Big Deal

Big Deal
(Lulu Enterprises Incorporated, 2010) [indietro]

bigDealNel mondo della grande editoria internazionale si aggira una minaccia: il movimento dell'”open access“, per il quale il mondo della ricerca deve poter accedere liberamente all’informazione scientifica, restituita finalmente a chi la produce.
Per Stefano, rappresentante in Italia di una grande multinazionale dell’editoria scientifica, manager con l’unico obiettivo di fare salire i profitti, l’open access è una minaccia personale, un incubo di cui doversi liberare. Il suo mandato è: sconfiggerlo, una volta per sempre.
Forse lo prenderà troppo alla lettera.

E poi c’è Chiara, la nuova collega, non così ingenua come sembrerebbe. Bellissima, sfuggente, solare e misteriosa. Bella da sconvolgere la vita di chi non sa far molto per difendere valori e principi ridotti, senza drammi, a una moneta scaduta.

Edizione cartacea
Amazon.it (€ 9,88)

E-book
Lulu.com (€ 1,09)

 

Estratto dal primo capitolo di Big Deal, di Ezio Tarantino (Lulu Enterprises Incorporated, 2010).

 

Che vi debbo dire? Non mi piace. Quell’uomo infreddolito, con la testa bassa, le mani in tasca, non mi piace proprio. E’ mattino presto e non ha oro in bocca, proprio per niente, ma il gusto del caffè impastato con l’acidità notturna e il dentifricio. Non so dire perché si sia ridotto così né come. Non so nulla di quell’uomo, solo che non mi piace.
Quell’uomo sono io.

– Da quando non vi vedete? – Mi chiede Claudio.
– Un mese.
– Ma come fai ad abitare qui?
– Era casa dei miei. In effetti un mese è tanto. Non so più che pensare.
– Hai perfettamente ragione.
Claudio si stringe il bavero del cappotto nero e guarda il cielo. Il suo cranio rasato brilla di piccoli granelli di sabbia lucida. Mi guarda come se gli possa suggerire la battuta per continuare la conversazione.
– Un mese è come dire che… – dice.
Niente, zero. Non lo dice. Invece: – Che sei malato.
Si accende una sigaretta.
– E che non vi sentite? Quanto. – aggiunge.
– Sentirci in che senso?
– Nel senso di uno che dice una cosa l’altro risponde e così via.
– Per mail. Niente telefono, capisci.
– SMS, Skype.
– No. Sì: io, qualcuno, di SMS. Ogni tanto.
– Ma lei non ti risponde.
Sta atterrando un aereo. Il fondo blu notte sembra l’ombra rappresa cui la mancanza del sole impedisce di precipitare sulla terra. Le luci dei fari sotto le ali rimangono impigliate fra le nuvole basse, il frastuono ci impedisce di proseguire.
– No, quasi mai. – Sorrido, ma mi viene proprio da ridere.
– Stefano, è impossibile abitare qui.
La sua camicia, altro che gli aerei, glielo faccio notare, è impossibile.
– E’ lo stile di Hendrik, risponde. E aggiunge: – Due mesi senza vedervi, senza sentirvi, basta, no? Sei malato. Un malato cerca di guarire.
Non gli faccio notare che quello non mi sembra affatto lo stile di Hendrik van Limpt. Anche se fosse non mi sembra il massimo della dignità appropriarsene e confessarlo senza vergogna. Vestirsi come il proprio responsabile d’area. A me non è mai venuto in mente. D’altra parte non saprei dire se Hendrik van Limpt abbia un suo stile. Di certo non direi che lo stile sia in cima ai suoi pensieri. O dei miei. Noi comunque non ci occupiamo di stile. Noi vendiamo libri, riviste scientifiche e risorse elettroniche: banche dati specializzate in ogni campo del sapere, e poi e–books, enciclopedie online. Noi produciamo beni materiali e immateriali: cultura. E soldi. Soprattutto. E’ la nostra specialità. Per questo mi sono permesso di sostenere che lo stile non è ciò di cui ci occupiamo. A meno non si creda che stile e fare soldi (tanti soldi) possano andare d’accordo.
Ecco, direi che fondamentalmente noi produciamo profitto.
A righe di diversi colori, con un colletto alto venti centimetri, a dir poco, tre bottoni in diagonale, e altri tre in ciascun polsino, lasciati aperti.
Per questo mi sorprendo un po’ quando Claudio accenna alla faccenda della “dignità”. Lui viene dalla Divisione Libri, forse è per questo. Hanno un modo di fare. Ci sta ancora dentro, a dire la verità, e c’è poco da invidiarlo. Hanno target di posizione altissimi rispetto alle tendenze attuali del mercato e fossi in lui non starei tranquillo per niente.
Cade una pioggerella scesa direttamente dai Castelli, tirata giù dal vento che vortica freddo senza una direzione precisa. Un impalpabile impasto di acqua e polvere di umidità lega fra loro le case basse del quartiere dove abito, a Ciampino, porta meridionale della città eterna, dove di eterno c’è solamente il cielo squarciato a intervalli di venti minuti da panciute orche ryanair o rotondi easyjet bianchi e arancione.
Per di più è il Quarto Venerdì, l’ultimo del mese, quello della compilazione del report delle attività, da scrivere in modo estremamente preciso, un obbligo cui Hendrik ha cominciato a sottoporci da quando ha cominciato a rendersi conto che il raggiungimento del target (a cui è legato il suo e quindi il nostro premio di produzione), per il secondo anno consecutivo sarebbe stato fortemente compromesso (ci aveva visto giusto). L’ultimo me lo ha amichevolmente rimandato indietro tre volte perché, sosteneva, non era abbastanza preciso. Ho provato a consigliarmi presso la Commissione di garanzia (una specie di sindacato interno) dove mi hanno consigliato di sentire gli altri e di provare a intentare una specie di class action interna, ma si sa come funzionano queste cose in una multinazionale.

