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Posts Tagged ‘scrivere’

Finitòria al Salone del libro di Torino

11 maggio 2011 1 commento

5705002819_43daa280ea Domenica pomeriggio, alle 16,30, presso lo stand di Simplicissimus Book Farm (uno dei più agguerriti sostenitori della diffusione degli e-book in Italia), verrà presentato il mio nuovo romanzo, Finitòria, pubblicato dall'editore Nulla die, di Piazza Armerina.

Per ora il libro è disponibile solo in formato e-book, ed è acquistabile qui:
http://ultimabooks.simplicissimus.it/finitoria.

Ma cos'è Finitòria?
Cominciamo dal titolo.
Finitòria, in alcuni dialetti meridionali, fra cui quello siciliano, significa “alla fine”, “verso la fine”, "rimanenza". Si può riferire a cose o a situazioni. O a sentimenti.

E' una storia siciliana, molto siciliana e al tempo stesso poco siciliana (almeno spero). Un tentativo di far parlare siciliani che non parlano in dialetto, che vivono nella/contro la mafia ma senza picciotti e lupare. Un libro contro la mafia come sottocultura diffusa. E non solo in Sicilia. Un sogno di riscatto fallito. O forse no.

Un adieu (un post scritto soprattutto per gli amici)

31 dicembre 2010 10 commenti

Semplicemente non è possibile restare attaccati con irritante testardaggine alle ambizioni giovanili. Non è possibile lasciar dipendere, per così tanto tempo, la propria realizzazione a un sogno sempre uguale a se stesso, e proclamare il proprio reiterato fallimento quotidiano, la propria malinconica rassegnazione di fronte a un appuntamento mancato da vent'anni, come minimo.
E' evidente che la propria felicità, anzi, diciamo meglio: il diritto che ognuno di noi deve esercitare, di cercare la propria felicità deve passare per qualche altra cosa. La fine è nota: la frustrazione diventa alibi, l'angoscia diventa il modo di presentarsi al mondo con l'aureola della vittima.

Certo, i casi di scrittori che hanno trovato molto tardi la loro realizzazione, e hanno lottato, e sudato, e vinto non sono pochi. Ma non sono un "esempio".

Perciò ho attaccato la tastiera al chiodo. Che non significa "non scrivere più", ma farlo in un modo diverso. Ma questo è un aspetto secondario dalle faccenda. Quello che ha davvero importanza è l'alternativa, è il sogno, o un'occasione di felicità terrena che, a fianco degli affetti familiari, naturalmente, mi costituisca, al posto di quello sterile della pubblicazione, uomo.
Ma questo, è ovvio, è un problema mio.

Mauro, tu mi facesti notare come la ricerca della pubblicazione sia alla fin fine un fatto quasi incomprensibile, e marginale, vista la situazione della nostra editoria. Per me non è stato mai così. Del resto anche tu hai scritto i tuoi racconti con uno scopo che non era solo quello di divertirti (nel tuo caso, lo scopo era quello di vincere dei soldi). Il mio obiettivo era diverso, ma sempre profondamente annodato con l'atto della scrittura; scrivere per me è sempre stato scrivere per essere letto, non, tanto per dire, per raccontare me stesso. Ho sempre scritto in quel modo para-professionale che è più tecnica che capacità affabulatoria, più abilità a modellare la sintassi e le parole in modo possibilmente originale e acuto (e questo è sempre stato il mio limite più grosso, lo so bene), ma si è via via definito sulla base degli incoraggiamenti che ho ricevuto, della stima di persone che stimo, oltre che di una naturale (per chi scrive) propensione alla vanità.

La causa, come sa chi ci è passato, non sono i no; ma i sì diventati no, i silenzi, anche degli amici, l'indifferenza, i ti richiamo, le falsità, le palesi discriminazioni.
Alla fine pensi che abbiano ragione loro, e probabilmente è davvero così. E allora, tanto più. Che noia.

Niente. Era giusto per finire questo orrendo 2010, devastante, crudele, ma forse utile.
Buon anno.

