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L’ordine è ormai ristabilito

26 settembre 2010 Lascia un commento

Dal “Piccolo”, edizione pomeridiana del Giornale d’Italia, pagina 2.

“Brillante operazione della Polizia” (l’occhiello) Il titolo: "Movimentato arresto di un ladro di gioielli". L’articolo: "Una brillante operazione di polizia è stata rapidamente condotta dagli agenti dell’Ufficio compartimentale delle Ferrovie dello Stato della Stazione Termini.
La Signora Lucia Sette, in Perez, fu Filippo, mentre viaggiava sul treno numero 7 (strana coincidenza) proveniente da Torino, veniva borseggiata da ignoti di una preziosa collana di platino di ingente valore e della somma di L. 1600.
La signora Perez si avvedeva del furto subìto, solamente al suo arrivo a Roma.
Il funzionario e gli agenti di Polizia si mettevano subito in movimento e dopo attive indagini, nella stessa giornata di ieri riuscivano ad identificare il ladro. Questo veniva raggiunto proprio mentre stava perlascaire Roma a bordo di un treno in partenza.
Veniva egualmente acciuffato e condotto all’ufficio di P.S. Perquisito, veniva trovato in possesso della preziosa collana di platino e del denaro.
Il ladro si chiama Teodoro Perrone, pregiudicato, di Francesco, di anni 33, da Brindisi e residente a Genova…”

Sempre da pagina 2.
Le cause dell’affollamento dei tram secondo l’ATAG. La soppressione dei biglietti a terra.

A centro pagina lo stelloncino pubblicitario di “Inviati speciali” (Al Capranica). Di fianco, la lista dei cinema di Roma (sono più di sessanta). All’Acquario “Il porto delle nebbie”, All’Altieri “Imputato alzatevi”, All’Augustus “Gian Burrasca”…

Altra notizia: I tagliandi per le uova. "A completamento di quanto comunicato ieri mattina si informa il pubblico che in sostituzione della carne bovina, si farà luogo domani ad una distribuzione straordinaria di N.2 uova a persona che potranno essere prelevate presso i dettaglianti scelti con la prenotazione rinnovata nel mese di agosto, mediante utilizzazione del tagliando n. 35 della carta annonaria…"

E già. Quella che ho sottomano è una copia spiegazzata, riemersa da un restauro di un appartamento, accartocciata dentro un muro, di un giornale del 14 settembre 1943. Una settimana dopo l’armistizio, Roma, come recita il titolo di spalla della prima pagina, “ha ripreso la sua vita normale”. E il sommario: “I servizi pubblici completamente riattivati. Il collegamento col Lido riattivato stamani… I Mercati generali funzionano. Segue un perentorio invito “alla popolazione di Roma di riprendere il lavoro”:

“Il comandante germanico generale Stahel comunica: Il Maresciallo Badoglio, violando le solenni assicurazioni date sino all’8 settembre, ha rotto il trattato di alleanza e ha cercato di abbandonare al nemico il popolo italiano. Le Forze Armate tedesche hanno assunto la protezione del suolo italico. Elementi incoscienti e criminali si sono opposti alle truppe germaniche e le lotte che ne risultarono si estendevano – contro la volontà delle Forze Armate tedesche – anche nella città di Roma. L’ordine è ormai ristabilito.”

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Come si fa politica

Buttiamo giù le case di Tor Bella Monaca e ricostruiamole!
Questo il proclama – un po' folle – del sindaco di Roma Alemanno.
Ai non romani giova dire che Torbella (come viene comuemente chiamata quella zona) è una periferia piuttosto bruttina e parecchio "degradata".

