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Posts Tagged ‘Paul Auster’

Sunset park, di Paul Auster

30 dicembre 2014 1 commento

Paul Auster, Sunset Park, 2010

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

L’avevo già ammesso: a me Paul Auster piace, trovo che alcuni suoi libri siano davvero molto belli, che abbia una brillante immaginazione, una scioltezza linguistica non comune e una capacità di combinare livelli narrativi diversi in una medesima trama. Doti importanti anche se non sufficienti per fare un grande scrittore, si dirà, e concordo. “Ebbene com’è questo Sunset Park?”, mi chiede allora Lina. Senza dubbio le doti appena citate vi si ritrovano tutte. È un libro che si lascia leggere con scorrevolezza e attenzione, coinvolgendo pagina dopo pagina nelle vicende dei personaggi e sollecitando sapientemente la curiosità del lettore. In più, l’idea alla base del plot regge: affrontare la crisi che a partire dal 2008 ha devastato ampie fette della società statunitense per irradiarsi poi su scala mondiale all’interno dei paesi industrializzati.

Troviamo infatti il giovane protagonista Miles Heller che – abbandonate famiglia, università e città – si guadagna da vivere svuotando gli appartamenti sequestrati a quanti non sono più in grado di onorarne il mutuo, ottenuto a condizioni assai agevolate senza che le banche badassero troppo alla loro capacità solvente, come le cronache dell’epoca ci hanno puntualmente resocontato. Svuota gli appartamenti, ma prima fotografa gli oggetti abbandonati, collezionando scatto dopo scatto pezzi per una galleria della disperazione contemporanea. La crisi generale riflette la crisi personale di Miles, allontanatosi dalla famiglia paterna senza lasciare tracce, sopraffatto dal senso di colpa per la morte del fratellastro – figlio della seconda moglie del padre. Sette anni di lontananza senza mai dare un cenno di esistenza in vita, sette anni di crescita e maturazione della consapevolezza di sé. Le vicende del romanzo – che qui ovviamente non narriamo – lo portano a condividere con un ragazzo e due ragazze l’occupazione di una decrepita villa abbandonata da decenni nel cuore di Sunset Park, quartiere del distretto di Brooklyn, New York. L’occupazione abusiva durerà per parecchi mesi, fino al prevedibile epilogo finale.

Nel romanzo c’è però molto più di questo. Alla storia di Miles – che ricorda Holden Caulfield dell’ineguagliabile J. D. Salinger – Auster intreccia come forse solo lui sa fare altre storie e altre situazioni: quella del padre di Miles, fondatore di una piccola ma assai nota casa editrice che ha al suo attivo la pubblicazione di importanti scrittori statunitensi, e che deve fare ora i conti con le conseguenze della crisi sulle imprese commerciali, lacerato dalla prospettiva di disfarsi di buona parte del personale che in decenni ha contribuito a far diventare la casa editrice un patrimonio nel panorama nazionale; un padre che, oltre che a salvare la sua azienda, si trova a dover salvare anche il suo secondo matrimonio. Finirà per diventare il protagonista del romanzo: su di lui Auster sceglie infatti di concentrare la parte finale. E poi c’è la madre di Miles, una nota attrice del passato, lontana dalle scene da decenni, che prova a ritornare in auge accettando il ruolo di protagonista principale in una pièce teatrale. Riuscirà a risolvere la sua crisi, come ci riusciranno tutti i personaggi di questo romanzo fondamentalmente ottimista: i giovani occupanti la casa di Sunset Park e gli adulti impegnati a far fronte alle loro piccole grandi difficoltà esistenziali.

Ruolo fondamentale nell’impianto ottimistico del romanzo è svolto dall’ampia descrizione, più volte ripresa nel corso della narrazione, di un film del 1946, I migliori anni della nostra vita di William Wyler, film centrato su un’altra grande crisi attraversata dall’umanità: la Seconda guerra mondiale, crisi – di nuovo – sociale e individuale. Chiaro il parallelo tra i reduci del grande cataclisma, così duramente provati nel fisico e nel morale, e i personaggi del romanzo. E chiaro il messaggio che Auster ci vuole consegnare: tutto si risistema, a patto di lavorarci, tutto si supera, a patto di non perdere fiducia nell’avvenire – esattamente come ci dice il premio Oscar Wyler.