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Amerò quelle gambe anche quando saranno vecchie e scarne e con tutti i peli bianchi

In ritardo di circa un anno rispetto alla piuttosto infuocata polemica che rese vivace l'estate del 2009, ho ripreso in mano Principianti, il volume che raccoglie la versione originale dei racconti di Raymond Carver che, mutilati di un buon 60% costituirono la prima e celebrata raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (1981), che avevo iniziato a leggere proprio in concomitanza con la querelle accesa da Carla Benedetti e proseguita da altri.

Già un anno fa mi ero fatto un’idea piuttosto chiara della questione, tanto da averne scritto un appunto che rimase lì, fra le note del mio palmare, senza che lo riprendessi più in mano. Il fatto è che allora non avevo qui con me (in Sicilia, dove passo le mie vacanze) il libro “ufficiale” e dunque l’impossibilità di fare confronti mi aveva frenato. Poi l’inverno è trascorso senza che ritrovassi l’impulso di verificare la qualità e la quantità dei tagli subiti da Carver da parte del suo editor Gordon Lish, cosa che ho quasi casualmente potuto fare in questi giorni.

Mi ero fatta un’idea, dicevo, grazie alla lettura dell’epistolario Carver/Lish riportato in appendice nel volume dell’Einaudi. La lettura comparata delle due edizioni dei racconti di Carver me l’ha confermata. Il lavoro di Lish sui racconti di Carver lo si può serenamente definire un atto di violenza.

Tanto per riprendere il filo del discorso. Di cosa si parla quando si parla di editing?

Sia Carla Benedetti che Dario Voltolini lo hanno detto con molta chiarezza. Se si parla di editing non si sta parlando di furbastri che a pagamento promettono di mettere in bella le ideuzze appena abbozzate di finti ingenui aspiranti scrittori che si presentano con un manoscritto che lascia intravedere un discreto talento sfruttabile a fini commerciali; non si parla nemmeno di manipolatori/normalizzatori di testi che, più o meno buoni, hanno una loro precisa identità che l’editor senza scrupoli sacrifica disinvoltamente sull’altare del presunto gusto dominante.

Quello fatto da Gordon Lish ai danni dei racconti di Raymond Carver, non si può definire un intervento di “editing”. Voltolini parla di “stupro”. E, nel merito, c’è poco da aggiungere. E non cercherò neppure di spiegare perché e come i racconti originali fossero senza alcun dubbio migliori di quelli presi a randellate da Lish.

Quello che mi sembra estremamente interessante, e che emerge soprattutto proprio dalle lettere che Carver scrisse a Lish, è che il rapporto fra i due, non è che la epidittica rappresentazione di un conflitto in cui si misurano i rapporti di forza che regolano un legame fra due esseri umani. Legame che, appunto in virtù di questi rapporti, può risultare – come in questo caso – del tutto squilibrato.
I rapporti di forza, all’interno di qualsiasi endiadi (matrimonio, amicizia, rapporti di lavoro fondati su una relazione, professionale ma non solo) si fissano sulla base della capacità/possibilità dei due attori di condizionare o neutralizzare il condizionamento dell’altro. Il punto di equilibrio viene messo costantemente alla prova in base alla dedizione che l’uno o l’altro o entrambi i soggetti sono in grado di mettere nella battaglia, dal momento che non sempre è possibile controbattere colpo su colpo: certe situazioni si cristallizzano a favore dell’uno o dell’altro perché la debolezza – dell’uno o dell’altro – diventa parte essenziale per la perpetuazione del legame.
Nel caso in questione la forza dell’uno ha comportato l’annichilimento dell’altro, fino alla sottomissione completa ad uno stato di sudditanza psicologica e fattuale, al limite della schiavitù.
Quella fra Carver e Lish è la storia dello spietato esercizio del potere. In cui una figura dominante che detiene tutti i Diritti all’interno della relazione, riduce l’altro a duttile plastilina fra le sue dita.
Uno sporco gioco di potere. Carver è debole, è succube dell’amico, di cui si fida, dell’amico potente da cui dipende la sua fortuna letteraria, e per far valere le sue ragioni, non ha che l’arma della supplica, dell’umiliazione. Lish è la Forza Sadica del Potere Totalitario.

