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Posts Tagged ‘david foster wallace’

Purity, la ricerca della normalità di Jonathan Franzen (ma ne parlo pochissimo)

 

Jonathan Franzen, Purity, 2016

franzen_jChe tipo di scrittore è Jonathan Franzen? Che tipo di libri scrive?

Perché mi faccio queste domande? Perché nel sentire letterario comune mi pare che Franzen occupi uno scranno  – un po’ laterale forse – della fascia alta, ma che nel suo caso reputazione, vendite, fama non ne sono le conseguenze, ma la causa. A me pare che sia un caso di scuola in cui la reputazione (la buona reputazione) per motivi abbastanza oscuri preceda la (eventuale) qualità e la condizioni. Attorno a Franzen si forma così una sorta di aura, che ha come conseguenza quella di considerare ogni suo nuovo libro un oggetto degno di analisi critiche di un certo spessore, e di seminare aspettative.

Lo dico subito. A me Franzen pare uno scrittore leggermente sopravvalutato. Dirò di più. A me pare che Franzen lotti contro un complesso di inferiorità di cui è probabilmente solo in parte consapevole, che lo porta a custodire e promuovere la propria sopravvalutazione, mettendolo nello stesso tempo di fronte ai propri limiti; aporia da cui si sente obbligato a prendere le distanze, come è comprensibile, con meccanismi di rimozione e autoaccettazione indispensabili alla propria sopravvivenza. In qualche modo, cioè, la sopravvalutazione è un elemento costitutivo dei suoi libri, la loro ragion d’essere.

Si sa che Franzen è stato uno dei migliori amici (uno dei pochi nel côté letterario) di David Foster Wallace, e questo mi ha sempre molto colpito. Avevano qualcosa in comune: entrambi dell’Illinois, entrambi due ragazzoni robusti, alti, colti. Uno però era evidentemente un genio, l’altro un bravo ragazzo dotato, equilibrato (laddove l’altro era squinternato, paranoico, maniaco-ossessivo, depresso, e infine suicida); Franzen è il piccolo borghese, l’uomo tranquillo che David forse avrebbe voluto essere (la versione edulcorata di se stesso, il vero figlio dei suoi genitori, intellettuali del midwest, posati, sicuri di sé); David è d’altro canto per Jonathan – probabilmente – l’artista maudit che lui non può e non potrà, e non vorrà mai essere.

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Vent’anni da Infinite Jest

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Vent’anni fa, il primo febbraio del 1996, usciva uno dei libri fondamentali della storia della letteratura americana (e non solo) del Ventesimo secolo (e non solo), Infinite Jest, di David Foster Wallace. Tra qualche giorno uscirà nei cinema un film sulla vita di Wallace, The end of the Tour, che racconta proprio il tour per la promozione del libro.

Per l’occasione ripubblico un testo uscito sul blog La poesia e lo spirito il 23 marzo del 2009.

Sempre nel marzo dello stesso anno, sullo stesso blog, uscì un altro mio pezzo, quanto mai attuale, dal titolo Ancora sul Festival di San Remo, sulla televisione, sulla vita e sulla morte, dove si parla a lungo di Infinite Jest e di altri testi di Wallace sulla televisione.

 

avid-foster-wallaceChe libro è Infinite Jest, che ho finalmente terminato di leggere da qualche giorno? Un capolavoro? (cos’è un capolavoro? Un libro per tutti? Infinite Jest, è evidente, non è un libro per tutti – ma esistono, poi, libri per tutti?) E’ certamente un libro mastodontico che lascia un vuoto enorme. Esistono però libri molto piccoli che lasciano un vuoto altrettanto enorme. Il volume, dunque, non c’entra. Ci può essere solo un verso, uno soltanto, a lasciare un vuoto enorme, così come un nome, una parola sola, meno di un nome, il suo ricordo, la sua ripetuta cantilena mentale, la sua iterazione infinita priva di suono, di valore, di senso. Il nulla lascia un vuoto enorme. Dunque le dimensioni del libro non lasciano in eredità, in quanto tali, né un vuoto né un pieno proporzionato.

Infinite Jest è il libro della Dipendenza, è l’Enciclopedia della Dipendenza e di ogni tipo di Nevrosi e/o Disturbo della personalità maturato in ambito familiare e non, e alla fine l’unica cosa sensata che mi sembra io possa fare è ricominciarlo daccapo.

