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Onde sconosciute attraversarono il petto

12 novembre 2010 4 commenti

Luca prende ogni giorno la metropolitana per un lungo tratto, dalla stazione di Valle Aurelia a quella di Piazza Re di Roma e viceversa. Porta con sé un libro da leggere, e lo legge. In questi giorni per esempio sta leggendo 2666 di Roberto Bolaño. E’ arrivato al terzo libro, La parte dei delitti.
Alla fermata Manzoni (chissà perché sempre questa) da qualche giorno sale un ragazzino Rom, con una vecchia fisarmonica, troppo grossa per il suo corpo gracile di bambino di sette o otto anni. Buongiorno e buona fortuna e parte con la solita lagna, suonata per di più malissimo, non solo senza nessun talento, ma senza alcuna intenzione o sforzo di mascherare l’assoluta incapacità. Sempre la solita musica: non Cielito lindo e neanche My Way, l’altra, quella che viene suonata più spesso, Luca non ne conosce il nome. Possibile che sappiano suonare, si fa per dire, solo queste tre? si domanda.
Guarda il ragazzino: è stanco e abulico. Suona e con una mano tiene il bicchiere di carta sgualcito di McDonald’s dove dovrebbe raccogliere gli spicci che i passeggeri impietositi gli dovrebbero dare. Ma il bicchiere è quasi vuoto. Non c’è nel suo sguardo un’afflizione tragica. Non c’è niente.
Luca vorrebbe leggere in santa pace. La musica lo disturba, lo distrae. Sospira indispettito, non vede l’ora che il ragazzino se ne vada il più lontano possibile, in un altro vagone. Ma quello indugia lì per un tempo infinito. Vittorio, Termini, Repubblica. E’ ancora lì. Luca ha una sua teoria. Mai dargli un centesimo. Né a lui né a quelli più bravi di lui. E’ l’unico modo per toglierseli di torno. Far capire loro che questa non è un'attività redditizia, neppure un po’.

La lagna non finisce mai. Luca chiude platealmente il libro, lo riapre, sospira. Ma non hai dei genitori? Non ti ci mandano a scuola? Lo so che a voi non vi ci mandano, ma dovrebbero farlo. E’ per questo che non ti do un centesimo, perché così i tuoi genitori lo capiscono che non è così che funziona, non tocca a te portare a casa i soldi impietosendo gli stanchi viaggiatori della Metropolitana.
Lo pensa, Luca, ma non lo dice, non apre bocca. A dire il vero cerca proprio di non guardarlo, per non accendere chissà quale speranza.
Sai cosa? ti do un euro se mi prometti che quando torni al campo dove vivete chiedi ai tuoi genitori di essere mandato a scuola. Guarda, ti do dieci euro se la smetti di suonare! E se per una settimana non ti fai più vedere! Pensa anche questo, Luca, ma continua a star zitto. Il bambino nel frattempo si è allontanato. Dalla fisarmonica arrivano le ultime note straziate di quella musica zigana, quel valzer etnico insopportabile, ispiratore di sensi di colpa e invidia per quella cultura così ricca e vivace, e piena di retorica sentimentale.

Questa mattina invece alla fermata Manzoni è salito un uomo giovane, trenta-trentacinque anni. Con la sua fisarmonica. Bravo. Cielito lindo, sì, ma con qualche variazione, qualche ardita dissonanza e senza l'aiuto dell'insopportabile base preregistrata tenuta ad un volume altissimo. Vicina a lui, quasi attaccata ad una gamba come un rampicante ostinato, la figlia di non più di cinque anni, la bocca già senza i dentini, i capelli lunghi e spettinati, sporchi.
Bravo o no, Luca comincia a smaniare come al solito. Sto leggendo 2666 vorrebbe dire, ma anche stavolta dalla bocca non gli esce una parola. Non lo capisce che in questo modo mi fa perdere la voce? No, non la mia voce. La voce del narratore. Lei non può capire. Solo leggendo 2666 potrebbe capire. Se lei suona una musica familiare, questa mi entra nelle orecchie e di lì striscia nel cervello, e lo inquina, come se si versasse una caffettiera sulla tovaglia pulita. Ti piacerebbe, eh? se si versasse il caffè. Sulla tovaglia pulita. La voce di Bolaño è musica, è ritmo scandito dai nomi delle strade e da quelli delle donne ammazzate nella misteriosa mattanza della città di Santa Teresa. Ma che parlo a fare?