L'idea è stata variamente commentata. Quasi sempre per osteggiarla in nome di sentimentalismi ideologici sterili, o aspettative importanti ma marginali, forse, rispetto a un problema che a me, specie dopo aver ascoltato alla radio la testimonianza di una ex consigliera del parlamentino di zona, di sinistra, pareva prioritario: la vivibilità della casa. Non del quartiere, ma proprio della propria abitazione. Dell'appartamento dove si dorme, i mangia, si studia. Si vive.
Sì, facciamo i servizi, ricostruiamo il tessuto connettivo sociale, ripuliamo il quartiere, ripartiamo dalle energie (rivluzionarie, s'intende) presenti sul territorio (che credo voti in massa per il PdL).
Questo, per esempio, il succo di un articolo del maestro ideologo per eccellenza, Ascanio Celestini. Che ha paragonato l'auspicato abbattimento delle case ad altri più noti sventramenti di epoca fascista.
Il problema è che nelle case di Torbella ci piove dentro, si crea muffa e condensa, perché i muri non sono muri, ma lastre di cemento precompresso giustapposte (male) l'una alle altre, che non traspirano. Lì dentro la gente soffre. Non fuori. Dentro.

Perciò la proposta non mi sembrava assurda. Negli Stati Uniti si fa. In Francia si fa.

Ecco però che domenica, sulle pagine romane di Repubblica, è uscito un articolo dell'ex assessore all'urbanistica delle giunte Veltroni, Roberto Morassut.
Cosa dice Morassut? Non fa discorsi ideologici. Semplicemente spiega come realmente stanno le cose.
Altro che rendere le case vivibili. Altro che operazione alla francese. Altro che riqualificazione della zona.

L'azione di Alemanno appare studiata nei minimi particolari.

La proposta nasce infiocchettata (io stesso, come ho ammesso qualche riga fa, pensavo che l'argomento fosse forte e degno di non essere liquidato con la facile ironia dei Celestini): il quartiere, ha detto il sindaco a Cortina d'Ampezzo, "andrebbe raso al suolo" perchè è stato "costruito con meccanismo di prefabbricazione, con il risultato che oggi piove dentro e i prefabbricati non tengono più. Se abbiamo terreni e aree per poter costruire a fianco a Tor Bella Monaca un'altra area, sarà sicuramente una decisione che non incontrerà critiche degli abitanti".
Il corsivo è mio: se abbiamo terreni e aree per poter costruire…

Ecco il cuore del problema.Tutto nasce, racconta l'ex assessore all'urbanistica, da un debito contratto, anni fa, dal comune, a seguito di un lungo contenzioso per mancati indennizzi ai proprietari della zona.
Ora, per azzerare il debito, i palazzinari interessati hanno proposto, non oggi, non ieri, ma già ai tempi delle giunte Veltroni, una bella compensazione, gaurda caso proprio nella zona indicata da Alemanno. Una compensazione, da realizzarsi all'interno di un'area ancora appartenente alla Tenuta Vaselli (la famiglia di latifondisti più importante della città, arricchita negli anni grazie alla vendita di terreni e case costruite in modo più o meno irregolare in ogni zona della città – il cui capostitpite, il "Conte" Romolo Vaselli, nato carrettiere, presidente della A.S. Roma negli anni 50, finì poi aggregato alle patrie galere come mafioso), che azzererebbe il "debito fuori bilancio" e permetterebbe di costruire metri cubi su metri cubi in un modo che risulterebbe "devastante" per l'intera zona, oltre che del tutto al di fuori dai vincoli del nuovo piano regolatore.

Perché non fare lo stesso discorso per Corviale, ad esempio? Si chiede Morassut. Perché vicino al "serpentone" di Corviale non ci sono aree sulle quali edificare un Corviale 2. 
Perché chiudere il presidio di polizia di Tor Bella Monaca? Perché non utilizzare i fondi ancora disponibili per la zona (400 milioni derivanti dai cosiddetti "articoli 11", quelli destinati alla riqualificazione urbana di determinate zone della città)?

Tutto sembra voler fare intendere che su Tor Bella i giochi sono fatti.
Alemanno ha prima lanciato il sasso. Poi, ieri, a RaiTre, è tornato sulla questione. Sta formando il consenso. Sta gettando le basi di un lavorio che produca assuefazione alle parole d'ordine e indifferenza per le ragioni di chi si oppone.
Speriamo che chi si opporrà lo faccia con gli argomenti seri, fattuali, di Morassut, e non con la bizzarra allegria dei naufraghi di chi sogna un mondo che non esiste.
Questo certo non risolverà il problema delle condizioni di vita nelle case di Tor Bella Monaca, ma si sarà impedito un ennesimo scempio del territorio a vantaggio di pochi e con improbabili vantaggi per molti.