La prova?
A partire dalla seconda raccolta di racconti, Carver, che nel frattempo ha scalato la classifica delle gerarchie letterarie, ha equilibrato, oggettivamente, i ruoli, ed è tornato in possesso dei naturali diritti di un uomo libero di imporre le proprie ragioni.

Lish non può più permettersi di modificare i testi di Carver. Eppure, se in lui fossero prevalse profonde e urgenti esigenze letterarie avrebbe potuto/dovuto continuare a comportarsi come aveva fatto per il primo libro. O si deve credere che Carver abbia raccolto la lezione di Lish al punto da rendere inutile l’intervento del potente e decisivo editor? O piuttosto questi non se l’è più sentita di piegare l’amico al proprio gusto estetico?

A partire dal secondo libro Carver si misura con Lish ad armi pari. Il potere di Lish non è più quello di prima. Di fronte a sé ha un suo pari: un uomo di successo. Poco importa se gli interventi di editing di Lish fossero nobilitati da un’intenzione di natura “artistica” (cosa sulla quale vi sono pochi dubbi: Lish non piega i racconti di Carver ad un ipotetico gusto dominante, non li banalizza, tutt’altro: Lish sfrutta la materia che si trova davanti per inventarsi uno stile nuovo e “regalarlo” all’amico, evidentemente perché non era in grado di arrivarci da solo). Non ha importanza, perché il segno degli interventi di Lish è prima di tutto quello di una inaudita violenza culturale. Leggendo i racconti di Carver nella loro redazione originale si ha l’impressione comunque di trovarsi davanti un’opera rivoluzionaria, ad uno stile radicalmente nuovo. Il mondo dei racconti di Carver emerge dall’alcool della vita suburbana come un fantasma in cerca di riscatto, un derelitto che implori che gli sia riconosciuta dignità. Tutto questo c’è già tutto nella versione originale dei racconti di Carver.
Cosa ha fatto Lish? Li ha tagliati. Li ha deturpati, li ha, appunto, violentati, stuprati, soprattutto ha reciso con una noncuranza e una tracotanza incredibile, il rapporto intimo a tre, stabilito fra autore personaggi e lettore, che vivifica e rende un mondo realizzabile il sogno dell’artista. I personaggi mutilati da Lish sono marionette stilizzate che traducono la disperazione nella formaldeide di un grottesco museo di scienze naturali dove i reperti naufragano nel loro disastro esistenziale senza emettere suoni e lacrime (presenti, eccome, le lacrime, nei racconti originali).

Il che, lo ripeto, è un’operazione degna e possibile. E “nuova”. Ma che, nella fattispecie, toglie all’opera del suo autore una corrispondente ed egualmente degna – anzi, di più – forza innovativa che, oltre a individuare nuovi soggetti meritevoli di entrare nella storia della letteratura, li vivifica con la forza della pietà o della disperazione, che nella versione di Lish quasi sempre scompare. Oltre a innovare lo stile, rende questi racconti un’esperienza di empatia viscerale. Non sono d’accordo con Voltolini secondo cui amen se Lish in questo modo ha inventato il minimalismo, tanto peggio per il minimalismo. Lish non ha inventato il minimalismo, perché, se non si ha paura delle parole, minimalismo è solo un enunciato la cui definizione può essere declinata, senza alcuna diminutio, proprio per indicare il mondo degli (originali) racconti di Carver, nei quali la ricorsiva presenza di elementi minimi della vita quotidiana, il pellegrinaggio alcolico fra credenze dove dimorano apparentemente salvifiche bottiglie di gin, vodka e whisky, e divani rattoppati e giardini malcurati e finestre dalle tendine strappate, e vecchie carcasse d’auto e sogni sgualciti di riscatti fragili e davvero da due soldi, è davvero minima, rispetto alla grandiosità degli scenari trionfalistici dell’Impero di cui Carver e i suoi fantasmi sono cittadini.