La bambina intanto gli si è avvicinata mettendogli davanti il bicchiere. Lui non la degna neppure di uno sguardo. Per non dare neppure a lei alcuna falsa illusione. Lei non se ne cura e prosegue, con un bel sorriso sulle labbra.
Poco dopo anche il padre gli passa davanti. Ha finito Cielito lindo, e ha attaccato.. My Way? Quell’altra di cui non ricorda il nome? No. Una musica che Luca non conosce. Che differenza fa? Gli dà fastidio lo stesso.
Si piazzano nel vagone accanto. In questo modo la musica arriva solo lievemente attenuata. La bambina, felice, mostra al padre una moneta da due euro. Due euro! Stiamo freschi. Sarà stato un turista. Il padre le dice di rimetterla nel bicchiere. Lei ubbidisce, ma non per questo è meno eccitata.
Intanto di fronte a lui si è seduta una giovane donna, sui quaranta, forse qualcosa meno, che lo ha distratto dalla lettura e dalla musica. Cosa gli piace di lei? (perché gli è piaciuta immediatamente). Le labbra sottili. Possibile che le donne che si gonfiano le labbra come spugne ignorano quanto possano essere sensuali le labbra sottili appena ravvivate da un filo di rossetto? Indossa un curioso soprabito, un trench corto, molto sopra il ginocchio. Ha delle calze spesse e colorate che la proteggono dal primo freddo d’autunno. Ai piedi porta un paio di stivaletti bassi, neri, molto brutti, pensa Luca. Appena seduta, ha buttato indietro la testa appoggiandosi alla parete, e ha chiuso gli occhi. Un lieve sorriso affiora da un ricordo recente, o da un’aspettativa? E’ un bel regalo che fa a chi la guarda, pensa Luca. La fa ancora più bella, le addolcisce i lineamenti duri, regolari.
Luca ritorna al suo libro (“Fra avere paura di tutto e avere paura della mia paura scelgo la seconda, non dimentichi che sono un poliziotto e se avessi paura di tutto non potrei lavorare … La faccia del suonatore di fisarmonica era sconvolta. Onde sconosciute attraversarono il petto dell'agente della giudiziaria. Questo mondo è strano e affascinante, pensò … ”).

Luca si volta verso il suo uomo con la fisarmonica. Ha improvvisamente smesso di suonare. Davanti a lui, alti, imponenti, a gambe divaricate due carabinieri glielo hanno intimato. L’uomo li sta guardando dal basso mentre con movimenti cauti e rispettosi copre lo strumento con un panno. Tace. Uno dei due carabinieri ha un blocco in mano. Non gli sta (ancora?) chiedendo i documenti. Almeno, non sembra. E comunque l’uomo non sta mettendo le mani in tasca. Non sta facendo niente. Il Carabiniere annuisce, grave. L’uomo non arretra di un passo, ma dallo sguardo Luca capisce che non è proprio un bel momento.
Ci si fa l’abitudine, oppure ogni volta è la stessa paura? Intanto con lo sguardo cerca di individuare la figlia, con il suo bicchiere pieno di monete. Troppi passeggeri gli ostacolano la visuale. Si sarà nascosta? Se gli diranno di seguirli si separeranno? Hanno un piano preparato nel caso succeda quello che sta per succedere? Sa come comportarsi? deve nascondere le monete? Fingere di non conoscerlo? Se si divideranno dove e quando si potranno rincontrare? E’ in grado di tornare a casa, al campo, da sola?
Luca chiude il libro e lo ripone nello zainetto. Ma senza perdere mai di vista l'uomo della fisarmonica.