Presso un Punto Autorizzato Metrebus

21 aprile 2009 1 commento

Questo pomeriggio andrò presso un Punto Autorizzato Metrebus per farmi cambiare la tessera magnetica dell’abbonamento annuale, che da qualche tempo è difettosa.
Funziona una volta sì e dieci no. Ogni volta devo farmi aprire le sliding doors da un addetto che in cuor suo pensa che o non ho la tessera, o che ho l’abbonamento oscaduto e sto facendo la scena. Comunque non potendo provarlo alla fine mi apre. Ma è quantomai imbarazzante, se non umiliante.

Appoggiando la tessera sul sensore, anziché illuminarsi di verde e aprire le porte, il tornello comincia a ululare un fischio acutissimo e minaccioso, la luce rossa comincia a lampeggiare e le porte ovviamente restano sbarrate. Dietro di me si forma una coda di viaggiatori spazientiti, e a me tocca farmi da parte, riprovarci, due tre volte. Se sono fortunato all’improvviso, come per magia, la luce si fa verde e le porte si aprono come le acque del Mar Rosso. Ma, appunto, di miracolo, vero e proprio, si tratta.
Ho già provato a farmela cambiare una volta, ma l’addetto l’ha provata sul suo tester e quella volta, manco a dirlo, ha funzionato perfettamente.
Ogni volta che vado al Punto Autorizzato Metrebus la  maledetta  funziona sempre.

"Gliela posso anche cambiare", mi ha detto quella volta l’addetto, "ma le costa cinque euro, perché  per me è buona".
"No, lasci perdere", ho risposto incassando la testa nelle spalle insieme alla delusione.

Così oggi pomeriggio andrò lì intenzionato a farmene dare uan nuova senza pagare neppure un centesimo, ovviamente.
"Non funziona", dirò all’addetta dai capelli biondi con una divisa maschile che non le dona. "O meglio, funziona una volta su dieci, ma non ne posso più, oltretutto mi fa perdere un sacco di tempo."
L’addetta dai capelli biondi la proverà sul suo tester e mi dirà: "per me è buona, ma se vuole ne può fare un duplicato, le viene… "
"Cinque euro, lo so, ma la tessera, mi creda, non funziona. Non può dire che funzioni una tessera che funziona una volta sì e dieci no. Non le pare?"
"Per me funziona, non posso dargliene un’altra", mi dirà lei.
"Senta, lei mi deve credere. Non funziona."
"Ma io che ci posso fare?"
"Cosa ci può fare?" le domanderò io. "Me la cambi. Prende questa, la taglia in due con le forbici come si fa con la carta di credito scaduta, scrive sul suo modulo che era guasta e me ne dà una che funzioni, questo può fare. Ma lo sa qual è il problema?" Lei mi guarderà con l’occhio smarrito. "Che lei non mi crede. Non crede che questa tessera funziona una volta sì e venti no. E sa perché non mi crede? Perché per lei io non sono un cliente, ma un fastidio, un peso, un costo addirittura, se non fosse che sono io che scucio 240 euro all’anno per avere una tessera che non funziona e che mi costringe ad umiliarmi ogni mattina chiedendo all’addetto del box di stazione di aprirmi le porte con il pulsante segreto che tiene nascosto sotto le gambe. E io non sono un cliente perché in questo settore non esiste concorrenza, cara signora o signorina, e non essendoci concorrenza io sono un servo, non un cliente e lei non avverte la necessità di accontentarmi, non gliela insegnano proprio questa attitudine, anzi forse le insegnano il contrario, perché lei sa, voi sapete benissimo che non ho alternativa. Che alternativa ho? A chi posso rivolgermi, se nel trasporto locale non c’è concorrenza? Che alternativa ho? Andare a piedi? Così mi tocca", continuerò mantenendo una calma che a poco a poco la manderà fuori giri, "prendere questa pulciosissima metropolitana, accettare il fatto di aspettarla sei minuti nell’ora di punta – roba da quinto mondo – di stingermi fra i cappotti e le ascelle degli altri passeggeri e farmi sentire dire allontanarsi dalla linea gialla di sicurezza tutte le mattine e non ostacolare la chiusura delle porte treno in partenza! A me! O accettare di ascoltare quella voce orrenda, uscita lato…. sinistro! (chiunque abbia preso la Metro A  Roma sa di cosa parlo), ma chi avete scelto come speaker? Cino Tortorella? Giovanni Muciaccia con la voce di quando sarà in pensione?  A chi deve sorprendere ogni volta con quel tono furbetto e gioviale da festa di bambini delle elementari? E tutti quei jingles nelle stazioni, e i notiziari di Roma Radio Notizie, e le canzoni anni ottanta? ma chi le sceglie? Ma non si può avere un momento di raccoglimento? una pausa dal frastuono e dal logorio della vita moderna? E’ mai stata a Berlino?" le chiederò dopo una breve pausa teatrale, "A Berlino, ha capito bene. Lassù la metropolitana è silenziosa. Nelle stazioni periferiche si sentono i passi dei pochi viaggiatori che aspettano (un paio di minuti al massimo) che arrivi il treno. Si sente il lieve ronzio degli impianti di areazione e uno starnuto risuona come un segnale antiincendio. Nei vagoni prende il segnale del telefonino, ma i viaggiatori lo usano con discrezione e le stazioni sono annunciate senza farti venire l’ansia. Devo andarmene da questa città, da questo paese per sentirmi considerato degno della attenzione di qualcuno? Lei dunque mi suggerisce di emigrare? Di cercare fortuna altrove?
Avanti, mi cambi questa tessera e non la faccia tanto lunga."