Non avrei voluto entrare nel merito. Ma la tentazione è stata troppo forte. La lettura delle ultime due pagine di “Principianti” (il racconto che Lish ha trasformato in “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, ma leggendolo si capisce che The Beginners, sebbene meno accattivante è più pertinente al significato del racconto), dolenti, crepuscolari, in tono minore come il finale di un Lied di Strauss, come un racconto di The dead di Joyce, che andrebbero illustrate e fatte mandare a memoria in qualsiasi scuola di scrittura creativa – naturalmente tagliate da Lish – mi hanno forzato a testimoniare, anche se non ce n’è ormai bisogno, la mia umile fedeltà allo scrittore, e il disprezzo per il suo aguzzino.

(il titolo di questo pezzo è tratto da un brano del racconto Gazebo, versione di R.Carver, tagliato da G.Lish)

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Big deal, romanzo di Ezio Tarantino

23 aprile 2010 3 commenti

Dopo qualche piccola anticipazione pubblicata nei giorni scorsi, eccolo qui. Lo potete comprare su Amazon.com, se vi va.

Lettera aperta ad amici, colleghi, conoscenti e sconosciuti

bigDeal_cop1Come molti, e per molti buoni motivi, sono decisamente contrario all'autopubblicazione. Non solo quando bisogna spenderci soldi (una pratica insultante e immorale – anche se ai tempi di Leopardi o di Moravia era diverso); anche quando l'operazione non comporta – quasi – alcuna spesa.
Come nel caso di Lulu.com, o de ilmiolibro.it.

In questi casi la ripulsa è data dalla ovvia considerazione che siti come questi, non proponendo alcun filtro agli autori, non servono praticamente a nulla, se non a stamparsi alcune copie di un libro, da distribuire agli amici o ai parenti, o agli studenti in classe (in quest'ultimo caso penso, invece, che siano un'ottima cosa). E sarà così almeno fino a quando un autore conosciuto non decida di trascurare, almeno per una volta, il suo abituale editore, e pubblicare senza alcuna mediazione (e senza rinunciare alla distribuzione in libreria, visto che almeno Lulu la prevede, se si vuole) con uno di questi nuovi strumenti messi a disposizione su e dalla rete. Aspetto con ansia quel giorno. Penso che ne trarrebbero vantaggio in molti.
Ma, così come sono oggi, questi siti sono un'accozzaglia di vanity press, all'interno della quale nulla può significativamente elevarsi dal generale livello di assoluta mediocrità.

Allora perché stavolta ho fatto un'eccezione (ovviamente ritenendo – come tutti, immagino – di non confondermi con la circostante "assoluta mediocrità")?
Per provare. Volevo giocare con questo libro, che dedico non tanto all'indistinto lettore che ogni scrittore – o aspirante tale – immagina con gli occhi e le mani avidamente immersi nella lettura del suo libro; ma ai miei colleghi bibliotecari, e in particolare a quelli che come me si occupano di editoria elettronica. Un mondo un po' particolare, molto specializzato, stimolante (come si dice – non oso pensare l'oggetto dello stimolo), non molto divertente, almeno per me (non più), ma che sa offrire spesso spunti e occasioni che possono incuriosire, appassionare (perché no)  o semplicemente intrattenere la mente in complicati calcoli che per qualcuno sostituiscono il sudoku (non lo sto inventando, mi è stato detto).
Quindi, avendo in mente di dedicare ai miei amici o semplici conoscenti sparsi in tutta Italia (e non solo) questo divertente (e amaro) racconto, ho pensato che forse un tentativo poteva essere fatto.

Certo, avrei potuto distribuire un PDF sulla rete, sul mio blog, o semplicemente via posta elettronica.
Ma un libro è un libro! Ha una bella copertina (mia), un formato inimitabile, fa compagnia e sulla metro chi vi guarda sa cosa state leggendo. Altro che e-book!

E quindi eccolo qui. A vostra disposizione. Se volete potete acquistarlo su Amazon (carino no? è semplicemente un'opzione – gratuita – che offre Lulu.com, niente di che), al prezzo di circa dieci euro più le spese di spedizione.

