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Archive for the ‘Politica’ Category

I giornalisti, D’Alema e Balzac

“Pubblicista, questo nome in passato attribuito a grande scrittori come […], oggi indica gli scribacchini che fanno politica. Da teorizzatore sublime, da profeta, da pastore delle idee che era un tempo, il Pubblicista è ormai un uomo che si occupa dei fuscelli galleggianti dell’Attualità. Se un brufolo appare sulla superficie del corpo politico, lo fa sanguinare e ne tira fuori un libro che spesso è una mistificazione. Il pubblicismo era un grande specchio concentrico: i pubblicisti di oggi l’hanno fatto a pezzi e ognuno ne ha un pezzo che fa luccicare davanti agli occhi della gente.” (Honoré de Balzac, I giornalisti, 1843)

 

A parlar male dei giornalisti oggi si passa facilmente per grillino o dalemiano. Tant’è. Personalmente trovo che la categoria professional-sociale ancora più insopportabile dei politici, di qualsiasi politico, D’Alema e Di Maio inclusi, sia proprio quella dei Giornalisti Politici Che La Sanno Lunga.
Bazzicano il Transatlantico, bavosi a dispetto della loro eleganza business casual, hanno sempre una vista più acuta degli altri, sanno tutto, non possono dimostrare niente, ma non importa, è così e basta. Sempre Balzac: “Per il giornalista tutto ciò che è probabile è vero“.
Sono virali, non credere a loro significa essere dei beoti creduloni che si accontentano della versione ufficiale. Il loro punto di vista è dogma. E’ sciocco opporvisi: sono i capibanda dell’opinione pubblica dominante. Spesso scrivono su giornali che la stessa identica opinione pubblica dominante reputa carta igienica, anche piuttosto rasposa (e che soprattutto non compra nemmeno sotto tortura, tipo L’Espresso). Ma quando vanno in televisione, magari a Gazebo, diventano opinion leader incontrastati, lungimiranti, simpatici: diamo loro tutto il credito possibile. Sono quelli che nella classificazione balzacchiana sono identificati come “l’Autore con le Certezze”, a sua volta diviso  in tre sottocategorie: il Profeta, l’Incredulo (“il Profeta vede gli angeli, ma l’Incredulo li fa vedere al pubblico”) e il Settario (“è un uomo rimasto molto giovane, egli ha fede ed entusiasmi. Predica sui boulevards, nei ridotti dei teatri” e, aggiungeremmo noi, in televisione). Molte volte il giornalista politico di oggi le incarne tutte e tre.
Prodi cadde per colpa di Bertinotti. A Prodi succedette D’Alema, ergo è opinione largamente diffusa e non contrastabile né emendabile che Prodi fu fatto cadere da D’Alema. Può anche essere, intendiamoci. Provarlo? Ora non esageriamo, è così e basta.

Ma quando D’Alema, sinceramente indignato, (“sinceramente” associato a D’Alema mi rendo conto che è un ossimoro non da poco) dà dello “stupido” a Damilano (poi scusandosene), che con il sorrisetto ineffabile di chi la sa molto lunga, lo attacca su una materia per giunta facile facile come quella, su cui già sa di avere l’appoggio del 98% della popolazione, io sto con D’Alema.
Di fronte alla reazione di D’Alema, la posizione di Damilano mi è improvvisamente sembrata pateticamente kitsch. Banale, ovvia, populista, scontata. Insomma, il contrario di quello che normalmente la realtà è: sfuggente, viscida, letterale, altra, complicata non secondo logiche interpretative corrive, ma perché mette in gioco tutta una serie di elementi sconosciuti, scartati: il giornalista (non solo quello politico, ma soprattutto lui) scarta, elide, scruta cosa? la superficie, trova la soluzione secondo parametri convenzionali funzionanti, schemi consolidati. Cerca il consenso, ma non si mette in gioco, non rischia nulla e ha sempre l’ultima parola. Se smentito replica scrivendo “la smentita non smentisce”, sono muri di gomma sardonici, ir-responsabili (“Colpiamo prima. Spiegheremo poi”, sempre Balzac). Mangiano i piatti succulenti dei loro “nemici” godendo delle portate lussuose come degli scarti, s’intrufolano fra amici e nemici nella stessa tavolata.
Nulla di nuovo, dunque: La stampa “come la donna è ammirevole e sublime quando dice una bugia, non vi molla finché non vi ha obbligato a credere, e dispiega le migliori qualità in questa lotta in cui il pubblico, stupido come un marito, soccombe sempre”.  (Balzac, per finire)