Appena cala il buio

25 gennaio 2009 3 commenti

La campagna elettorale di Alemanno, tuta centrata sulla "sicurezza" mostra oggi, drammaticamente, i suoi limiti, la sua tragica natura di imbroglio. Bello e buono.
Per almeno tre motivi quello di Alemanno e della destra tutta, non era stato altro che uno sterile abbaiare.

1) Roma era una città relativamente tranquilla, almeno a paragone con le altre più importanti metropoli mondiali, da Londra a New York, a Parigi. Che ci fosse una "sensazione" di crescendo della violenza ai danni di inermi cittadini era vero, ma la "sensazione" era sbagliata.

Roma è diversa dalle altre città, per una ragione secondo me abbastanza chiara per chi ci vive: a Roma, come in altre grandi città del sud, il contesto sociale all’interno del quale "normalmente" (per motivi storici, sociali ovvi) nasce e sviluppa la violenza privata è storicamente incluso nel tessuto della città. Roma è città popolare: il "popolo" non è antagonista della società civilizzata e borghese; il "popolo" coincide con l’idea stessa di città. Non è relegato da qualche parte, lontano, in banlieu divenuti con gli anni fortini della ribellione sociale. Non che non vi siano, a Roma, terrificanti periferie; ma l’humus cittadino è più complesso e mescolato.
Roma di Fellini racocnta benissimo tutto questo (non che il "popolo" sia naturalmente violento. Ma da che mondo è mondo la violenza attecchisce laddove è più alto il bisogno – è una malapianta della sottomissione sociale).
Questo dato caratteristico si va modificando ovviamente con l’arrivo delle comunità straniere che troppo spesso, purtroppo, per varie ragioni sono caratterizzate per un elevato tasso di violenza (specie sulle donne).

2) Ora, di fronte ad una sensazione sbagliata è stato facile per un Alemanno, che non pensava minimamente di vincere quelle elezioni, tuffarsi e "cavalcarla", come si dice in questi casi. Abbaiava, Alemanno, non cercava neppure di portare la questione su un piano di realtà. Cercava il consenso umorale di elettori impauriti. Tutto lì.
E’ stato un errore tattico enorme. Perché, nel contesto di una città relativamente tranquilla promettere la soluzione finale significava promettere che sarebbe stato impedito anche il più piccolo episodio di violenza, siginificava garantire la sicurezza pressoché totale. Il che, come si capisce, è semplicemente impossibile.
E così al primo caso di (purtroppo inevitabile) violenza la sua promessa si è rivelata inesigibile. Il suo approccio populista lo ha portato a promettere ciò che non avrebbe mai potuto mantenere. Il suo imepgno era la di fuori del possibile.