Ma, essendo Big deal un libro che parla anche di open access lo potete pure scaricare gratis (non proprio, Lulu fa pagare circa 1 euro, vi giuro che non l'ho deciso io), in formato PDF, non ve ne vorrò… (potete fare anche entrambe le cose).
Vi avverto: il libro è in vendita anche su Lulu.com, ovviamente, essendo il mio "editore". Ma lì le spese di spedizione sono più alte e itempi di invio più lunghi. Consiglio Amazon.

Non voglio dirvi di più sul libro. Per molti di voi il titolo suonerà familiare. Si parla del nostro mondo, si parla di open access, ma non solo. Si parla anche di sogni, di aerei e di aeroporti, e di amore, naturalmente.

Molti dei miei colleghi immagino non conoscessero questo mio lato nascosto. Non ho molte cartucce da sparare per convincerli a non guardare al mio tentativo come a quello di un folle: ho pubblicato qualche racconto, ho vinto, o quasi-vinto, qualche concorso; ho quasi-pubblicato un paio di libri, e quello che penso e come mi relaziono ai libri lo potete leggere – è un invito retorico, s'intende! – sui blog dove scrivo da anni (Blog senza qualità e La poesia e lo spirito). Big deal è il mio quarto romanzo.

Non mi resta che augurare a tutti buona lettura!

Torneo

11 aprile 2010 4 commenti

Mi sono iscritto al Torneo Letterario Io Scrittore, organizzato dalla rivista Il Libraio.it, del Gruppo editoriale Mauri Spagnol (Garzanti, Guanda, Longanesi, Bollati Boringhieri, Salani eccetera eccetera).
Non so perché l'ho fatto. Forse perché una precedente eseperienza, organizzata dallo stesso editore, mi fruttò una inutilissima pubblicazione di un racconto (La telefonata) in una miscellanea che aveva come titolo Voci dalla rete (il libro fu presto ritirato dal mercato, o almeno così mi fu detto, tanto che io mi affrettai a comprarne una decina di copie pensando di far cosa gradita ad amici e parenti, ma le copie alla fine sono rimaste quasi tutte a casa mia. Ora comunque vedo che è acquistabile su IBS, come da link).

Iscrivermi oggi a un Torneo di questo tipo non è una cosa lontano dal puro autolesionismo, ed è una decisione facilmente riconducibile ad uno stato di quieta disperazione per quanto concerne i miei destini letterari. Ma c'è anche una percentuale di curiosità masochista.

Il Torneo è appena iniziato. Siamo tutti vincolati ad un ferreo anonimato, quindi non dirò nulla che possa identificarmi come autore del tale o del talaltro romanzo.
Funziona così: mi sono stati assegnati quattro titoli, solo gli incipit (non proprio una bazzeccola: 30.000 caratteri, spazi inclusi). Li ho votati (con un valore da 1 a 10), esprimendo anche un sintetico giudizio (500 caratteri, spazi inclusi).

Dopo questa tornata ce ne saranno altri 2, quindi in tutto ognuno avrà letto e giudicato il lavoro di 12 "colleghi". Dopo di che, quelli che avranno totalizzato nelle 3 manches il punteggio più alto accedono alla Fase 2.

A questo punto i concorrenti saranno raggruppati in gruppi di 5, e ci saranno 2 manches. Stavolta si dovranno leggere le opere per intero. Quindi a ciascuno ne toccheranno 8, se non interpreto male. Da questa seconda fase usciranno i 30 finalisti che finalmente saranno giudicati da una giuria composta da membri del Gruppo editoriale MS, che decideranno quale sarà il o i vincitore/-i. Nel frattempo i 30 superfortunati saranno pubblicati in formato e-book e distribuiti su IBS.it

In tutto mi sembra di aver capito che siamo in più di mille a concorrere pe l'ambito premio finale.
Più di mille.

