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Invisibile, di Paul Auster

Paul Auster, Invisibile, 2011 (ed. orig. 2009)

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

Di Paul Auster si è già parlato in questo blog, e pour cause, giacché si tratta di una delle migliori penne in circolazione oggidì. Concordo con quanto Ezio ha sostenuto il 18 aprile scorso: Auster possiede una peculiare e raffinata capacità di raccontare che lo eguaglia a pochi suoi colleghi, tanto riesce a rappresentare vividamente al lettore scene, dialoghi e situazioni come se chi legge fosse lì presente.

La dico tutta: Auster è uno dei miei scrittori preferiti sin da quando – anni fa – un amico del lontano passato mi regalò una copia della Trilogia di New York. Vero, nella Trilogia si possono apprezzare altre doti di Auster, e non tanto quella che Ezio chiama “raccontabilità”. Ma quest’ultima è indubbiamente presente in molti dei romanzi successivi: non potrò mai scordare l’inizio di Leviatano, dove l’autore imbastisce un dialogo tra due persone che s’incontrano per la prima volta in un bar; tale è l’interesse e la curiosità reciproca dei due personaggi che la conversazione va avanti per pagine e pagine in modo del tutto naturale. E al lettore sembra di starli ad ascoltare davvero, nascosto nella penombra del tavolo accanto.

Di dialoghi del genere Invisibile ne è pieno, e aiutano non poco a creare un effetto calamita nei confronti di chi legge. È un libro che la Lina non conosce, e questa volta sono io che le parlo di una mia lettura riflettendomi nello specchio mentre lei manovra la forbice come pennello d’artista sulla mia chioma. Le racconto la trama quando ancora non ho finito di leggere il romanzo, le comunico gli incredibili risvolti partoriti dall’immaginifica mente dello scrittore statunitense e quel minimo di suspense che egli è riuscito a infondervi. Soprattutto, esprimo il mio incondizionato entusiasmo per quanto fin lì letto, per la maestria di Auster nel far diventare la prima parte del libro il libro che è al centro delle vicende della seconda parte, per poi sfociare nella terza parte con lo stesso effetto caleidoscopico, raccontando di volta in volta le vicende in prima, seconda e poi terza persona. A quel punto – quarta e ultima parte appena iniziata – inevitabile l’attesa di un colpo di scena finale che, con la chiusura del cerchio, coroni lo sforzo creativo profuso. Mi sarei però dovuto amaramente ricredere pochi giorni dopo – e la delusione è stata quasi pari all’aspettativa suscitata.

E avrei dovuto immaginarlo, perché esattamente lo stesso è successo a RdB a proposito di un altro romanzo di Auster, La notte dell’oracolo, come ci racconta nella sua recensione del 13 marzo 2012. Un’aspettativa magistralmente suscitata che poi si sgonfia come un pneumatico bucato. E questo dà da riflettere.

Crisi di idee? Stanchezza della fantasia? Voglia di concludere un romanzo come che sia? Più semplicemente, la mia ipotesi è che la fagocitante industria del libro impone alle proprie galline dalle uova d’oro dei ritmi inconciliabili con una serena, genuina ispirazione artistica.

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