Attorno a lui, e ai due carabinieri (e forse alla bambina, che Luca continua a non vedere, ma essendo molto bassa potrebbe benissimo essere proprio lì dietro le gambe del padre) si è fatto il vuoto. E silenzio.
Alla fermata successiva (Spagna) i due carabinieri scendono. L’uomo no. L’uomo, con la sua fisarmonica, rimane sul vagone. E la figlia, ora finalmente la vede di nuovo, è proprio lì accanto a lui.
Il padre le chiede di accostarsi alla porta del vagone, che si è appena richiusa e di controllare dove sono andati i due carabinieri. La bambina schiaccia il naso sul vetro freddo e vi lascia un alone con il suo fiato. Rivolta al padre scuote la testa, fa cenno di no. Il padre toglie il panno alla fisarmonica, lo ripiega, infilandolo in una tasca del giaccone e riprende a suonare.
Ma non è più come prima. Non sorride e la musica ne risente. Ora è fredda, ora troppo veloce, c’è l’ansia di finirla, di scappare, e la musica sembra che lo preceda da qualche parte, non si sa dove.

Ancora altre vite possibili

3 settembre 2010 2 commenti

Certo è difficile per tutti. Per me è quasi impossibile.
La felicità.  Come potrò mai essere felice se, a prescindere da tutto quello che di bello può capitarmi – e mi è in effetti capitato – nella vita, non potrò mai andare ad abitare in un piccolo centro nel Midwest e, in questi giorni di fine estate minacciati dai tornado improvvisi, indossare una cerata gialla fornita dall’ufficio della Contea per il quale lavoro, salire a bordo del pickup con i lampeggianti e la sirena, e andare ad avvisare le famiglie che vivono nelle campagna del pericolo imminente, e insieme alla collega  (incredibilmente somigliante a Frances McDormand, continuamente in cerca di convincermi sugli indiscutibili vantaggi che ne avrei sposandola, rassicurandomi sul buon carattere dei suoi tre figli), monitorare l’evolversi della situazione e poi tornare e riferire allo sceriffo sul far della sera?
E come potrei essere felice, se anche riuscissi per un miracolo a trasferirmi nel Midwest, non potendo poi certamente realizzare l’altro sogno, quello di vivere in una piccola città in un cantone svizzero e fare il giornalista sportivo per l’unico giornale progressista elvetico, seguire il Basilea o il Grasshopper nelle vicine trasferte,  conoscere tutti i giocatori e andare a bere birra con i colleghi in un bar con dei tavoli in legno grezzo nel giardino davanti? E quand’anche mi  riuscisse di trascorrere una parte della vita nel Midwest e una parte in un Cantone svizzero, come potrei essere felice immaginandomi, senza speranza che ciò si realizzi, ad insegnare letteratura italiana in una università inglese medio grande, indossare giacche in tweed e sorseggiare thè seduto dietro la mia scrivania nel Campus, debolmente illuminata da una lampada che ingiallisce le pile di libri e tesi di laurea che la ingombrano?
Non so cosa ne pensiate, ma io onestamente trovo impensabile riuscire, nella stessa vita, ad essere un agente della Contea in un piccolo centro del Midwest, un giornalista sportivo svizzero e un professore universitario inglese, anche perché sarebbe del tutto inutile dal momento che rimarrebbe irrealizzato il sogno di potermi trasferire a Stoccolma per guidare i vaporetti turistici nella bella stagione, scambiare un saluto complice e brusco al collega nel passaggio delle chiuse nelle fredde acque del lago Malaren e poi mangiare aringhe e bere birra, nella precoce sera baltica.