Com'erano i 4 incipit che sono stato chiamato a giudicare? Pessimi. Dilettanteschi, inutili, molto lontani dalla decenza. Tre su quattro hano scelto una chiave stilistica che definirei brillante. In un caso anche comica. Purtroppo non si ride granché, anzi per niente. Sono tutti frutto di idées reçues, stereotipi raccogliticci senza un'ombra di esperienza personale e di urgenza esistenziale prima ancora che narrativa.
C'era da aspettarselo. Ma la domanda che mi ha sollecitato la lettura di questi testi è: ma che libri leggono questi che i libri vorrebbero scriverli? Quali sono le loro fonti di ispirazione? Perché vogliono tutti maledettamente far ridere? Fabio Volo?

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Il primato della letteratura

6 novembre 2009 3 commenti

"Ma che significa? Sappi che trascrivere così la realtà non ha senso! Ma neanche un fotografo fa così cacchio! Se qualcosa ti hanno trasmesso ispirato quelle due donne tu non sei riuscito a riferircelo!Perché scrivete così? Non ha valore!"

(commento anonimo, http://www.giuliomozzi.com/archives/2005/04/dramma.html)

Mozzi sono l'ultimo a scendereHo imparato una cosa, fra le altre, dai racconti di Giulio Mozzi, pubblicati prima in rete e ora raccolti in un volume (edito da Mondadori) dal titolo "Sono l’ultimo a scendere" (frase tratta da uno dei pezzi più belli, L’ultimo). Questa cosa riguarda la verità del testo letterario. La sua autenticità assoluta, che nulla ha a che vedere con quella del mondo reale: il testo è vero in quanto tale, non in quanto riferisce porzioni, o insiemi della realtà.

Si è molto parlato della presunta autenticità/non-autenticità di queste storielle. Chi lo incontra non può trattenersi dal domandargli: ma davvero ti è capitato questo? davvero il poliziotto ti ha risposto così? davvero gli hai detto questa cosa qui? ma davvero il tipo ti ha telefonato alle cinque di mattina chiedendoti quella cosa lì?
Non diversamente da tutti gli altri, anche io al principio avevo voluto immaginare queste storie come vere. Anche io, quando uscivano sul blog, mi sono affezionato a Giuse’ e Tonino, sperando che esistessero veramente (la vita sarebbe un po’ più vivibile, quantomeno, se esistessero poliziotti come Giuse’ e Tonino). Poi ho capito. Bastava credergli, a Giulio, che questo ci ha detto e ridetto fino alla nausea.

Il fatto è che Giulio, dicendolo, non era credibile. Per due motivi.

Il primo.
Giulio, come detto, ha pubblicato queste storie in un blog, un diario in rete. Su un blog uno che cosa racconta? cose che gli sono capitate, o che ha sognato, comunque frutto della sua esperienza. E poi venivano commentate come vere (vedi la citazione all’inizio), e non c’era verso: il valore del testo come tale era nulla in confronto al presunto valore documentale che gli veniva attribuito (da commentatori magari anonimi, o nascosti dietro identità fasulle – e sotto questa luce ancora più paradossale risulta l’operazione di Giulio: falsificare il vero all’interno di un mezzo che fa del vero il suo vessillo ma tollerando tuttavia il massimo del falso: fingersi un altro – cosa che infatti Mozzi, nei commenti, ha sempre stigmatizzato).

Il secondo.
Giulio ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per riempire queste storie di elementi autentici (i treni, i suoi "veri", innumerevoli viaggi, l’ufficio della casa editrice Sironi, a Milano, casa sua, lui, il suo nome, il suo numero di telefono). Per farle credere "vere".
Ci è voluto tempo e un po’ di cinico distacco per capire che il Giulio Mozzi dei racconti di Giulio Mozzi è il Nathan Zuckerman di Philip Roth (o meglio ancora: il Philip Roth del Philip Roth di Operazione Shylock, dove ci sono due Philip Roth e nessuno dei due è "vero", men che meno quello che pretende di esserlo di più: l’io narrante, non l’usurpatore, che lo è in modo fin troppo sfacciato, e quindi incredibile).