3) Perciò non gli resta che, letteralmente, militarizzare la città. Ogni angolo oscuro, ogni più recondito anfratto. Ogni strada del centro e della periferia. Uno scenario inquietante (e interessante, narrativamente parlando, se non ci fosse di mezzo la vita delle persone).
Errore madornale.
E’ ovvio che la sicurezza non si governa con i blindati. Lo può pensare una dittatura, non funziona così in democrazia. In democrazia a Primavalle, o a Torrevecchia, o a Tor Bella Monaca, si organizzano servizi sociali, si rendono le strade un luogo d’incontro interculturale e interrazziale, si consegnano alle associazioni le chiavi del quartiere, finanziando tutto ciò che può servire a fare uscire le persone, non a farle rinchiudere dentro casa. Perché è quando la gente si rintana in casa che le strade si fanno deserte ed è allora che al primo che si avventura là fuori qualcuno taglierà la gola.

La città ereditata dalle giunte di centrosinistra era una città con molti problemi irrisolti ma sostanzialmente allegra, non conflittuale. Una città vitale, piena di iniziative nei quartieri e nel centro.
Ora non si vede più nulla di tutto questo. Ora vedremo soldati andare su e giù con i loro pesanti anfibi, le loro cinture tecniche, i cappellini scivolati e mani grossolane,che sorridono ai passanti, alla "gente onesta" che si fida di loro, che li ringrazia, e va a rintanarsi in casa, appena cala il buio.

Estate a Roma

2 luglio 2008 2 commenti

Poi a un certo punto comincia il vento. Più o meno a quest’ora, poco dopo l’una.
Allora, se ti trovi un posto all’ombra hai garantite quattro o cinque ore di puro benessere, al riparo dala caldo.
Ne approfittano allora le donne anziane. Con la loro vestaglina senza maniche, a fiorellini, allacciata in vita, le gambe pallide e tozze e le ciabatte, si trovano un posto dove sedersi e lì stanno in chiacchiere sventolandosi e sopportando la vita in generale.
I bambini più piccoli, in canottiera, ancora non hanno l’autorizzazione di scendere in cortile che farebbero troppo chiasso e suderebbero troppo. Allora trafficano annoiati con i giochi invernali, come in una inerzia che trasforma la percezione delle cose. La penombra della casa è un lutto necessario e avvolgente.
Ogni tanto qualche bambino va a sedersi vicino alle donne in chiacchiere e ascoltano, senza badare troppo a quello si dice, ma non dimenticando niente.
C’è sempre una questione su una zia, un nipote, un medico, una commessa incinta, un negozio che ha chiuso. Di malavoglia fanno un favore alla nonna, si ostinano sul Nintendo DS, si grattano i capelli a spazzola.
Poi, più tardi, quando il cielo si è velato d’afa, grigiore diffuso stinto e gravido di umidità rappresa, ritorneranno le donne più giovani dal lavoro, sudate ma di buonumore, e più tardi ancora i padri, con un cocomero in una busta.
Poi, a un certo punto, il vento cala. Di colpo, così come è arrivato. E il caldo sciama fra le cose e le voci sempre più lontane e tintinnanti fra le stoviglie e le pentole che sbuffano calore mentre cuociono i fagiolini. Si aprono le finestre, ma non serve. Si spengono le luci, resta solo quella azzurrognola della televisione, e i volumi alti si mescolano nel cortile interno, fra le urla di rimprovero e le risate dei ragazzi più grandi.
I bambini più piccoli si attardano in gruppetti separati dai grandi. Hanno scordato tutto, non hanno preoccupazioni, l’estate è comunque la cosa migliore che possa capitare, e il loro spazio e il loro tempo è sconfinato.

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Tramonto

7 settembre 2007 3 commenti

Ieri sera a Roma (cliccare per ingrandire – su Flickr)

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Oggi alla Sapienza

un_cielo_della Sapienza1

o anche
Minerva1

e c’era pure Oreste Scalzone
scalzone

(sulla destra Caruso, il disobbediente)
(cliccare per ingrandire)

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