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Posts Tagged ‘gelmini’

La Riforma?

Aprite il link qui sotto. Due paginette dell'Associazione Italiana di Psicologia, molto chiare e concise. E mi evita di doverne scrivere (come avevo intenzione di fare).

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Categorie:-, universita Tag:,

Oggi sciopero semantico

14 novembre 2008 4 commenti

Oggi c’è lo sciopero del mondo universitario contro i tagli già divenuti legge sello stato (L. 133/2008) e contro le proposte di riassetto dell’università.

Nel merito: sono ovviamente d’accordo. L’università è un pantano, la colpa è della casta baronale in combutta con quella politica, una sinergia devastante, altro che corporativa: massonica, direi.
La Gelmini, ormai lo sanno anche i sassi, non interviene sulla casta, sugli sprechi. A parole, certo, Nei fatti, taglia fondi alla ricerca, al personale, a tutte le strutture che producono scienza e conoscenza.

Qualche risultato la protesta lo ha ottenuto, sarebbe puerile e autolesionista non riconoscerlo (ma molto italiano: non si prendono mai per buoni i risultati ottenuti alzando la voce: quasi che ci sia più gusto a protestare che a vincere). Nulla sul fronte della scuola elementare (lì Tremonti aveva fissato evidentemente la linea del Piave). Qualcosa in più per l’università (tale era l’enormità delle decisioni prese).

Ho una certa età. Credo più nel dialogo che nell’autoaffermazione consolatoria. Mi sarebbe piaciuto che la protesta fosse consistita in un dibattito con il ministro, da svolgere all’università, per esempio nell’Aula magna della Sapienza, ripreso da telecamere impietose che avesse messo Gelmini con le sue spallucce al muro. Punto su punto, decretino su decretino. La forza della parola l’avrebbe schiacciata. Ne sono certo.
Lo dico perché ormai mi sembra che il problema della politica italiana (forse non solo italiana) è di significati che si danno alle parole e, di conseguenza, di comunicazione.

La lingua della politica è affetta da una specie di retrovirus (quel tipo di virus che, oltre a far danni, svolge compiti essenziali alla propria sopravvivenza) i cui sintomi consistono in continui sfasamenti semantici. Ognuno dà il significato che vuole a quello che dice, alle parole che usa.
La politica si è creata un idiosemantica cui attingere per affermarsi e difendersi dall’attacco della logica razionale.
Bisogna combattere questo virus con la forza della parola, della razionalità, del pensiero forte.

I casi recenti non si limitano alla Gelmini (che può parlare impunemente di riforma), ma anche al caso di Eluana Englaro: le parole sfuggono come essenze diaboliche al loro guscio semantico e svolazzano indisturbate, per cogliere bersagli facili.
Eutanasia, omicidio.
Ignazio Marino, medico e parlamentare PD: "La dignità della vita dal suo inizio alla sua fine naturale non si difende prolungando artificialmente un’agonia. Tale prolungamento come estensione assoluta del principio di Ippocrate potrebbe sfociare nell’idolatria della scienza e nella rinuncia all’umanesimo e persino nella rinuncia alla carità cristiana." (http://tinyurl.com/5mnxr6).

E ancora, su Repubblica di oggi: "Chi parla di omicidio e di eutanasia non sa quel che dice. Qui non si dà veleno per terminare la vita, si prende atto del fatto che la medicina non può più fare nulla, che non c’è più speranza".

Cosa c’è di ingiurioso per tacere di fronte a questo?

29 ottobre 2008 1 commento

Semplificare, semplificare!

29 ottobre 2008 1 commento

La citazione che vedete qui sotto è chiaro che si addice perfettamente anche al nostro sbrindellato paese.
La destra vince perché rassicura, perché dà voce politica alla tendenza alla semplificazione che normalmente alligna nell’animo medio di un popolo.

I ragazzi "di destra", o meno "politicizzati"  vogliono tornare a studiare perché a cosa serve bloccare le lezioni? a quale scopo?
Domande corrette se – al massimo della semplificazione – riterremmo di dover far seguire necessariamente un risultato concreto, tangibile, ad una inziativa qualsiasi.
Purtroppo non è così. In termini causa-effetto certo, bloccare le lezioni all’università non farà cambiare idea alla Gelmini. Ma le cose non sono mai così automatiche. Le azioni sociali non funzionano come un interruttore o un rubinetto, possono avere esiti misteriosi fra due anni, o fra due mesi.
Uno studente ha detto che tutto questo gli servirà nel suo futuro.