(altre vite possibili qui e qui)

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Le vacanze di Jürgen

Come tutti gli anni in cui, dopo la separazione dalla moglie, spetta a lui tenere i figli per le vacanze estive, Jürgen è venuto in Sicilia. E’ la quarta volta.
Jürgen ha una concessionaria della Fiat ad Hannover e conosce bene l’Italia perché ci è spesso venuto per motivi di lavoro. E’ stato molte volte a Torino e Milano, ma anche a Genova e Roma. Il Sud lo conosce da turista.
Ha cinquant’anni, la faccia rotonda e i capelli diritti, anche appena uscito dal mare.
Ai suoi due figli, un maschio, Joachim, e una femmina, Angela, piace molto viaggiare con il padre ed hanno imparato come lui ad amare la Sicilia, dove tornano sempre volentieri, anche se non conoscono una sola parola di italiano e non hanno mai fatto amicizia con nessuno.
Joachim ha diciassette anni, Angela diciannove. Se volessero, potrebbero andarsene in vacanza dove vogliono, con i loro amici. Ma a loro la compagnia del padre piace (vivono con la madre).

Jürgen ha in mano il tubetto della crema solare. Se ne sparge un po’ sul petto glabro e sull’addome rotondo, teso e arrossato. Poi sulle braccia e infine sulle cosce.
Poi chiede al figlio di mettergliene un po’ sulla schiena.
Joachim lo accontenta prontamente spalmando la crema solare con precisione e accuratezza, passando e ripassando più volte per farla assorbire in modo uniforme e completo.
Quando a fargli la stessa richiesta è la sorella, che è già sdraiata, supina, sull’asciugamano steso sulla sabbia, i suoi gesti sono molto più sbrigativi, e tradiscono un lieve imbarazzo.
Vanno a fare un bagno.
Il padre e la figlia parlottano sottovoce mentre si avviano dove l’acqua è più alta. Joachim è andato ad affittare una canoa, e li sta raggiungendo pagaiando veloce, alla secca, dove i due si sono fermati, una ventina di metri lontano dal bagnasciuga. Passa vicino, li sfiora e li schizza con un remo. Poi li supera. Loro sfuggono all’assalto saltellando all’indietro nell’acqua fredda. Joachim gira la canoa su se stessa e torna a bagnarli di nuovo, poi gli gira intorno, come fosse a cavallo, o su una motocicletta. Ridono tutti e tre. Poi Angela monta sulla canoa, alle spalle del fratello, salutano il padre che rimane in piedi a guardarli soddisfatto mentre si allontanano. Poi si getta quasi a corpo morto nell’acqua, ma con una certa eleganza, con le mani giunte sopra la testa come se il suo fosse un vero tuffo. Il sole è perfettamente allo zenit. Tutto intorno a lui c’è uno sbrilluccichio radioso.

Jürgen e i suoi due figli dormono nella stessa grande stanza in un albergo quattro stelle, con piscina e zona fitness. L’architettura è sobria, rigorosa, la riproduzione edulcorata ma fredda, levigata, di un baglio contadino. Ogni cosa è al proprio posto (vasi di chicas, gelsomini, fontane, sedie a sdraio, l’acqua della piscina) come se in terra ci fossero dei segni da rispettare rigorosamente, come al cinema o alla televisione.
Questo ordine a Jürgen piace molto. Anche la gentilezza algida delle ragazze della reception. Il silenzio rispettoso degli altri clienti. Un clima piuttosto innaturale per la sguaiata Sicilia. Ma lui non ci fa caso, e trova questo molto “evoluto” (cioè molto tedesco).
In stanza, la sera prima di andare a cena, Angela chiama la madre, con il cellulare del padre. Le parla sommessamente, sorridendo al fratello al quale allunga l’apparecchio. Joachim parla invece a monosillabi. Arrossisce. Jürgen li osserva dal fondo della stanza, dove un divanetto rivolto verso la porta-finestra consente una vista del mare al tramonto. Non arriva a percepire quello che si stanno dicendo.
Lei non chiede mai ai figli di passarglielo e questo a lui dispiace. Per questo non si avvicina. Vorrebbe fare loro un cenno per dirle di salutarla da parte sua, ma poi non lo fa.
In quei momenti, davanti alla bellezza del porto al tramonto, con il sole che scivola in silenzio dietro i pescherecci e le barche a vela ancorate nella baia, si chiede se la moglie abbia già instaurato con il suo nuovo compagno quella complicità condensata in un sorriso muto, che gli lanciava da lontano, più un semplice aprire la bocca in un gesto involontario per difendersi come quando si è accecati dal sole negli occhi. Lo fissava così, per qualche secondo ed era tutto. Lui annuiva confermando la profonda reciproca conoscenza che non aveva bisogno di nessuna promessa.