Dalla traversa dietro casa mia spuntano due ragazze dirette a scuola. Truccate, una con una sigaretta in una mano, l’altra affondata nella tasca del piumino, i capelli sfiorati dalle gocce di pioggia. Le conosco. Una è la figlia di un vicino, il proprietario della ferramenta; l’amica è la figlia di una mia lontana cugina con cui non ho alcun rapporto. Tiene il giubbetto dal pelo liscio aperto e risulta inevitabile valutarne la scollatura. Mia moglie ci sta mettendo un sacco a tirare fuori la macchina dal garage. Al successivo Ryanair che raschia il cielo basso sopra di noi Claudio mi mette una mano su una spalla scoraggiato. Si volta di scatto. Sta passando un treno. Proprio così. Non ci facciamo mancare niente. In fondo la strada è sbarrata dai binari della ferrovia, che corrono paralleli alla pista d’atterraggio. Questo (è il mio punto di vista) ci dà il vantaggio di vivere in un tranquillo vicolo senza uscita dove poter scendere in strada in qualunque momento in pantofole per andare a prendere una cosa dimenticata in garage. Quando un aereo atterra e contemporaneamente passa il treno sembra che una enorme aquila voglia con i suoi artigli afferrare i vagoni e portarseli via nel nido, qualche metro più in là.

