Archive

Posts Tagged ‘mafia’

Finitòria al Salone del libro di Torino

11 maggio 2011 1 commento

5705002819_43daa280ea Domenica pomeriggio, alle 16,30, presso lo stand di Simplicissimus Book Farm (uno dei più agguerriti sostenitori della diffusione degli e-book in Italia), verrà presentato il mio nuovo romanzo, Finitòria, pubblicato dall'editore Nulla die, di Piazza Armerina.

Per ora il libro è disponibile solo in formato e-book, ed è acquistabile qui:
http://ultimabooks.simplicissimus.it/finitoria.

Ma cos'è Finitòria?
Cominciamo dal titolo.
Finitòria, in alcuni dialetti meridionali, fra cui quello siciliano, significa “alla fine”, “verso la fine”, "rimanenza". Si può riferire a cose o a situazioni. O a sentimenti.

E' una storia siciliana, molto siciliana e al tempo stesso poco siciliana (almeno spero). Un tentativo di far parlare siciliani che non parlano in dialetto, che vivono nella/contro la mafia ma senza picciotti e lupare. Un libro contro la mafia come sottocultura diffusa. E non solo in Sicilia. Un sogno di riscatto fallito. O forse no.

Professionisti dell’antimafia

I professionisti dell’antimafia esistono. Ma non sono “professionisti”, come in un modo assai imprudente e leggero volle intendere Leonardo Sciascia, per strumentalizzare per i propri scopi personali la loro attività, appunto, professionale. Non per trasferire da un piano pubblico ad uno privato la loro missione.
I professionisti dell’antimafia sono professionisti in opposizione ai dilettanti dell’antimafia; o per meglio dire, ai farisei dell’antimafia. O per dire ancora meglio: ai parassiti dell’antimafia.
Chi sono, costoro? Sono la stragrande maggioranza dei siciliani ignavi, onesti fra le loro linde quattro mura con balcone sguarnito di piante e fiori. Nel loro metro quadrato di parcheggio dei caravan in disuso dove passano l’estate nell’una volta immacolato litorale che accompagna Palermo verso le montagne; sul ciglio della strada che sale a Monte Pellegrino dove il Primo Maggio, o a Pasquetta, o il 25 aprile apparecchiano tavolini imbanditi di ogni bendiddio utile a sfamare tre generazioni di esseri quasi-umani sovrappeso; come peraltro sulla spiaggia di Mondello, o di Capaci, o Cinisi, dove gazebo chiusi ai quattro lati con pesanti teli da mare proteggono il sonno avido e arrostito dal vento bollente, di arancine agonizzanti, di timballi di pasta al forno massacrati da bocche sformate.

Facile fare della facile ironia sulla popolanità straripante e immarcescibile del siciliano (del palermitano, in particolare) medio. Ma la natura barbara, o quantomeno pre-moderna della Sicilia mafiosa va cercata fra gli usi e i costumi eternamente ripercorsi da generazioni che da quelle precedenti ereditano il piacere del vizio grossolano, ma soprattutto dell’ignavia, della più assoluta indifferenza verso il mondo, verso ciò che non è consumabile nell’ambito della propria cerchia familiare allargata (ai cognati, ai generi, alle nuore). Un mondo deforme e replicato all’infinito che non garantisce alcuna possibilità di redenzione sociale. Né la cerca. Un mondo di gentilezze insospettabili, pigrizia atavica e menefreghismo. Di insofferenza verso ogni forma di stato: leggi, regole, rispetto degli altri. Un mondo che esiste, credo, in ogni società, e sotto qualsiasi latitudine, ma che qui si eleva a sistema, si fa maggioranza, coincide con la società stessa, non ne è un’appendice folkloristica e, in fin dei conti, innocua.