Il complotto contro l’America, di Philip Roth

Philip Roth, Il complotto contro l’America, 2004

[dalla nostra redazione culturale]

Nel 1964 Richard Hofstadter, già due volte premio Pulitzer per la storia, pubblicò la raccolta di saggi “The Paranoid Style in American Politics” (Lo stile paranoico nella politica americana). Secondo Hofstadter i politici americani, sin dalla nascita del paese, sono spesso riusciti a convincere l’opinione pubblica dell’esistenza di complotti, di trame, di nemici, accomunati dalla volontà di distruggere la nazione. Hofstadter scriveva avendo presenti fenomeni come il maccartismo e la sua crociata contro i comunisti, o i movimenti anti-massonici, o le tendenze anti-cattoliche, diffuse dai tempi della rivoluzione americana.

Hofstadter è stato riscoperto per inquadrare il fenomeno Trump. Anche lui vede i nemici dell’America, alternativamente, nei burocrati di Washington, nei socialisti, nella stampa, o in qualche potenza straniera. Lo stile paranoico mira a denigrare l’avversario; punta sull’ elettore inclinato, per esempio dopo crisi tipo il collasso finanziario del 2008-2009, ad accusare dei suoi mali la globalizzazione, le banche, le grandi imprese, le lobbies ebraiche, e chi più ne ha più ne metta. Tutto è stato reso più facile da una distribuzione del reddito e della ricchezza divenute più diseguali negli Stati Uniti rispetto a trenta anni fa. Sono fenomeni di tutto il mondo. In Italia si può fare riferimento a chi si preoccupa delle strisce bianche prodotte dagli aerei in volo o della pericolosità dei vaccini. Il personaggio di Maurizio Crozza, “Napalm51”, coglie bene il fenomeno.

Philip Roth parte in questo romanzo dall’antisemitismo diffuso negli anni Trenta, e anche successivamente, negli Stati Uniti. L’ipotesi è che Charles Lindbergh, asso dell’aviazione e fervente isolazionista, partecipi alle presidenziali del 1940, contro la volontà del partito repubblicano, come Trump 75 anni dopo. Alle elezioni Lindbergh sconfigge Franklin Delano Roosevelt.

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Lontano un miglio. Pannella e “noi”

Per coerenza non mi sono unito al cordoglio per la morte di Marco Pannella.

pannellaAnni settanta. Al Liceo classico Tacito la maggior parte degli studenti era, o si diceva, “di sinistra”. Estrema, meno estrema: democrazia proletaria, Lotta Continua, FGCI. C’erano anche parecchi studenti di destra (molti meno, ma c’erano, erano coesi e duri, specie fino al ’77 – poi, come tutto il resto, si sono ammosciati); c’erano i cattolici (capitanati dall’attuale senatore dem Giorgio Tonini). E c’era un radicale. Un unico ragazzo radicale. Non ricordo neppure come si chiamasse. Era preso in giro da tutti, ma alla fine era tollerato solo in ragione del suo essere, appunto, uno. Il motivo per il quale veniva deriso era chiaro: in quanto radicale non mostrava alcun interesse per la lotta di classe, per le battaglie operaie, per i palestinesi e gli oppressi in genere, che ovviamente erano tutti in cima ai nostri pensieri. All’epoca era già “di destra” essere della FGCI (era “di destra” Berlinguer…: almeno a dirlo erano quelli che oggi si ritengono custodi della sua memoria politica), figuriamoci essere radicale. I radicali erano borghesi neppure tanto illuminati; vestivano bene, parlavano bene, ma al dunque non erano interessati alla rivoluzione, flirtavano con Craxi, avevano obiettivi e fissazioni che non ci riguardavano. Sì, il divorzio, l’aborto… ma quelle erano state battaglie “anche nostre” (ed è vero). I radicali noi non li sopportavamo perché ci sarebbe piaciuto che fossero di sinistra, ma non lo erano. Per niente.