Quando gli aerei sono sulla pista a rullare in attesa di prendere il volo fanno un rumore acuto e sordo allo stesso tempo, come quello di una fiamma ossidrica azionata con insistenza. E’ quando questo sibilo profondo si mescola con il boato di un aereo in atterraggio che il frastuono si fa veramente insopportabile. Il suono si mescola e trasportato dalle correnti si introduce nelle strade strette, moltiplicandosi fa perdere le sue tracce, è ovunque, sul grande terreno spoglio alle spalle di casa nostra e stretto fra i rami degli alberi. D’istinto guardi un po’ dappertutto anche se è ovvio che l’aereo è sempre lì che atterra, passando veramente molto veloce, è un attimo, fra un palazzo e l’altro, sopra la ferrovia. Al principio ci si sente come indifesi di fronte alla sproporzionata potenza distruttiva di un nemico deciso a sterminarci in un sol colpo. Poi ci si fa l’abitudine. Come a tutto. O quasi.
– E’ poco dignitoso, dài. Ma hai visto quelle due? – Mi chiede. Mi aspettavo un commento da parte sua e mi stupivo che ancora non fosse arrivato. Non che anche io non le avessi notate (specie quella scollata), ma onestamente non sono il tipo da commenti ad alta voce. Non penso di essere un ipocrita. Per me è una faccenda di buona educazione. Punto e basta.
– Che tette.
Gli rispondo: – No. Non le ho viste.
Gli squilla il telefono. Si allontana da me voltandomi le spalle. Risponde piegandosi in due. I fari della mia macchina sbucano fuori dal garage disegnando due linee nella nebbiolina e le sottili gocce di pioggia compaiono nei coni di luce come passate attraverso i raggi x. Io le ho anche salutate le due tipe, ma evidentemente lui non se n’è accorto. Neppure loro.
Mi piace vedere mia moglie alla guida della station wagon, sproporzionata e sicura di sé.

Claudio ha terminato la sua telefonata e si avvicina a me, e quando la macchina è ormai a pochi centimetri da noi mi dice: – Io l’ho vista settimana scorsa.
– Come?
– Sì. Qui a Roma.
– Settimana scorsa.
Conferma con un profondo e solidale cenno del capo. Ormai è accanto a mia moglie, che intanto è scesa dalla macchina e gli è andata incontro, salutandolo con una cordiale stretta di mano. Io lo guardo come fosse un perfetto estraneo. O un morto vivente. Dopo aver sistemato le valigie nel bagagliaio prendo posto nel sedile posteriore. Claudio era già seduto davanti, di traverso, in modo da facilitare la conversazione. Conoscendolo sono sicuro che proseguirà quella appena interrotta. Fortunatamente mia moglie gli chiede di sua moglie, lui sorride e soffia aria calda sulle mani. Io guardo fuori come se debba essere l’ultima volta. Come ogni volta che mi allontano da casa per più di due giorni, cioè quasi ogni settimana.
Francesca si volta d’un tratto verso di me e mi sorride, apparentemente senza una ragione. Per escludere Claudio, immagino. Da noi due. Ho voglia di fumare o di vomitare. Entrambe le cose non mi sono consentite in quel momento e me ne faccio una ragione. Guardo fuori dal finestrino sorridendo anche io, sentendomi in dovere di onorare le regole di una staffetta senza senso che prevedono di replicare il sorriso di Francesca e distribuirlo al di là del vetro a chi fosse passato di lì, per esempio alle due ragazze che ora stiamo per superare.
I vetri cominciano a rigarsi di puntine mobili che lo attraversano in diagonale. Vorrei essere già a bordo del mio Ryanair per Eindhoven e farmi raccontare da Claudio quando, come e perché l’abbia incontrata, se le abbia parlato di me o se lei lo abbia fatto (questo, lo riconosco, anche ora che la rabbia si scioglie in un folle desiderio di fermare la macchina, scendere e mettermi a piangere mescolando le lacrime all’asfalto bagnato, è meno probabile). Ed in effetti sono già lì, fra le nuvole che si assottigliano, coperto e protetto a novemila metri sul livello delle mie sventure che viste da lassù mi appaiono però ingigantite, moltiplicate per la lontananza, e per la mia consolante attitudine a perdermi dietro l’impossibile, a considerare ogni dettaglio come un elemento della mia sconfitta.
Sono già lì, a bordo del mio Ryanair, a mille chilometri all’ora che al ritorno avrebbe strisciato sul cielo delle mie notti, forse in compagnia di Chiara, se anche lei fosse venuta al tasmanian (come Hendrik chiamava la riunione dei TASM, cioè dei Target account sales manager, cioè noi) di primavera che Hendrik aveva convocato a sorpresa, con un anticipo di due settimane, perché, aveva detto nel suo delizioso italiano più simile allo spagnolo parlato da un russo, che la situazione lo richiedeva e questo voleva dire che qualcuno non sarebbe potuto venire, e Chiara, ci avrei giurato, era una di questi, e io sono già lì, nello studio ovale, la cabina di regia, il bunker, la Tana della Volpe, la Taverna dei Sette Peccati, come di volta in volta io e Claudio chiamiamo l’ufficio di Hendrik, sono già lì, affiancato da colleghi implicati nei loro blackberry, tutti con la camicia a rigoni e colletti oversize rigorosamente senza cravatta (lo stile di Hendrik), perché agli olandesi piace essere informali e chiamarsi tutti per nome, con una tazza di qualcosa di caldo e imbevibile raccolta nel palmo delle mani, io sono già lì a contare le sedie vuote, a calcolare gli orari degli aerei successivi, a consultare il telefono, le mail, i messaggi in segreteria e quelli di Chiara, che non cancello mai: l’ultimo risale a quattro settimane prima: ciao faccio tardi, comincia tu la presentazione. Non era venuta e la presentazione è riuscita un vero schifo. Poi i miei indirizzati a lei: come stai? e un altro: quando passi da Roma? Nessuna risposta.
Poi fuori dello studio ovale, con la giacca sulle spalle e un collega spagnolo al fianco già proiettato, lui, verso l’Eurogarden a fumare e io con le labbra schiumose di birra in un qualsiasi locale rattristato dalla grigia coperta del cielo a Stratumseind, nel tramonto lento di Eindhoven, circondato dai miei SMS a Francesca, a Chiara, già sul mio Ryanair di ritorno, e Claudio al mio fianco che mi racconta, mi racconta e mi consola, mi dà forza, a modo suo.