La novità è che molti di costoro sono nel frattempo diventati simpatizzanti dell’antimafia.
Non frequentando, per meri motivi di non-opportunità, il mondo mafioso (non sono titolari di negozi, non hanno fatto debiti, non vivono nei quartieri malfamati), hanno sviluppato una mediocre sintonia con il sentire comune nazionale, che vede nella mafia il cattivo e nei giudici e nella polizia il buono che salva gli onesti (tutti noi).
Un cattivo che resta tale fino a quando non entra, per qualche motivo, nella propria vita, e allora le carte vanno rimescolate, s’intende.
Il giudizio su Falcone e Borsellino è unanime. Il cordoglio altrettanto. Ma di cosa stiamo parlando? Della delega in bianco e assoluta di un dovere civico per il resto totalmente assente. Una declassificazione (paradossalmente) del problema mafia a un fatto di omicidi, traffico di droga, crudeltà efferate e facilmente esecrabili come quella di far sciogliere un ragazzino nell’acido. Tutto questo è male. Chi, fra i buoni, onesti appartenenti alla pancia grassa della piccola borghesia siciliana non si direbbe d’accordo, ormai?
Messa a posto la coscienza (giudici, “professionisti dell’antimafia”, siamo con voi, continuate così, la mafia va colpita, i cattivi vanno assicurati alla giustizia!), assicurato il problema oscuro della Mafia a un piano “alto”, remoto, non intersecante neppure per sbaglio la propria dimensione esistenziale (nessuno – che non sia effettivamente colluso – dice più: “la mafia non esiste”, la mafia esiste e fanno bene a combatterla: gli altri), l’esercizio dell’antimafia farisea, annacquata e delegata convive serenamente con la più radicale incultura civica che si può riscontrare nell’Europa occidentale (probabilmente in coabitazione con quella accertabile in altre regioni dove la criminalità organizzata è più forte dello Stato, ma non avendone diretta esperienza, come invece ho della Sicilia, non azzardo confronti). Coesiste con l’ancestrale disprezzo per la cosa pubblica, con la chiusura opulenta e miserabile ad ogni richiamo alla partecipazione a tutto ciò che è culturalmente moderno (la regolazione per legge dei rapporti interpersonali, l’accettazione di cambiamenti sociali ormai acquisiti come l’omosessualità, la maturazione del ruolo della donna…: cose banali, ma non qui). La società, la mentalità, per dirla facile, siciliana è irrimediabilmente ancorata a schemi eterni che convivono, collidono, coincidono con il sentire, con la cultura mafiosa, insomma ne costituiscono le solide fondamenta.
Purtroppo.
E non la gita fuoriporta, o l’allegra brigata sulla spiaggia di Mondello, ma la sporcizia che viene placidamente dispersa sì, il vuoto di un inesistente altro da questo, sì, l’incredibile ottusità e arroganza che rende sciolti da ogni vincolo di legge e si ritiene giusto fare quello che più pare e piace, questo sì.
Ogni giorno, in ogni momento la vita in una grande o piccola città della Sicilia mette i siciliani alieni, i resistenti coraggiosi quanto tragicamente prossimi al fallimento (e infatti molto spesso emigrano), di fronte all’incultura paramafiosa che ingrassa il meccanismo perverso e primitivo di questa terra. Nel quale i “cattivi” sguazzano e comandano indisturbati, perfino tolleranti. Si dice che in alcune città, medio-grandi, i commercianti non paghino il pizzo perché il capomafia – nato da quelle parti – così ha stabilito, assicurandosi la fedeltà implicita di tutti i cittadini-sudditi che godono della pax mafiosa come un regalo di un principe, magari invisibile, ma poi nemmeno tanto sconosciuto e misterioso.
La regola numero uno di questa convivenza civile sui generis è non mettersi nei guai pubblicamente, non ostacolare il legittimo diritto di chiunque a fare ciò che vuole, mai rivolgersi alle forze dell’ordine per rivendicare un diritto. Le cose si appianano diversamente, o si sopporta, oggi a me domani a te.

In questa melma senza risurrezione ogni anno vengo, come un innamorato pervicace, a misurare il mio grado di attaccamento alle origini. E alimentare il desiderio di essere vicino agli amici siciliani che, strenuamente, con le loro cento agende rosse, cercano di essere altro, di non essere tifosi dei professionisti, ma professionisti essi stessi, con l’esempio quotidiano, dimostrando che se un'altra Sicilia è impossibile, almeno altri siciliani sì.

Categorie:-, sicilia Tag:,