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Categorie:discorsi, italia, Politica

Analisi del voto

Questa foto è uno dei motivi per i quali il PD ha preso il 40%.
Guardateli. Personalmente ne riconosco 7 su (circa) 25. Saranno impreparati, già troppo preparati, incapaci, mediamente intelligenti, troppo furbi, poco furbi. Non lo so. Ma questa è la “nomenklatura” del PD di Renzi. Sono “altri”.

Ci abbiamo messo un po’ ma finalmente siamo entrati nel XXI secolo. Come sarà non si può ancore dire (il processo è ancora lungo: sarà completo solo con la sparizione definitiva di B.: coraggio, manca poco).

La Champions League, Mourinho e l’Euro. Una buona ragione per esserci (e votare)

[riceviamo e volentieri pubblichiamo, come si diceva una volta]

Lo scorso mese di aprile, dopo aver superato gli ottavi di finale della Champions League – battendo il Paris Saintmourinho3 Germain – Josè Mourinho, allenatore del Chelsea, ha spiegato perché un paese deve rimanere nell’area dell’euro: “L’anno scorso il Chelsea giocava contro il Rubin Kazan. Quest’anno gioca la Champions League”; (per i non addetti ai lavori: il Rubin Kazan è una squadra russa che nel 2013 ha partecipato alla Europa League, come il Chelsea, una competizione molto meno importante della Champions League).

In questa battuta ci sono tutte le motivazioni che spiegano perché l’Italia deve rimanere nell’area dell’euro. Fuori dall’area staremmo con la Russia, con l’Ucraina, con l’Albania, con la Serbia, con il Montenegro, solo per fare qualche esempio. Questi sono alcuni dei paesi che non sono membri dell’Unione europea. Le regole sono chiare. Un paese che lascia l’area dell’euro è fuori anche dall’Unione europea. Quindi l’Italia si confronterebbe con i paesi ricordati.

L’Italia non è la Norvegia, paese di 5 milioni di abitanti (come la Sicilia), né come la Svizzera, che di abitanti ne ha 8 milioni (la Lombardia da sola ne ha quasi 10). Norvegia e Svizzera sono due piccoli paesi, da sempre neutrali. L’Italia ha 60 milioni di abitanti ed è uno dei paesi fondatori dell’Europa. E poi l’Italia non ha né il petrolio della Norvegia né la finanza della Svizzera. Anche se non è politicamente corretto (e me ne scuso), occorre ribadire che fuori dall’Unione europea noi dovremmo metterci al tavolo delle trattative con russi, ucraini, serbi, albanesi etc.

Né potremmo fare un’alleanza con il Regno Unito. Prima di tutto perché il Regno Unito è membro dell’Unione europea. Ma soprattutto perché il Regno Unito ha molte cose che noi non abbiamo: una politica privilegiata di vicinanza con gli Stati Uniti; una lingua che ne garantisce un vantaggio competitivo che l’italiano non assicura; una stabilità politica per noi sconosciuta; un peso delle banche e della finanza che noi ci sogniamo (nel bene e nel male). Il Regno Unito non ha bisogno dell’Italia.

Mourinho l’ha detto. Bisogna stare nella Champions League. Nessun tifoso italiano preferirebbe giocare la Europa League piuttosto che la Champions. Provate a chiederlo a un tifoso romanista, la cui squadra è appena tornata in Champions League dopo molti anni di esclusione.

