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Archive for the ‘teatro’ Category

I pilastri della società, di Henrik Ibsen

di Roberto Palaia
I Pilastri della Società, di Henrik Ibsen, traduzione di Franco Perrelli, regia di Gabriele Lavia.
Con Gabriele Lavia, Massimiliano Aceti Alessandro Baldinotti, Rosy Bonfiglio, Michele Demaria, Federica Di Martino Camilla Semino Favro, Giulia Gallone, Viola Graziosi, Ludovica Apollonj Ghetti, Giovanna Guida, Andrea Macaluso, Mauro Mandolini, Graziano Piazza Mario Pietramala, Clelia Piscitello, Giorgia Salari, Carlo Sciaccaluga.
Quanto è plausibile la non fedeltà al testo in una rappresentazione teatrale? È questa la domanda che nasce dopo aver visto I Pilastri della Società all’Argentina di Roma, protagonista e regista Gabriele Lavia, che ha ampiamente rivisto il testo scritto nel 1877 da Henrik Ibsen e tradotto da Franco Perrelli.
È bene tener presente che una perfetta aderenza al testo scritto per le opere teatrali, e ancor più per l’opera musicale, è acquisizione relativamente moderna. Moderna nel senso che fino alla fine dell’Ottocento la fedeltà al testo era considerata molto meno importante di quanto oggi riteniamo debba essere; ma questa fedeltà è una importante acquisizione, cioè una conquista dell’atteggiamento artistico contemporaneo. Per questo il rapporto con il testo oggi è un po’ sacrale, tanto quando ci si trovi di fronte a un testo teatrale quanto davanti a uno spartito musicale; e questo nasce dalla maggiore consapevolezza e capacità di ascolto nei confronti di chi quel testo lo ha pensato e scritto. Come soltanto menti deboli e distorte potrebbero concepire di utilizzare il Colosseo per replicare improbabili gare fra gladiatori o affittare la Cappella Sistina per cene vip, allo stesso modo un uso strumentale di un testo classico ci procura imbarazzo, perché il testo dovrebbe essere sempre utilizzato per riuscire a comprendere ciò ch’esso ha da dirci, non relativamente al contingente in cui esso viene rappresentato, ma nella universalità dei suoi contenuti, seppure gli ascoltatori accorti saranno sempre in grado di ritrovare l’eco dei tempi nei quali esso è stato scritto, oppure comprenderne i contenuti che possono farci riflettere sulle condizioni del presente.
A parte queste considerazioni di carattere più generale, lo spettacolo è bello, ben allestito, forse troppo didascalico nella rappresentazione degli ambienti e nella cifra generale della recitazione; ma siamo alle sfumature relative al palato dello spettatore che nulla tolgono a uno spettacolo di qualità tutto da gustare.
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Categorie:-, teatro

Hammett

13 marzo 2006 3 commenti

Il maccartismo: sappiamo tutti cos’è stato. Caccia alle streghe, liste nere. Grandezza dell’America: il male assoluto ha saputo generare i suoi anticorpi, alla fine costituendosi incubatore di coscienze critiche, e di storie.
La più feroce repressione contro gli intellettuali che il mondo occidentale democratico ricordi, non è riuscita a mettere a tacere coloro che ne sono state vittime. Non solo: ancora oggi, gli sconfitti di allora rivivono come eroi. Eroi quasi sempre controvoglia, uomini e donne che avrebbero volentieri fatto a meno del ruolo che la paranoia maccartista aveva riservato loro.
Ricordo solo alcuni titoli: lo straordinario “Il prestanome (The front, di Martin Ritt con Woody Allen), "Indiziato di reato"(Guilty by suspicion), il recente Good night and good luck, di George Clooney. In letteratura ricordo solo Ho sposato un comunista di Philip Roth…

Il problema, racconta lo sceneggiatore Dalton Trumbo in una delle sue lettere raccolte nel bellissimo volume Lettere dalla guerra fredda, Bompiani, esaurito), era in verità semplice e radicale: questi uomini liberi, costretti a “fare i nomi”, a tradire amici o ideali, si piegavano o non si piegavano sotto la costrizione o contro la costrizione della Corte, di McCarthy, ma, diabolicamente, dalla certezza che la scelta giusta (mai messa in discussione) avrebbe significato l’estromissione da ogni possibilità di continuare a fare quello che avevano fatto fino ad allora, ciò che erano capaci di fare e gli dava da vivere: scrivere, o recitare. Il problema, scrive, è che “la Corte ci ha posto di  fronte al dilemma che si trova alla base di ogni religione o filosofia, ed è simboleggiato dalla leggenda di Faust: rinuncia ai tuoi principi e sarai ricco; non rinunciare ad essi e sarai povero, totalmente incapace di lavorare (…). Questo è il problema: la scelta. Non la costrizione: la scelta. Con o senza commissioni, leggi, capitalisti o industria cinematografica la necessità di scegliere sovrasta ogni azione della nostra vita, ogni minuto della nostra esistenza. E’ uno dei motivi che ci spingono a fare lo scrittore piuttosto che l’incettatore di frumento o l’usuraio. E temo che non ci arrenderemo mai fino alla morte”.

Questo per dire che venerdi scorso sono stato al Teatro dell’Orologio a vedere Hammett N.3241, un monologo scritto e diretto da Biagio Proietti (proprio lui, l’”Omone romano”) e intreprato magnificamente da Walter Maestosi.
Proietti ha incontrato il grande Hammett (incappato pure lui nelle grinfie di McCarthy e come Trumbo spedito in galera senza tanti complimenti  – Dash Hammett: il padre di Sam Spade: davvero ironico il destino; Hammett l’inventore degli aristocraticissimi Nick & Nora de L’uomo ombra) alla vigilia dell’uscita dal carcere e lo ha fatto parlare con i suoi ricordi, con i fantasmi buoni della sua vita e con i suoi demòni, la tubercolosi, la caccia alle streghe.
E’il ritratto di un uomo “morale”, non “tutto d’un pezzo”, fragile ma coerente, rabbioso, limpido e sporco allo stesso tempo. Innamorato e lucido. Cresciuto nei bordelli, nel bourbon e nell’amore per le figlie, nei soldi facili e nel rispetto di se stesso. Un rittratto appassioanto e duro, non conciliante.
Bello.