È un bel romanzo? Tolte le qualità narrative sopra riconosciute a Auster – che senz’altro rendono il libro un’ottima lettura –, difficile sopprimere l’impressione che si tratti di una costruzione letteraria con molta tecnica e poca capacità di aprire squarci negli aspetti più riposti della realtà umana, quegli aspetti che rivelano qualcosa di come siamo fatti noi indipendentemente dalle contingenze di un certo contesto storico e che fanno di uno scrittore un artista. Difficile sopprimere l’impressione che ormai Auster scriva solo per vendere. Difficile sopprimere l’impressione che la buona letteratura sia altrove.

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Invisibile, di Paul Auster

Paul Auster, Invisibile, 2011 (ed. orig. 2009)

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

Di Paul Auster si è già parlato in questo blog, e pour cause, giacché si tratta di una delle migliori penne in circolazione oggidì. Concordo con quanto Ezio ha sostenuto il 18 aprile scorso: Auster possiede una peculiare e raffinata capacità di raccontare che lo eguaglia a pochi suoi colleghi, tanto riesce a rappresentare vividamente al lettore scene, dialoghi e situazioni come se chi legge fosse lì presente.

La dico tutta: Auster è uno dei miei scrittori preferiti sin da quando – anni fa – un amico del lontano passato mi regalò una copia della Trilogia di New York. Vero, nella Trilogia si possono apprezzare altre doti di Auster, e non tanto quella che Ezio chiama “raccontabilità”. Ma quest’ultima è indubbiamente presente in molti dei romanzi successivi: non potrò mai scordare l’inizio di Leviatano, dove l’autore imbastisce un dialogo tra due persone che s’incontrano per la prima volta in un bar; tale è l’interesse e la curiosità reciproca dei due personaggi che la conversazione va avanti per pagine e pagine in modo del tutto naturale. E al lettore sembra di starli ad ascoltare davvero, nascosto nella penombra del tavolo accanto.

Di dialoghi del genere Invisibile ne è pieno, e aiutano non poco a creare un effetto calamita nei confronti di chi legge. È un libro che la Lina non conosce, e questa volta sono io che le parlo di una mia lettura riflettendomi nello specchio mentre lei manovra la forbice come pennello d’artista sulla mia chioma. Le racconto la trama quando ancora non ho finito di leggere il romanzo, le comunico gli incredibili risvolti partoriti dall’immaginifica mente dello scrittore statunitense e quel minimo di suspense che egli è riuscito a infondervi. Soprattutto, esprimo il mio incondizionato entusiasmo per quanto fin lì letto, per la maestria di Auster nel far diventare la prima parte del libro il libro che è al centro delle vicende della seconda parte, per poi sfociare nella terza parte con lo stesso effetto caleidoscopico, raccontando di volta in volta le vicende in prima, seconda e poi terza persona. A quel punto – quarta e ultima parte appena iniziata – inevitabile l’attesa di un colpo di scena finale che, con la chiusura del cerchio, coroni lo sforzo creativo profuso. Mi sarei però dovuto amaramente ricredere pochi giorni dopo – e la delusione è stata quasi pari all’aspettativa suscitata.

E avrei dovuto immaginarlo, perché esattamente lo stesso è successo a RdB a proposito di un altro romanzo di Auster, La notte dell’oracolo, come ci racconta nella sua recensione del 13 marzo 2012. Un’aspettativa magistralmente suscitata che poi si sgonfia come un pneumatico bucato. E questo dà da riflettere.

Crisi di idee? Stanchezza della fantasia? Voglia di concludere un romanzo come che sia? Più semplicemente, la mia ipotesi è che la fagocitante industria del libro impone alle proprie galline dalle uova d’oro dei ritmi inconciliabili con una serena, genuina ispirazione artistica.