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Evoluzione culturale

21 luglio 2010 4 commenti

“Rimetta in funzione quell’affare”.
La signora, quarantacinquenne, traslucida di sudore, con indosso una canottiera di lino color aragosta si rivolge all’Addetto alla Circolazione dei Passeggeri della Stazione Termini della metropolitana di Roma, Linea A.
Da qualche giorno importanti lavori di ristrutturazione stanno rivoluzionando i percorsi (anche mentali) della stazione e dei passeggeri che quotidianamente, o occasionalmente, sono costretti ad attraversarla. In pratica i lavori obbligano tutti i passeggeri in transito a confluire nello stesso percorso, in qualsiasi direzione essi debbano andare.
In più è stato progressivamente eliminato ogni strumento ad azione meccanica per trasferirsi da un livello ad un altro (le scale mobili, per intendersi). L’ultima scala mobile a fermarsi con un singulto è stata quella su cui stava per (o sulla quale avrebbe voluto) montare la signora sudata.

L’addetto alla Circolazione dei Passeggeri, la liquida sbrigativo: “Signora, non lo vede, è rotta.”
“Rimetta in funzione quell’affare”. La signora si asciuga il sudore da una guancia con la parte interna dell’avambraccio, in un gesto che può anche essere interpretato come una fugace analisi olfattiva dell’ascella*.
“E’ rotta, faccia la cortesia.”
“Io non mi muovo da qua fino a che non la rimettete in funzione.”
“Signora, ho paura che…”
“Ecco, fa bene.”
“A fare.”
“Ad avere paura.”
La signora indossa uno sguardo non può che essere interpretato come un nemmeno tanto velato avvertimento sul fatto a) che la sua innocente borsetta appesa alla spalla destra contiene una calibro 20 e b) che i suoi polpastrelli non vedono l’ora di usarla.
L’uomo la guarda, raccoglie le idee in cerca di una contromossa. In realtà gli sono sufficienti pochi secondi per liquidare la minaccia per quello che è. E non perché sia in grado di fare ricorso alla consapevolezza in virtù della quale possa almeno intuire di poter beneficiare di secoli di progresso culturale per cui ad un cittadino non è più consentito, come nel Far West, di girare impunemente armato. Non ha questa consapevolezza perché l’uomo, come tutti, non andava molto bene a scuola, e in particolare, come tutti, era debole nei “collegamenti”, quella cosa incomprensibile che era la fissazione di tutti i suoi insegnanti, che la utilizzavano per capire se l’alunno imparava tenendo tutto "appiccicato", o aveva veramente capito. Per cui adesso non è in grado di ricorrere ad un’analisi sovrastrutturale e diacronica, ma si deve accontentare dell’intuito. Del resto a salvarlo non è la consapevolezza di essere un ingranaggio di secoli di evoluzione culturale, ma l’evoluzione culturale in sé e per sé, a prescindere dal fatto che chi ne beneficia ne sia consapevole oppure no.
Peraltro, se l’Uomo, o anche la Donna, avessero voluto percorrere un altro importante pezzetto di evoluzione culturale avrebbero anche potuto afferrare il concetto che il disagio di oggi significa un maggior comfort domani, e che quindi forse vale la pena soffrire qualche settimana per poter disporre per un lungo periodo di scale mobili moderne e funzionanti, di un’illuminazione efficace e aria respirabile in ogni mese dell’anno.
Senza contare che l’attuale disagio si accompagna anche, per dirne un’altra, ad una drastica diminuizione (direi all’azzeramento) degli appostamenti da parte degli avidi controllori, dal momento che se oltre ai disagi questi dovessero mettersi lì a elevare contravvenzioni penso che, a prescindere dal grado di evoluzione culturale cui si ritenga di essere consapevolmente o meno approdati, i viaggiatori** finirebbero molto presto con l’azzannarne i polpacci.

