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Posts Tagged ‘yehoshua’

Citazioni

Citazioni come se piovesse, sul blog cugino.

Dagli amati Richard Ford e Abraham Yehoshua, sullo scrivere, sull’amore, sulla vita

“Secondo me la domanda principale è “come” qualcosa succederà, e non “che cosa” succederà. Riuscire a trattenere l’attenzione di chi legge sul come e non sul cosa è un problema che deve affrontare qualunque scrittore. E’ nei libri gialli che per lo più ci si chiede soprattutto che cosa succederà, ma dopo che si è finito il libro non ci si pensa più, mentre in altri tipi di romanzo si sa già che cosa avverrà e la domanda essenziale verte sul come. E’ lo stesso nella vita reale; nessuno si preoccupa di che cosa faremo a mezzogiorno, perché sappiamo già che andremo a pranzo. Quello che vogliamo sapere del nostro futuro è come sarà. L’equilibrio fra il che cosa e il come è l’arte dello scrittore.”

Abraham B. Yehoshua, Il lettore allo specchio, p. 41-42
[lo trovate qui, nella categoria “Scrivere“]

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Il responsabile delle risorse umane

In occasione dell'uscita del film tratto dal romanzo di Abraham Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane (che non ho ancora visto), ho ritrovato dai miei archivi questa recensione al libro, uscita sul blog della manifestazione PordenoneLegge, blog che oggi non esiste più, nel maggio del 2005

ProserpinaOggi parliamo del bel libro di Abraham Yehoshua Il responsabile delle risorse umane.
Il romanzo è scritto (mi riferisco ovviamente alla traduzione italiana) in uno stile asciutto, con un nitore perfettamente rappresentato (non so quanto volutamente) dalla foto scelta dallo staff dell’Einaudi, per la copertina: la statua di Bernini Il ratto di Proserpina.

In breve il romanzo racconta di un giovane e brillante dirigente di un panificio che si trova a dover gestire lo scandalo, montato da un settimanale di Gerusalemme, del mancato riconoscimento del cadavere di una ex impiegata dello stabilimento, morta in uno dei ricorrenti attentati suicidi che insanguina il paese e nella cui borsa è stato rinvenuto un cedolino dell’ultimo stipendio percepito dall’azienda presso cui lavorava.
Chi è questa donna? E chi è il responsabile delle risorse umane?
In tutto il romanzo il livello simbolico rincorre o si fa rincorrere da quello referenziale. I fatti, raccontati con tanto cristallino distacco (e la scelta del tempo coniugato al presente contribuisce a dare questa sensazione di asciuttezza, di non coinvolgimento di un io narrante quasi assente e volutamente inadeguato a emettere il minimo giudizio sulla vicenda) sono enunciati con nettezza e senza alcun slancio retorico. Non vi sono commenti, né suggerimenti, né strizzate d’occhio. Siamo di fronte ad un romanzo essenziale.

Ci sono solo le parole. Semplici, chiare come marmo.
Eppure il livello simbolico ammicca, qua e là, senza essere mai troppo sottolineato.
Di fronte al dolore impronunciabile, alla devastazione della morte violenta, il responsabile delle risorse umane non dispone (più) di strumenti interpretativi adeguati, non sa (più) cosa fare e come fronteggiarli. Si sente in colpa, ma al tempo stesso sa di non avere sbagliato nulla. Il suo comportamento è stato ineccepibile, eppure i suoi atti dimostrano il contrario: è chiaro che tutto quello che farà è di estinguere un senso di colpa. E la colpa è: non averla capita, non averla amata. Non aver amata una donna sconosciuta.
La ragione per cui non si ama sembra essere proprio questa: non saper riconoscere l’amabilità dell’altro. E per questo “è stato mandato a espiare il suo peccato al seguito della sua bara, in mezzo al vento e alla bufera, in un viaggio funebre in una terra lontana dove […] si inginocchierà alla sua tomba e chiederà perdono.” (p. 192).

Il responsabile delle risorse umane infatti viene spedito dal vecchio proprietario della fabbrica nel paese d’origine della donna, a riconsegnare il cadavere ai parenti. Il viaggio sarà un grottesco alternarsi di complicazioni e di guai che farà vivere al giovane dirigente un’esperienza dolorosa e rigeneratrice, e  dalla natura singolarmente, ma non casualmente circolare.

Chi è questa donna? Un’immigrata russa. Una donna dal bel sorriso enigmatico, che lui però non ha capito, quando l’ha interrogata in vista dell’assunzione nell’azienda: lui questa donna non la ricorda affatto.
Si ha l’impressione che questa donna sia passata come un’apparizione misteriosa che ha fatto innamorare un anziano responsabile del turno di notte (“… aveva provato una stretta al cuore, una dolce sensazione di dolore dimenticato davanti al sorriso strano e affabile che continuava a brillare, senza motivo, nei suoi occhi straordinari, dalla linea obliqua, esotica…” p. 55).
Anche quando andrà all’obitorio per il riconoscimento, l’addetto lo rassicura dicendo che quello che vedrà non sarà per nulla raccapricciante, perché anche dopo una settimana, stranamente, la donna ha ancora l’aspetto di un “angelo addormentato” (p. 80). Il colore della pelle dei cadaveri ricorda, al responsabile delle risorse umane, quello delle forme ancora crude della pasta, pronte ad essere “ingoiate dai forni, ad abbrustolirsi nel pane dell’indomani, ma che nel frattempo mantengono una sfumatura giallo ocra incredibilmente simile a quella del cadavere…” (p. 77); pelle che tuttavia, a ben guardare, è “sottile come quella di un foglio di pergamena color giallo intenso: il petto pare un antico libro sacro, di cui si intravedono solo alcune pagine” (p. 87).

