritto male?), prima pieno di dolore, poi di ironia, per le sorti del visconte dimezzato: un classico della nostra letteratura (solo per l’infanzia? Suvvia, non scherziamo!). Alla fine sembra un divertimento, dove Calvino ha mischiato non solo Stevenson e Munchausen, ma anche Ariosto, Torquato Tasso, gli storici delle crociate, lo scientismo inglese, gli eretici (di Cantimori?) e tutto quello che potete immaginarvi sul Medioevo.
Alla fine, forse, la spiegazione di questo romanzo è in una fuga dalla realtà che la voce narrante – il nipote del visconte Medardo di Terralba – non riesce a raggiungere. Nell’ultima pagina il medico inglese Trelawney viene raccolto da una nave dei suoi connazionali, destinata a girare per il mondo. Il nipote, urla al medico di portarlo con lui, ma la nave è già lontana all’orizzonte. A chi è rimasto in terra non resta che chiudere annotando … “e io rimasi qui, in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui”.
In fondo i cattivi siamo noi che, rileggendo Il visconte, non siamo convinti del diritto a fuggire dal mondo della responsabilità (forse perché vorremmo tanto farlo noi?).

Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947
[le letture di Riccardo DB]

Come tutte le opere importanti, ci sono molte visuali con le quali guardare al primo libro di Calvino.
Il sentiero dei nidi di ragno è lo storia picaresca di Pin, un ragazzo che frequenta un sottobosco di balordi, che incontra nel bar del paese, e con una sorella puttana. Sfruttando la distrazione di un cliente della sorella, Pin ruba la pistola a un soldato tedesco, per dimostrare a tutti che è grande. Finisce in carcere. Dopo un’evasione rocambolesca, piccolo pezzo cinematografico, Pin si unisce a un gruppo di partigiani, che più sbandati e disordinati non si può pensare.

Un romanzo che a oltre sessanta anni dall’apparizione rimane fresco come se fosse stato scritto ieri. C’è di tutto, perché Calvino inizia già a rubare dai libri delle letterature di tutto il mondo. Pin è il ragazzo che fa lo sbruffone con tutti, sveltissimo di lingua, intento a dimostrare di essere già un uomo. Pin è il ragazzo che, come nell’inizio di “Uomini e no” di Vittorini, è mosso solo dal furore, tanto che gli passa anche per la testa di unirsi a una banda di fascisti, se questo servisse a entrare in possesso di un pistola.

Il sentiero dei nidi di ragno è soprattutto la storia della Resistenza: il romanzo è dedicato “A Kim, e a tutti gli altri” e Kim è stato identificato in un famoso comandante partigiano. Con tutte le pagine che sono state scritte sul tema, è incredibile come già nel 1947 Calvino avesse detto tutto. Cosa fu la resistenza? La voglia di fare qualcosa di giusto, di migliorare il mondo, in modo confuso e anti-eroico. Qual è la differenza tra i partigiani e la brigata nera? È la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra, da noi niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro … tutto servirà se non a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, …. Più chiaro e giusto di 10.000 pagine di Pansa.

Nel “Sentiero” Calvino tiene a bada la grande letteratura nella quale si era già immerso e esalta la sua esperienza giovanile: la montagna piemontese, i bivacchi, le fughe, le sparatorie, le ritirate, le esecuzioni, i carrugi liguri. Anche l’idea dei ragni che fanno il nido è meravigliosa. Calvino tocca probabilmente, nel suo esordio, il vertice dei suoi risultati. Ne era consapevole, se è vero che un giorno scrisse che aveva sbagliato a non scrivere di più di quei mesi passati sulle montagne.