Gli indifferenti, di Alberto Moravia

20 settembre 2016 Lascia un commento

Alberto Moravia, Gli indifferenti, 1929

[le letture del martedì di RdB]

Alberto Moravia sulla spiaggia davanti alla sua casa a Sabaudia, 21/10/1977

La crisi della borghesia italiana, si sarebbe detto negli anni Settanta (ma lo si può dire anche oggi).

Mariagrazia, la madre, ha un amante, lo spregevole Leo, che seduce la giovane Carla, figlia di Mariagrazia; l’altro figlio, Michele, assiste, appunto, indifferente. Vengono in mente la battuta di “La Ricotta” che Pier Paolo Pasolini fa pronunciare a Orson Welles (“Che ne pensa della società italiana? Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa) e gli inverni di famiglia in un interno di Luchino Visconti.

È un gran bel romanzo, pubblicato quando Moravia aveva appena ventidue anni e che contribuì a peggiorare il rapporto dello scrittore con il fascismo. È una storia di interni: saloni, ingressi, corridoi, camere da letto, vestiboli. Dominano il bianco e il grigio, in ambienti dove non c’è mai il sole. Moravia descrive le tensioni tra i personaggi creando un’atmosfera quasi da giallo. Il lettore vorrebbe uscire, scappare via, desiderando una scena all’aperto – che non arriva mai – dove i quattro possano sfogare i loro nervi. Tutto si muove lentamente, come se i personaggi, a parte Leo, si muovessero nella bambagia.

Restano indimenticabili alcune scene. La prima notte nella quale Carla va a letto con Leo; Carlo che sogna il processo cui è sottoposto per aver ucciso Leo; Carlo che spara a Leo, ma si dimentica di caricare l’arma. Carlo appartiene a quella categoria dell’”inetto” che domina tanta letteratura italiana tra fine Ottocento e inizio Novecento: si pensi a “Senilità” di Italo Svevo.

Nel 2017 saranno passati 110 anni dalla nascita di Moravia. Iniziamo a celebrarlo rileggendo quella che è probabilmente la sua opera maggiore.

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“Americani so’ forti” (anche nel soccer)

[di RdB]

stadioIllinoisEccoci nel Midwest americano, nell’Illinois, ad assistere a una partita di calcio giovanile (16-17 anni). Si sfidano due scuole pubbliche. Lo stadio è bellissimo, pulito, con una capienza di circa 5.000 posti: due tribune, niente curve. Il campo è di erba sintetica, perché gli inverni di qui rendono complicata la gestione dell’erba naturale. Sul campo prevalgono le linee, per noi incomprensibili, del football americano. Si fa fatica a discernere le linee del soccer, tracciate in giallo. Ci si preoccupa un po’ per l’arbitro: come farà a vedere se un fallo è in area o fuori con tutte quelle tracce sul campo che si sovrappongono come in uno scarabocchio di Paul Klee?

È ora di iniziare. Le due squadre, i bianchi e i verdi, sono disposte al centro del campo. Inno nazionale americano, seguito con attenzione sacra da tutti; per questo è clamorosa negli USA la protesta di questi giorni di alcuni giocatori afroamericani del football che non hanno cantato l’inno (da noi non ci sarebbe stata nessuna polemica, ma con il nazionalismo americano non si scherza). Segue la chiamata individuale dei giocatori da parte dello speaker (si, c’è un commentatore in cabina di regia!), che fanno un passo in avanti e salutano la folla che applaude. Ogni squadra ha tre capitani, per dare più soddisfazioni ai ragazzi: una volta tanto l’America è più cencelliana dell’Italia. Tra i tifosi c’è un’incredibile, per gli standard italiani, presenza femminile: ci spiegano che quando la scuola gioca – e non importa che si tratti di basket, football, o soccer – tutti gli alunni/e devono fare il tifo, indipendentemente dalle competenze tecniche e dai gusti personali. È una delle tante manifestazioni di quella che gli statunitensi chiamano comunità, già intuita da Tocqueville nel suo “Viaggio in America” e sconosciuta in Italia.