Non so dire se questo fosse lo scopo primo di Mozzi. Quello, dico, di educare all’estetica della fiction i suoi lettori. Di certo, la sua insistenza sull’elemento "vero", all’interno di una estetica di fiction proclamata (fuori dal testo, però!) fa sì che alla lunga il lettore capisca (si spera!) quanto sia inutile l’esercizio inquisitorio: questa parte qui è vera, da qui in avanti è inventata, questo è successo veramente, dai ammettilo…. E’ inutile e quindi ermeneuticamente sbagliato. Il testo è il testo, ci dice Giulio Mozzi, e va giudicato in quanto tale (lo stesso tipo di operazione che troviamo nel suo precerdente Fantasmi e fughe, ad esempio).

Certo, si rimane quantomeno perplessi, di fronte alla vera/falsa trascrizione della realtà in queste storie. Si rimane per forze, implicati nel desiderio di verità (prima ancora che di verosimiglianza: è verosimile una storia che si approssima alla realtà, falsificandone alcuni elementi all’interno di una struttura più o meno autentica, come nel caso del "neorealismo"; in questo caso, invece, per crederle non vere, ma solo verosimili bisogna fare uno sforzo intellettuale e di volontà proattivo: ci si deve proprio concentrare per separarsi dal mondo vero di Giulio Mozzi ed entrare in quello del personaggio Giulio Mozzi).
Voglio dire: è difficile, almeno per me, leggere questi racconti senza trovarsi invischiati in questo gioco dialettico.

Ho detto che Mozzi fa di tutto perché queste storie siano prese per vere. C’è un personaggio (l’io narrante, oltretutto) cui l’autore presta il 90% (forse più) della sua vita reale, a cui però capitano cose che, ci assicura, tranne che in un caso, non sono successe veramente. Anche se avrebbero potuto succedere, e forse sono successe, almeno in parte. Ma non è questo il punto.

La verosimiglianza, la credibilità (dichiarata nel sottotitolo della raccolta, che recita: "e altre storie credibili") non è una banale concessione alle aspettative dei lettori (voi pensate che queste storie siano accadute sul serio, io vi dico di no, ma vi vengo incontro: vi dico che esse sono assai verosimili, effettivamente avrebbero potuto succedere, ci siete andati vicino), ma la chiave per intercettare il rapporto fra  scrittura e finzione, tra vita e letteratura.
Quello che sembra affiorare dallo sviluppo delle vicende di questi racconti è il tentativo (riuscito) di duplicare la realtà, migliorandola. Si legge, fra le righe, il vizio ossessivo compulsivo di lanciare i dadi della realtà e far uscire sempre una combinazione vincente (più divertente, più commovente, più assurda, più utile – a far capire determinate cose), come se la vita "vera" in definitiva sia molto meno interessante o lo sia solo come spunto, fornitrice di materia prima, da manipolare affinché guadagni senso ("per il bene del racconto": si veda questo bellissimo passaggio da "Lune di miele", di Chuck Kinder, pp. 13-14).

La letteratura deve avere una funzione (una qualunque, tutte le estetiche ne prevedono comunque una: di autosufficienza, di relazione con i destini sociali del mondo, eccetera) e per Giulio Mozzi è quella di raccontare una vita possibile, credibile, quasi vera, ma illuminata da significati che riscattano la solitudine del silenzio che regna fra estranei, che qui diventa invece conversazione e quindi compassione, oppure scontro, quasi fisico, comunque: significato).
Da qualsiasi parte la si veda, alla fine è come se nelle sue storie Giulio Mozzi abbia voluto fissare in un quadro morale il mondo che pure – quasi sempre giustamente – castiga con la sua acribia dialettica, la sua severa pedanteria parossistica, da teatro dell’assurdo. Come se abbia voluto censire il peggio dell’umanità che si incontra, molto spesso senza alcun piacere, sul treno, o in autobus, o al telefono, per dargli una parte importante, però, sul suo palcoscenico. Senza sconti. Senza assoluzioni retoriche. Ma dandogli voce, mettendola anche in ridicolo, ma in modo da risultare funzionale alla costruzione di una narrazione, di un discorso, una logica.