* cosa che in effetti è
** me compreso

Io e il tennis (2)

2 luglio 2010 3 commenti

Ogni colpo ha la sua storia.
Il diritto.

connorsCi sono diversi modi di colpire la palla di diritto. Io la colpisco preferibilmente piatta, come faceva Jimmy Connors. E’ più difficile, per un dilettante, non per Jimmy Connors, tirare forte e piatto perché il rischio di tirarla lunga aumenta. Perché il colpo sia efficace bisogna  tenere la palla molto bassa, farla passare pochi centimetri sopra la rete, e così aumenta anche il rischio di mandarcela contro.
Ora ho imparato anche a colpirla più alta e con più “spin”. Invecchiando si impara (ho preso qualche lezione con un maestro di una gentilezza, una cordialità e una generosità unica: all’Emilia de Vialar lo stile non è un accessorio).
Mi ha fatto capire che commettevo un errore decisivo: colpivo la palla troppo bassa, in discesa. Bisogna invece colpirla quantomeno nel punto più alto dell’arco che compie dopo aver rimbalzato sul terreno, se non prima. Prenderla, come facevo io per un errore di gioventù mai corretto, nella sua fase discendente toglie velocità e forza al colpo. Mi ha fatto avanzare di venti centimetri (mi mettevo troppo dietro la riga di fondo campo) e il mio gioco è sensibilmente migliorato.

Giocando mi rendo conto che ogni colpo si porta dietro la memoria di tutti gli altri colpi effettuati.
Questa, per inciso, è una delle ragioni per cui amo il tennis: giocare non è solo un’esperienza agonistica o di puro divertimento: è anche, tutte le volte, un viaggio sentimentale nel passato, a partire dall’adolescenza, che attraversa la mia vita depurandola di ogni sofferenza. Rimette in gioco le aspirazioni e le illusioni, i sogni e i fallimenti senza provocare dolore, però. E questo accade in ogni singolo colpo.

Il gesto del braccio, le gambe piegate in un certo modo, la forza, l’angolazione da imporre al colpo: il cervello elabora in una frazione di secondo una mole impressionante di informazioni accumulate negli anni, in modo da evitare di commettere gli stessi errori, oppure, per un meccanismo difficile da spiegare, proprio per ripeterli.

Quando gioco una sequenza di dritti particolarmente ben riusciti, mi accorgo che automaticamente il pensiero sta andando a una domenica mattina del 1979. Quell’anno i miei genitori mi avevano comprato un pacchetto di dieci lezioni con un giovane quasi-maestro (un “palleggiatore”). Questo ragazzo aveva però il difetto di dimenticarsi di presentarsi alla lezione. I miei la sera erano costretti a telefonare a sua madre per lamentarsene. Una cosa imbarazzante. Sta di fatto che queste dieci lezioni non le finii mai.