Le squadre si radunano intorno alle panchine per gli ultimi consigli dei coach, mentre la musica prosegue: tutto è entertainment negli Stati Uniti. Sono le 19, una parte del match sarà giocata in notturna: l’illuminazione del campo è perfetta (e qui sovviene un ricordo personale, di quanto si affittava il campo in notturna a Roma, ai tempi del liceo, con quelle illuminazioni penose, da terzo mondo, con la palla impossibile da vedere, soprattutto nelle zone vicine alle bandierine dei corner, ma non solo lì). I tabelloni luminosi, dietro le due porte, ringraziano gli sponsor – negli Usa ci sono sempre sponsor privati – e offrono pubblicità.

La squadra dei verdi è prevalentemente ispanica, con figli di immigrati di paesi del Centro e del Sud America. La squadra dei bianchi è multietnica, con ragazzi di origine afro-americana, asiatica, italiana e, naturalmente, wasp. Ma sottolineare queste differenze, come facciamo noi italiani, è politically uncorrect. Tutti i ragazzi si sentono e sono americani.

La partita inizia. I tabelloni segnano il tempo a scendere, come nel basket. Due tempi da 40 minuti, senza recupero, e cambi illimitati, per fare giocare tutti: giustissimo. I verdi sono più tecnici, i bianchi più atletici. Ritmi molto alti: si intuisce che la preparazione atletica dei ragazzi è massacrante (si è capito anche guardando le performance degli atleti americani alle Olimpiadi di Rio). I verdi prendono l’iniziativa del gioco e colpiscono un palo. I bianchi reagiscono e segnano su punizione, approfittando della disattenzione del portiere che stava ancora sistemando la barriera. Poche proteste (in Italia sarebbe scoppiato un finimondo), perché i bianchi non avevano “chiamato la distanza”. Altro palo dei verdi alla fine del primo tempo. All’intervallo i tifosi corrono a mangiare qualcosa in un tavolo preparato ad hoc. Tra gli spettatori ci sono mamme, papà e fratelli/sorelle più piccoli dei giocatori, che vanno sfamati/e.

Inizia il secondo tempo. I verdi calano: avevano speso troppo nel primo tempo. I bianchi assumono l’iniziativa e per poco non raddoppiano. I verdi cercano un assalto disperato nel finale ma la difesa bianca resiste. Gioco corretto, leale, con poche ammonizioni e nessun fallo tattico. Il clima è molto più sereno rispetto all’Italia. Alla fine i giocatori vanno sotto la tribuna a ricevere complimenti e abbracci dei tifosi.

Come diceva Albertone, “americani so’ forti”.

Cartoline da Londra (reloaded). 3, La Wallace collection

26 agosto 2016 1 commento

millenniumBridgeLondra stupisce sempre per il rapporto inversamente proporzionale fra l’incredibile offerta di posti dove mangiare e la qualità del mangiare stesso. mayflowwerFortunatamente questo blog non si occupa di cibo e non aggiungerò altro su questo affascinante argomento. Dirò solo che domenica a pranzo siamo andati in uno dei più vecchi pub di Londra, il Mayflower, sulla riva del Tamigi, un bel po’ oltre Tower Bridge. Fantastica passeggiata lungo la banchina (dal Millennium Bridge sono circa 4 chilometri), passando per la Tate Modern, il Tower Bridge, appunto, e assopiti quartieri residenziali. Il pub è piccolo e buio. Dopo le 18 viene illuminato solo dalla luce delle candele, per restituire il fascino antico dell’ottocento. Servito un ottimo mezzo pollo arrosto, vitello gallese (entrambi per 14 sterline) con ottime patatine fritte (e birra, ovviamente).