Riscatto che, chissà, forse vale anche per il suo autore. Si legge infatti in chiusura del racconto del 12 settembre 2003, Non io, costruito su un ripetuto scambio di persona (innumerevoli volte Giulio Mozzi in questi racconti viene preso per qualcun altro): "Decisamente, ieri ero poco io. O sembravo molti altri. Ma appena si scopriva che ero io, non interessavo più. Mah."

Come in "F for fake" di Orson Welles il massimo grado di finzione non è dunque la fantascienza, ma il massimo possibile di realtà, la finzione che si spaccia per autentica. In questo sta il primato della letteratura per Giulio Mozzi.

La narrativa italiana (e altre annotazioni sulla natura dello scrittore in generale)

2 settembre 2009 7 commenti

I sempre interessantissimi dibattiti sullo stato/tendenze della letteratura (della narrativa, in particolare) italiana (come questo e questo su Vibrisse) mi confermano tutte le volte quanto penso da tempo, e cioè che il nostro spazio letterario (in senso esteso, comprendente scrittori, critici, lettori forti, commentatori di lit-blog) sia popolato da persone dotate di grandi capacità sul terreno della speculazione teorica, ma da pochissimi buoni narratori.

Questo perché per essere bravi speculatori (e nei commenti ne trovo ogni volta di bravissimi, e mi sento in difficoltà di fronte alla loro preparazione e acribia) basta in fondo lo studio, la passione e l’applicazione passiva (oltre a ovvie, naturali doti di intelligenza), mentre per essere un buon scrittore, fra altre cose che ora non mi vengono in mente, occorre di sicuro conoscere a fondo l’animo umano, vivere intensamente una vita di profonde relazioni, avere una Visione del Mondo, molta cultura (ottima conoscenza dei classici oltre che dei contemporanei), molta tecnica, amore per il prossimo, una grande fiducia in se stessi e nello strumento della scrittura, molta fantasia, non avere paura dei fantasmi e dei mostri (quelli che popolano la propria e l’altrui coscienza), sapersi scegliere un Maestro cui far riferimento senza pudore, condividere la propria passione con un gruppo di simili, essere dotati di qualche lieve turba psichica, oltre che a un grande desiderio di raccontare delle storie.

A me pare che in Italia quasi mai si verifichi la presenza simultanea di tutte queste caratteristiche.
Eppure basta che ne manchi una soltanto e la qualità del narratore inesorabilmente scade.
L’unico argine allo scadimento del valore dello scrittore a fronte della carenza di una o più delle suddette caratteristiche è essere un genio. Purtroppo troppo spesso sembra che lo scrittore italiano faccia ricorso a questa estrema risorsa, in mancanza di altre, come fosse un bene disponibile e duttile e non come un dono del cielo.

La presenza di buoni scrittori è contagiosa. Per cui la carenza di buoni scrittori è un buon motivo per giustificare la carenza di buoni scrittori.
Un buon giovan scrittore infatti deve possedere anche questa caratteristica, quella di saper emulare (copiare?) sia il proprio maestro, sia il vicino, l’amico che ha sfondato.
Bisogna saper imparare dai propri simili, a chi compie lo stesso tratto di strada. E’ un talento pure questo.

Mi si dirà: ma visto che la letteratura è una, essendo distribuita attraverso le traduzioni in tutto il mondo, questo effetto di reciproca illuminazione non può avvenire anche a distanza?
No. Primo, perché, come è noto, esistono misteriose alchimie che tengono stretti l’uno all’altra stile, lingua e contenuto. Per cui non è sufficiente copiare lo stile di David Foster Wallace o di Dave Eggers per dire di essere come loro e traghettare la letteratura verso le sponde di una maturità espressiva di respiro internazionale.
Secondo, perché – di nuovo – l’aspetto emulativo in molti casi agisce in assenza di una o più delle caratteristiche sopraenunciate, divenendo l’unico ancoraggio (estremamente debole) al quale lo scrittore si appiglia.

Io sono pessimista.