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Calchi postmoderni (Jennifer Egan e David Foster Wallace)

4 aprile 2012 4 commenti

Jennifer EganIl tempo è un bastardo, di Jennifer Egan  è stato definito “un’enorme epopea ottocentesca travestita da pastiche postmoderno” (Cathleen Schine su The New York Review of Books). Non saprei dirlo meglio. E’ questa cosa qui.  Ma se il libro è un bellissimo libro (perché lo è davvero) non è solo in virtù della sua forma, ma di quello che ci sta dentro. Non so se sia una epopea ottocentesca. Di  sicuro i personaggi che lo attraversano come puntini schizzati di un’entropia controllata, sono memorabili, le loro storie durature e l’ambientazione così nitida da apparire quasi abbagliante.

Non ho ancora finito il libro, quindi non ne parlerò e non mi sogno di darne un giudizio definitivo. Tuttavia sono arrivato a un punto sul quale avrei due parole da spendere. Proprio a proposito del pastiche postmoderno.
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Cose che danno soddisfazione anche se sono molto tristi

Perdonate il titolo alla David Foster Wallace. Ma sto leggendo Come diventare se stessi, il libro-intervista di David Lipsky con David Foster Wallace, diciamo così, voce narrante.

Due anni e mezzo fa ho scritto una non-recensione a Infinite Jest, il suo capolavoro, uno dei pezzi che per come mi è venuto e per i commenti che ha ricevuto dalla piccola ma appassionata comunità di fedeli di DFW mi ha dato – e mi dà – una delle più intense soddisfazioni che un lettore/scrittore/critico (molto par time) possa provare. Una delle più acute vibrazioni positive in senso assoluto.
Lì fra l'altro definivo Infinite Jest il romanzo sulla dipendenza. Non ho trovato molte osservazioni di questo tipo fra le recensioni che ho letto. Ognuna interessante nel mettere in luce uno dei mille aspetti desumibile dall'alluvione di idee e tracce poetiche che compongono il libro.
Nel'intervista DFW definisce così Infinite Jest : "Non vuole essere un romanzo sulla droga. E' solo che la droga funge un po' da metafora per quella sorta di continuum della dipendenza che secondo me sta alla base del nostro modo direlazionarci, comecultura, a tutte le cose viventi".

E poco oltre: "Sì, è questo il problema: che l'intrattenimento rientra nel continuum della dipendenza…"

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Fra generosità e ironia: La scopa del sistema è la TV

1. Ne “La scopa del sistema” (1987) di David Foster Wallace a un certo punto due personaggi, Neil Obstat (!) e Andrew Sealander “Wang Dang” Lang assistono ad una scena piuttosto ridicola: un barman, scivolando con il suo vassoio di birre su una ciliegia al maraschino “strategicamente disposta sul pavimento”, innesca una serie di disastri a catena che suscitano la smodata ilarità di Obstat, e la seriosa riprovazione di Lang. “Sei proprio un immaturo” sogghigna questi all’indirizzo di Obstat. Che replica: “Bisogna entrare nello spirito della situazione” (p. 363 dell’edizione Einaudi Stile Libero Big, 2008).

2. In uno dei saggi contenuti in “Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più”, Invadenti evasioni (1993), reportage tra il serio e il faceto di una mega fiera agricola dell’Illinois, DFW riferisce di aver assistito ad un breve discorso del Governatore dello stato, Jim Edgar, un coriaceo, quadrato esemplare del Midwest, che dice pane al pane, e fa ricorso a una retorica che fa leva su sentimenti facilmente condivisibili dalla sua rozza e patriottica comunità rurale. “La stampa rimase impassibile”, commenta DFW, “secondo me però il discorso non era privo di una sua potenza”.

3. In un altro pezzo contenuto nello stesso volume, E Unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione (1990) DFW se la prende con la critica paludata che accusa i giovani scrittori americani di essere troppo influenzati dalla televisione, cancro della cultura americana (e non solo). DFW impiega una centinaio di pagine per spiegare perché a) questo sia inevitabile; b) questo non voglia tuttavia dire che guardare la televisione sia una buona cosa, vista la qualità dei programmi (la definisce come “un incredibile sistema di misurazione del generico”). La tesi di DFW è che la tv c’è, esiste, è allo stesso tempo specchio e manipolatore della realtà, la gente non fa altro che starsene lì a guardarla: come si può far finta che non ci sia? E anzi, che sia l’attività che occupa la maggior parte del tempo libero dalle attività generalmente remunerative dell’americano appartenente a qualsiasi classe socio-culturale.