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Raccont-abilità (a proposito di Paul Auster)

18 aprile 2014 1 commento

Non so se “tellability” sia la parola che sto cercando (in inglese) per descrivere la maggiore qualità di Paul Auster. La raccont-abilità: l’arte di far scorrere le pagine in base alla densità, alla piacevolezza, alla semplicità e alla robustezza del racconto. Tellability significa più la capacità di rendere “racconto” quello che era solo un “discorso”. Non attiene alla qualità, quanto ad una capacità tecnica, ad una sensibilità che precede il risultato finale: “è la rottura di uno sviluppo canonico che tende a trasformare un semplice incidente in un evento raccontabile ” (cito dalla pagina raggiungibile dal link qui sopra, a cura dell’Interdisciplinary Center for Narratology dell’Università di Amburgo).

Certo Paul Auster è maestro nel trasformare un “semplice incidente in un evento raccontabile”. Ma questo approccio è riduttivo. Quello che a me sorprende ogni volta (quasi) è come questa metamorfosi avviene. Gli si può imputare probabilmente una buona dose di furbizia tecnica, di mancanza di complessità/profondità dei personaggi e delle vicende. Ma la capacità di tenere il lettore incollato alla pagina, senza fare capriole, né salti mortali sintattici o linguistici o stilistici, ma solo con un racconto, piano, lieve è fuori discussione.

In “Notizie dall’interno“, memoir del 2013, scritto in seconda persona, come fosse un colloquio intimo con il se stesso bambino e poi ragazzo/scrittore in formazione, Auster spende più di 50 pagine (quasi metà della prima parte, quella dedicata agli anni dell’infanzia) semplicemente per raccontare due film, non esattamente memorabili, ma fondamentali per la sua crescita, “Radiazioni BX/distruzione uomo” e “Io sono un evaso“.

Il racconto di questi film, visti attraverso gli occhi impauriti, o attratti come un magnete dalle immagini e dalle storie di un bambino, diventa un’opera di ri-creazione delle storie che non solo permettono al lettore di entrare, quasi fisicamente, nelle vicende raccontate; ma di capire tutta la fascinazione del cinema in particolare, e del raccontare storie in generale. Una lezione di scrittura creativa affidata unicamente alla forza evocativa del racconto, affettuosamente filtrata dalle sensazioni vive della memoria, senza una parola di troppo. Impossibile interrompere la lettura.

E così, rubando la trama da storie altrui Auster rende un evento comune (guardare un film) un evento raccontabile, promuovendo la trama del film a racconto al quadrato, e fa di un libro quello che deve essere: un oggetto animato che ti parla. E tu stai lì ad ascoltarlo senza interromperlo, sperando che non finisca. Fa del lettore quello che da sempre il lettore deve essere: un bambino che ascolta le favole.

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La notte dell’oracolo, di Paul Auster

13 marzo 2012 2 commenti

Paul Auster, La notte dell’oracolo, 2004

[le recensioni del martedì di RdB]

Sidney Orr, giovane scrittore che vive a New York, esce da una lunga malattia, per la quale lo avevano già dato per spacciato. Entra in uno strano negozio, gestito da uno strano cinese, Mr Chang, e compra un taccuino blu, fabbricato in Portogallo. Da allora gli accade di tutto. Inizia una storia, un romanzo, ma non riesce ad andare avanti; il tutto si interrompe proprio sul più bello. Orr scrive un trattamento cinematografico, ma gli viene rifiutato da Hollywood. Soprattutto, entra in crisi il suo matrimonio con la bella Grace e il rapporto d’amicizia con l’amico scrittore Jonh Trause.

Un giallo, con un buon inizio, ma con un finale imbarazzante. Le prime pagine partono bene, con una bella trama del romanzo interrotto, con una situazione angosciante nella quale si ritrova il protagonista, forse la cosa più riuscita del romanzo. Buona l’idea di dipanare tanti fili, cosicché il lettore non sa quale sia il più importante, se bisogna concentrarsi sul cinese, su Orr, su Grace, su Trause o sul romanzo nel romanzo. Il problema è che i fili vanno in tutte le direzioni e non si riannodano mai. Tutto finisce in una storia familiare, con una tragedia dalla quale ci si salva per un pelo. E anche gli strani rapporti di Grace con il mondo si erano capiti dall’inizio.

Una costruzione tutta intellettuale, assolutamente “political correct” e da quasi subito noiosa.