Francesca dice: – Ma come ti sei vestito?
Mi guardo appiattendo il mento.
– Sembri un prete – conferma Claudio. Ho semplicemente una polo grigio scuro abbottonata fino all’ultimo bottone e una giacca blu di lana pesante.
– Non che mi dispiaccia, dice Francesca, concentrandosi sullo specchietto retrovisore esterno per un sorpasso. – Almeno sto più tranquilla. – Si volta di nuovo. – Glielo hai detto a Claudio quanto sono gelosa?
– Te l’ho detto?
– E tu glielo hai detto di Chiara?
– Chi è Chiara? – Chiede Francesca.
– Fosse solo Chiara. E di Monique? E Lorraine? La stella dello Yorkshire! – Allarga la bocca in un sorriso meccanico che fa sembrare il pizzetto curato un arnese posticcio dotato di una notevole elasticità.
– Tutte ai miei piedi, – dico socchiudendo gli occhi.
– Anche quando ti vesti così? – domanda Francesca.
– Cosa c’è che non va nel mio modo di vestire?
Arrivati all’aeroporto bacio Francesca con un trasporto che Claudio fraintenderebbe, se fosse uno che guarda come uno che gli sta accanto saluta la propria moglie. Per fortuna Claudio non è di quelli, e la mia sincera gratitudine per il fatto di averla lì vicino in quel momento è solo sincera gratitudine. Alzo il portellone posteriore e tiro fuori il mio trolley e quello di Claudio. Poi abbraccio Francesca, stringendomi al suo vecchio montgomery chiaro che chiamiamo “da catechista”. La stoffa ruvida sotto le mani e l’odore di vecchio è quello che ancora adesso associo alle sue parole dette piano nell’orecchio.
Claudio mi tira via dicendo una stupidaggine, e io mi sento sottratto da una forza aliena priva di valori ma terribilmente efficace. Sono sulle spine: voglio saperne di più su Chiara qui la settimana scorsa, voglio riempirmi la bocca di lei, precipitare nella nostalgia e trasformare il mondo che ho intorno, gli aerei sulla pista, i viaggiatori spaesati, gli autobus al capolinea, i taxi abusivi, l’intera città separata da una nuvola di pioggia sottile in un racconto di lei, doloroso e imprescindibile.

Francesca ha scelto davvero un bel momento per dirmi che è incinta.

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