Certo, quando giochi a Barcellona o a Monaco di Baviera puoi prenderle, puoi essere sconfitto (come è accaduto a Mourinho nella semifinale con l’Atletico di Madrid). Ma stando a contatto con i più bravi puoi migliorare, puoi provare a vincere, puoi provare a cambiare il corso delle cose nelle partite che contano, puoi dire la tua. L’alternativa è il Rubin Kazan. Ricordàtelo il 25 maggio.

Vice

Quando il medium (o la medium) è nudo (/a)

Paola Bacchiddu

I fatti. La Lista Tsipras  lamenta di avere poca, pochissima copertura sui media. La responsabile della comunicazione, Paola Bacchiddu, allora che fa? Posta sul proprio profilo Facebook una foto che la ritrae in bikini, ripresa da dietro. Inequivocabile. La didascalia parla altrettanto chiaro: “È iniziata la campagna elettorale e io uso qualunque mezzo.” Un post “ironico”, ha tenuto poi a specificare. Anche “utile?” Anche “opportuno”? Anche “etico”?

In un altro post la Bacchiddu scrive: “Basta contenuti, attaccatevi al telefono“. Del resto è la responsabile della Comunicazione, non del Programma. E ancora (altro post): “Siete convinti che i contenuti contino qualcosa, ma non contano un cazzo. È solo tutta pubblicità” (che è una citazione, non so dirvi  di chi, perché Bacchiddu non ce lo fa sapere).

Sul rapporto fra culo e sinistra (Sinistra, con la maiuscola), rimando a questo bel pezzo di Cinzia Arruzza. Il punto di vista mediatico-sociologico è ottimamente circostanziato in un post di Maurizio Pascali.

Non so se la scelta sia stata “opportuna” o “eticamente” giusta. Di sicuro mi sembra inutile.

A me semplicemente sembra che Bacchiddu faccia male il suo mestiere, primo perché inseguire la regola del ‘anche male purché se ne parli’  in politica è un’assoluta idiozia di stampo prettamente berlusconiano. E i commenti, seppur hanno certamente contribuito a reinserire il nome Tsipras nel circuito mediatico, lo hanno fatto per ragioni che nulla hanno a che vedere con la politica.
Secondo, mi sembra che l’oggetto del “se ne parli” sia stato Bacchiddu stessa, e non la Lista Tsipras. Difatti tutti i link riportati nei vari organi informativi della rete è sulla pagina personale di Bacchiddu che, logicamente, rimandano, e non sulla bacheca della Lista, che continua a rimanere un oggetto sconosciuto ai più.

E la differenza non è da poco perché il carattere “personale” del profilo di Bacchiddu mi sembra inequivocabile oltre che legittimo (a partire dalla fotografia: un’immagine che definirei perfettamente coerente con quella del bikini, non tanto per il contenuto, ma per la, come dire? sensibilità autoreferenziale della signora, che mostra piacersi un sacco e si compiace dei commenti dei suoi amici, tipo: “Bacchiddu con tutto il bene grande che ti voglio evita pero’ di pubblicare ste foto che poi fai impazzire tutti i miei amici e le mogli si arrabbiano!!!!” Niente di male, anzi, visto che siamo sulla pagina Facebook personale).

Terzo. Personalmente, se non ne avessi avuta notizia oggi, 7 maggio, attraverso un post apparso sulla bacheca di Facebook io, che pure mi ritengo persona informata e assidua – ahimè – frequentatrice della rete, di questa vicenda, avvenuta qualche giorno fa, non ne sarei venuto minimamente a conoscenza. Mia mancanza, naturalmente. Ma forse non solo l’espediente mediatico era stupido, ma, almeno per quanto mi riguarda, poteri dire che non è servito a niente.