Quella mattina mi sentivo in gran forma. Colpivo la palla con forza e precisione, rapidità e profondità. Il mio coach era sorpreso e quasi non credeva ai suoi occhi. Io pure. Non ero mai stato così bravo. Ribattevo colpo su colpo. Con efficacia e sicurezza. Mi sentivo improvvisamente capace di giocare come i miei amici più bravi. Avevo finalmente smesso con gli atteggiamenti indolenti e raffinati di Panatta, la testa inclinata verso la spalla destra, il corpo abbandonato all’indietro, le volée in tuffo. Ero entrato finalmente nella mia maturità tennistica.
Ora si trattava solo di dare continuità, di fare il salto di qualità, di insistere.
Tutte cose che non feci.
Quella fu l’ultima volta che giocai così bene. Ero padrone di me, ero soddisfatto, sapevo che chi mi stava osservando con lo sguardo allenato del frequentatore del circolo, indovinava il mio percorso di duri allenamenti e tornei di terza categoria.
Niente di tutto questo.
Quella mattina raggiunsi il punto più alto della mia confidenza con il tennis, e non feci più progressi. Tra l’altro quella fu l’ultima lezione per quell’anno.
Era come se io fossi la pallina colpita nel punto più alto della sua parabola, con il tempo giusto, non era possibile fare meglio. E non lo feci.
Avevo diciotto anni. Era troppo tardi.

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A Fuerteventura….

E' uscito sul sito più horrorifico della rete un mio racconto, Fuerteventura.
Fateci un giro, ma se pensate a una vacanza rilassante, siete… fuori strada.

"Da alcuni anni posseggo una casa in multiproprietà a Fuerteventura, nelle Isole Canarie, precisamente a El Habito, un complesso residenziale a sud-ovest di Majanicho, nella parte nord dell’isola, di fronte all’oceano. E’ mia per quindici giorni l’anno, non sempre gli stessi, se voglio posso scegliere quali, sempre in alta stagione, che comincia a metà aprile e finisce a metà ottobre. Ogni anno, in gennaio, posso o prenotare le mie due settimane, o fare a cambio con il proprietario di un’altra casa in multiproprietà in qualunque altra parte del mondo.

Majanicho è un piccolo agglomerato di casette basse di pescatori, bianche, non belle, né caratteristiche, disposte senza nessun criterio, come se qualcuno le avesse appoggiate lì per un po’, al buio, e poi se ne fosse dimenticato.
Per arrivare a El Habito bisogna prendere la strada che da Majanicho, attraversando il deserto vulcanico, porterebbe a Lajares, ma dopo neppure un chilometro bisogna girare a destra, giungere ad una rotatoria perfettamente inscritta in un cratere, prendere a sinistra e continuare per un altro paio di chilometri, più o meno. Dopo qualche altra svolta obbligata e rotatorie che condurrebbero, se prese nel verso sbagliato, ad altre rotatorie nel mezzo del nulla, si è arrivati."

Continua su WebSite Horror.….

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Conto alla rovescia: meno… pochissimo!

22 aprile 2010 4 commenti

Open access

"… Dire Luigi Savio è dire “open access”. Dire “open access” è dire: “il nemico”.
Ho già detto che la missione della Eleven Books è quella di fare profitti. La missione del movimento dell’open access è di rendere liberamente accessibili a chiunque in internet i risultati delle ricerche scientifiche e quindi, a prescindere da cosa possa dire o pensare Luigi Savio, di fare in modo che la Eleven Books faccia un po’ meno profitti. Chiunque abbia come missione quella di far fare meno profitti alla Eleven Books è suo nemico. Questo anche per mettervi sull’avviso. Qualora vi fosse venuto in mente.
Essere nemico dell’Eleven Books fino a stamattina l’ho considerata una circostanza senza particolari conseguenze sul piano pratico. Luigi Savio ne è un esempio. Conosciuto in tutta la comunità scientifica internazionale, al di là delle sue capacità di ricercatore – io stesso non so con precisione quali siano – l’essere nemico della Eleven Books gli ha portato solo notorietà e stima incondizionata.
Ho cambiato idea…"