La protesta, poi, ha un valore relativo. Non assoluto. Se ogni giorno 5.000 studenti si radunano sotto il Senato e fanno baccano, è un fatto che va messo in relazione con tutte le altre occasioni in cui si è discussa la conversione in legge di un decreto del governo. Si è mai fatto? Si è fatto e con quali numeri? Questo ha senso. Mostrare il dissenso del paese in rapporto al passato, al silenzio, o al consenso.
Bloccare le lezioni è l’unico modo per esserci, per mostrare il proprio disgusto, la propria reale preoccupazione. Per essere vivi, non succubi. Per affermare i propri diritti, sperando ovviamente in un risultato, ma senza considerarlo a priori funzione della protesta.

Il decreto è stato convertito in legge. E’ una sonfitta? No. Loro hanno messo in campo l’autoritarismo di destra; gli studenti la loro passione civile, la loro speranza. Le squadre si sono messe in campo, hanno issato le loro bandiere. I giochi sono più chiari.

Una chiarezza "complicata", non immediatamente descrivibile in  una scala 1:1. Necessita di interpretazioni, di far frullare la materia cerebrale. Occorrono ingredienti creativi e ben assortiti. E’ la vita.

(che poi la politica debba essere in grado di esere sintesi delle complicazioni della vita è una cosa che molti, a sinistra, non hanno capito: sintesi, non livella, non format c: )

Autoritario, autoritaria.

28 ottobre 2008 1 commento

E’ autoritario colui, o colei, che non ascolta, non tiene in nessun conto le opinioni diverse dalle proprie, per imporle costi quel che costi. E’ autoritario, o autoritaria, colui o colei che non è disposto, disposta a cedere di un millimetro, radicato/-a in una convinzione assoluta (ab-soluta, sciolta da).
E’ autoritaria colei che finge di dare ascolto sapendo che non serve a nulla. Che offre una sola soluzione precostituita, presa senza alcun confronto. E’ autoritaria colei o colui che non avendo alcun titolo specifico per prendere decisioni, lo fa forte di una carica, contro ogni ragionevolezza, imponendo un punto di vista generico, frutto di considerazioni personali, indifferente alle posizioni contrarie di tutti coloro che saranno coinvolti dalle sue decisioni.
E’ autoritario e anche affetto da mania di grandezza. E’ un essere pericoloso e asociale. Che nega, cioè, il consesso sociale, come luogo deputato al confronto per l’elaborazione di una visione comune, magari di parte, ma almeno tendente ad una idea di condivisione, pur nello scontro. E’ autoritario perché fa conto sulla forza dei numeri, non della ragione.

A me fa orrore questa poveretta. Ostaggio dei suoi burattinai, manichino informe. Incapace di capire. Forte della sua stratosferica ignoranza. Mi fa proprio paura.

L’università, la scuola e la Gelmini

16 ottobre 2008 14 commenti

"Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria".

La cosiddetta "riforma Gelmini" per la scuola e l’Università in realtà non esiste. Le norme che stravolgono l’ordinamento scolastico e l’università pubblica italiana (che è malata, ma i malati si curano, mi pareva di aver capito, non si sopprimono) sono contenute all’interno di un decreto, il famigerato 112 convertito nella famigerata 133, in cui si parla di tutto e di più: dal risparmio sulla carta nelle P.A. alla banda larga, all’Expo Milano 2015, dalle pensioni alla privacy, dagli studi di settore alla carta di identità . E’ Tremonti il responsabile. O Brunetta, o tutti e due, Beata Ignoranza non ci ha messo mano. O se lo ha fatto si è ben nascosta dietro un titolo che non lascia dubbi. La "riforma" della scuola è infatti l’Art. 69 del capo II della legge, che recita: "Contenimento della spesa per il pubblico impiego".

Un minestrone, un patchwork onnicomprensivo, all’interno del quale scuola e università contano quanto il contenimento delle spese per le missioni, il partime e le spese di personale per gli enti locali e delle camere di commercio.
 
Perché è chiaro che l’istruzione e la ricerca, per il governo, sono un problema economico, non un problema strutturale; una delle tante voci da tagliare, non una risorsa di incentivare. Non ci può essere un disegno culturale (pure fosse aberrante) degno di portare il nome del ministro che lo propone dietro questo massacro. C’è la calcolatrice di un ragioniere.