Ora che ho colmato la lacuna posso serenamente confermare che non avendo intenzione di votare la Lista Tsipras prima, il fondoschiena  della signora non mi ha fatto cambiare idea. In compenso, come molti, ho appreso dell’esistenza di Paola Bacchiddu. Per una che si occupa di marketing e pubblicità decisamente un buon risultato.

Che c’è da ridere? (fenomenologia del potere: Nichi Vendola)

15 novembre 2013 1 commento

Al netto delle ragioni dell’interessato e del legittimo dubbio (perché solo ora, dopo tre anni?), la risata di Nichi Vendola, pur non penalmente rilevante è inequivocabilmente un segno. Una traccia, un indizio, di più: una prova. Che il potere, chiunque lo impersoni, è il Potere. E’ un insieme dove tutto si tiene, dove le differenze si assottigliano e la cooptazione reciproca è inevitabile.

I fatti: Nichi Vendola chiama al telefono l’ingegner Archinà, allora capo delle relazioni istituzionali dell’Ilva di Taranto. Lo fa sia per rassicurare il braccio destro di Riva sul suo impegno personale volto a far sì che l’Ilva non chiuda; sia, soprattutto, per commentare un video che amici gli hanno fatto vedere su YouTube, in cui l’Achinà, oggi agli arresti domiciliari, difende il suo capo dalle domande scomode di un giornalista locale in relazione alle morti di cancro nella loro città. L’intervento di Archinà è rude, plateale. E Vendola ride. Dice di avr riso per un quarto d’ora, con il suo capo di gabinetto, e ancora ride. Una risata compulsiva, impetuosa, di cuore.

Qualcuno, Davide De Luca su Il Post ha cercato di giustificare il comportamento di Vendola, fra l’altro criticando il modo con il quale Il Fatto Quotidiano, che per primo ha pubblicato sul proprio sito l’intercettazione, ha montato l’audio e il video: tagliando, cucendo, lasciando scorrere immagini inquietanti di ciminiere accompagnate da una musica drammatica e drammatizzante. Dice De Luca: esiste una copia più pulita, senza interpolazioni, che spiega meglio il contesto e quindi consente di giudicare diversamente.

Certo, la versione con montaggio ruffiano, a effetto, musica drammatica e repertorio iconico allarmistico/allarmante induce a dare un giudizio severo e scandalizzato su Nichi Vendola. Si dà il caso però che questa versione io l’abbia vista dopo la versione integrale (che è quasi uguale: stessa musica e stesse immagini, ma senza rimontaggio dell’audio). Su Facebook il link condiviso da molti utenti punta infatti su quella “pulita” (sempre ospitata sul sito del Fatto, fra l’altro). E il mio giudizio è stato identico: severo e scandalizzato. Non è la musica, né le immagini, né l’accostamento di queste alle parole vacue e divertite del governatore a scandalizzare.

Infatti la mia domanda, da subito, è stata: ma che c’è da ridere? Un giornalista (impacciato? buffo? provincialotto? non abbastanza à la page come quelli che vanno alla tivvù? chi se ne frega: un giornalista) fa una domanda a Riva, un uomo potente e cinico. Una domanda scomoda, irritante. Come le fanno i giornalisti della televisione. A questo punto si intravede il responsabile delle relazioni istituzionali, uomo di una certa età, dall’espressione granitica, furente ma dignitosamente controllato, rubare con destrezza il microfono al giornalista, piazzandoglisi poi davanti, facendo scudo con il proprio corpo al suo boss, minacciato dall’ometto che osa fargli domande indiscrete.

Fa ridere? Guardatelo. Fa ridere solo se esiste, a monte, una solidarietà, una vicinanza culturale fra chi ride (in modo sguaiato, ripetuto, irrefrenabile) e i potenti che cercano di prendersi gioco del giornalista. Una mezza tacca, fa capire Vendola al telefono, uno che si improvvisa paladino della salute, senza averne titolo, uno con la “faccia da provocatore, “senza arte né parte”. Chi sta con chi è molto chiaro. Il potere sta con il potere.