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Tennis

5 marzo 2010 3 commenti

campo_da_tennisSchtitt sapeva che il vero tennis non era fatto da quella mistura di ordine statistico e potenziale espansivo che veneravano i tecnici del gioco, ma ne era anzi l'opposto – non-ordine, limite, i punti in cui le cose andavano in pezzi e si frammentavano nella bellezza pura. Che il vero tennis non era più riducibile a fattori delimitati o a curve di probabilità di quanto lo fossero gli scacchi o la boxe, i due giochi di cui è un ibrido. […] E Schtitt, le cui nozioni di matematica formale sono probabilmente equivalenti a quelle di un puericultore taiwanese, sembrava tuttavia sapere ciò che Hopman e van der Meer e Bollettieri sembrano ignorare: e cioè che individuare la bellezza e l'arte e la magia e il miglioramento e le chiavi dell'eccellenza e della vittoria nel complesso flusso di una partita di torneo non è una questione frattale di mera riduzione del caos a forma. Sembrava sentire intuitivamente che non era una questione di riduzione ma – perversamente – di espansione, il fremito aleatorio della crescita incontrollata e metastatica – ogni palla ben colpita ammette n possibili risposte, 2 alla enne possibili risposte a queste risposte, e così via fin dentro a quello che Incandenza avrebbe definito  […] un continuo cantoriano di infinità di possibili colpi e risposte, Cantoriano e bello perché capace di crescere eppure contenuto, un'infinità di infinità di scelte ed esecuzioni, matematicamente incontrollata ma umanamente contenuta, delimitata dal talento e dall'immaginazione di se stessi e dell'avversario, ripiegata su se stessa dalle frontiere date dall'abilità e dall'immaginazione che infine fanno soccombere uno dei giocatori, che impediscono a entrambi di vincere, che finiscono col fare di tutto questo un gioco, queste frontiere del sé.

[…]

Cosa sono quelle frontiere se non le linee di fondocampo, che contengono e dirigono verso l'interno l'infinita espansione del gioco, che rendono il tennis simile agli scacchi in movimento, un gioco bello e infinitamente denso?
La grande intuizione di Schtitt […]: il vero avversario, la frontiera che include, è il giocatore stesso. C'è sempre e solo l'io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall'altra parte della rete: lui non è il nemico, è più il partner nella danza. Lui è il pretesto e l'occasione per incontrare l'io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l'io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro al gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliora : vinci. Ecco la ragione per cui il tennis è l'impresa essenzialmente tragica del migliorare e crescere come juniores serio mantenendo le proprie ambizioni. Si cerca di sconfiggere e trascendere quell'io limitato i cui limiti stessi rendono il gioco possibile. E' tragico e triste e caotico e delizioso. E tutta la vita è così, come cittadini dello Stato umano: i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all'infinito.

(David Foster Wallace, Infinite Jest, pp. 113-114, 116)

San Remo, la televisione, la vita, la morte

Non ho visto nemmeno un minuto del Festival di San Remo. E non ne ho sentita alcuna canzone.

Ho letto che ad aver vinto è stato un certo Marco Carta, che non avevo mai sentito nominare prima. Mi sono documentato: così sono venuto a sapere che proviene dal programma televisivo di Mediaset “Amici” – di cui ha vinto la settima edizione –  la cui ideatrice, anima e conduttrice, Maria De Filippi, è stata ospite sul palco del teatro Ariston, proprio la serata conclusiva del Festival. Affiancava un’altra icona-Mediaset, Paolo Bonolis (un po’ più bipartisan, lui, visti i trascorsi in Rai).

E’ stato facile per molti parlare di inciucio televisivo, di RaiSet, di prove tecniche di regime mediatico. Facile e vero.

Ma dal mio punto di vista trovo che l’esito del Festival costituisca (anche) il perfetto paradigma della Narrazione Televisiva Contemporanea (NTC).

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