Sin dall’inizio il tema del romanzo è delineato senza essere enunciato: chi dirige le attività di un’azienda che produce pane, il cibo che dà la vita, per eccellenza, non riesce ad essere a sufficienza responsabile della vita di una donna il cui valore è sacro, ma misterioso e inaccessibile, oscuro come fogli strappati di un libro di preghiere incomprensibili perché non intelligibili nella sua interezza. Un essere che per di più non è umano, ma un angelo. Ha lasciato morire un angelo.
E il senso resta aggrappato alle parole che, al di là dei fatti (che un loro significato penultimo ce l’hanno: il riscatto dell’uomo defraudato dalla durezza della vita e dalla brutalità della carriera dell’umanità necessaria a assegnare il giusto valore alle cose), costruiscono una intelaiatura di significati ulteriori, costruiti su allusioni giocate su richiami e rimandi puramente testuali.
Pare proprio che Yehoshua abbia voluto dire: il Responsabile delle Risorse Umane (l’Unico Vero Assoluto Responsabile delle Risorse Umane) ha smarrito la capacità di riconoscere il bene che è in noi e di guidarci verso la pienezza della vita. Ma alla fine ci sa ancora rassicurare: “un senso lo troveremo insieme”.

(eppure c’è qualcosa d’altro che mi è rimasto dentro di questo libro: che è poi la ragione per cui si scrivono e si leggono libri: le notti di pioggia a Gerusalemme, certe albe in una remota regione dell’ex Unione Sovietica, le luci chiare e fredde dell’obitorio sul Monte Scopus, il “clangore delle linee di produzione” dello stabilimento del pane, le comparse (una bizzarra famiglia di un rabbino tradizionalista, una segretaria efficiente ma non troppo, una madre rompiscatole e spenta, una ex moglie dispettosa) il cielo trascolorante nel passare delle ore, insomma l’esattezza della vita colta nel suo piccolo: l’immaginazione trasloca, ma non cerca rivincite o grandezze spaventose, ma realtà prossime, impercettibili deviazioni dalla norma, dove per un processo chimico di cui ancora non è stato scoperto il principio, si nascondono porzioni consistenti di verità.

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Scrivere secondo Abraham Yehoshua. Il senso del racconto

"La questione è il senso del racconto. Non è mai difficile trovare una storia, io mi sono sempre basato sull’immaginazione, non ho mai avuto bisogno di cercare altrove un racconto. Il problema è piuttosto come creare una storia importante. Secondo la mia definizione personale, la letteratura è un’arte il cui valore intrinseco consiste nell’esprimersi attraverso la lingua e la complicità creando un piacere estetico. Storie ce ne sono tante. Ogni vita è una storia […] Il problema è che bisogna dare un senso al racconto, e per il lettore deve avere la stessa importanza che ha per lo scrittore."

Abraham Yehoshua, Il lettore allo specchio. Einaudi 2003, p. 22-23

Scrivere secondo Abraham Yehoshua

20 marzo 2008 2 commenti

La mia grande ammirazione per Abraham Yehoshua sta trovando conferma nella lettura de Il lettore allo specchio, un libretto Einaudi dove sono raccolte le conversazioni sul romanzo e l’arte di scrivere che Yehoshua ha avuto alla Scuola Holden di Torino.

Yehoshua mi sembra sempre di più un punto di riferimento imprescindibile. Non per seguirne i passi come un discepolo, ma come portavoce di un modo di raccontare perfetto.

Le parole sono impegnative, ma non scelte a caso. Per questo sono entrambe in corsivo. Yehoshua racconta, e lo fa come pochi. Racconti a tutto tondo, densi, divertenti, drammatici, pieni di senso. La sua scrittura è nitida e classica.
Qualcuno potrà dire: troppo classica. Sì, ma… Non saprei, e comunque non è questo il punto. Il punto è che comunque è una pietra di paragone.

Trascriverò qui sul blog, a partire da oggi, le citazioni a mio giudizio più interessanti.

"So bene che agli editori non piacciono i racconti, preferiscono pubblicare romanzi perché si vendono meglio, ma questa è una pressione indebita delle case editrici sullo scrittore, che viene incoraggiato a scrivere un romanzo prima che sia veramente maturo per farlo.
Io ho sempre avuto il massimo rispetto per il romanzo. Non basta avere in mente una storia per scrivere un romanzo, ci vuole anche una certa visione del mondo, una certa comprensione della realtà; se uno scrittore non capisce la realtà, il suo romanzo sarà, di fatto, un racconto breve diluito."

(p. 10-11)