Fra i tanti musei da visitare ce n’è uno piccolo, ma ricchissimo e affascinante, La Wallace Collection, nel bellissimo quartiere di Marylebon (tra Hyde Park e Regent’s Park), in Manchester Square (una di quelle tipiche piazze con un grande giardino al centro… privato! gli abitanti del luogo ne posseggono le chiavi, e possono trascorrervi lunghi riposanti quarti d’ora sulle sedie a sdraio).

walalce2La Wallace ricorda il Soane’s Museum o la Frick Collection di New York. Si tratta di piccole collezioni ospitate in quella che era stata la residenza del collezionista. Visitarli significa rivivere la stessa esperienza (raffinata e un po’ malata) di questi ricchissimi gentiluomini di fine ottocento, primi novecento, che impegnavano gran parte delle loro fortune personale nell’acquisto dei più bei quadri disponibili nei mercati dell’arte.

Come il Soane’s anche la Wallace è ad accesso gratuito, per espresso desiderio del fondatore.

Nelle stanze della sua abitazione, oltre a collezioni di oggetti d’arte, armature ecc., troviamo un gran numero di dipinti del Seicento spagnolo (Murillo, Velazquez), qualche bellissimo Rembrandt (l’uno di fronte all’altro un autoritratto e il ritratto del figlio), Tiziano, Rubens, Canaletto,  Guardi, Fragonard, Poussin, Gainsborough. Un riassunto emozionante della storia della pittura europea.

A questo link una selezione di fotografie (niente di che, le solite che si scattano in questi viaggi)

 

Categorie:-, Cartoline da Londra

Cartoline da Londra (reloaded). 2, La Tate Britain

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Il monumento al viaggiatore, alla King’s Cross Station

Il titolare del blog è dunque tornato a Londra, dopo che il nostro infaticabile Redattore, qualche mese fa, ci aveva regalato quattro utilissime cartoline che ci avevano aiutato a orientarci meglio nell’eccezionale offerta culturale della città.

Ai suggerimenti di RdB (British Museum, Victoria and Albert Museum, Soan’s Collection, Tate Modern) che ovviamente abbiamo (in parte) seguito (essendoci già stati cinque anni fa), possiamo aggiungerne un altro paio, irrinunciabili: la Tate Britain e la piccola ma meravigliosa Wallace Collection.

 

La Tate Britain, vale a dire la sede originaria della Tate gallery, divisa qualche anno fa in due sezioni (arte contemporanea, ospitata nella nuova Tate Modern e appunto la Tate Britain, che continua ad esporre dipinti e arti varie rappresentative della storia artistica della Gran Bretagna)  va vista essenzialmente perché conserva e ci propone “the world’s largest collection of Turner’s work”. Una meraviglia per gli occhi (e per lo spirito).

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Visitatori alla Tate Britain

Joseph Mallord William Turner, il grande pittore della luce, vissuto fra Sette e Ottocento, visionario, anticonformista, anticipatore, straordinariamente quanto in qualche caso imprevedibilmente moderno. Le sue tele (il museo ne conserva più di cento) infatti in molti casi ci appaiono come visioni impressioniste ante-litteram, ma solo perché Turner era solito presentarle incompiute al pubblico della Royal Academy; solo successivamente l’artista vi tornava sopra per portare a termine il lavoro abbozzato. Alla sua morte nel suo studio ne furono trovate molte, che oggi vengono esposte ed apprezzate, non malgrado, ma forse proprio in virtù della loro audacia e della loro immaginifica esplosione di luce allo stato grezzo.

Dei dipinti di Turner mi piace citarne tre (cliccare sull’immagine per ingrandirla): lo straordinario “Guerra e pace”, con un Napoleone meditabondo in un lago di luce e sangue;

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IMG_1105una visione del Foro Romano (visto dal Colosseo verso il Campidoglio, che dedichiamo alla neo sindaca, visto che lì in fondo si intravede il Palazzo Senatorio, ovvero la sua amena residenza);

 

 

 

 

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IMG_1108e una curiosa immaginaria scenetta che ritrae Raffaello, nelle Stanze vaticane, alle prese con il suo lavoro allietato dalla gentile presenza della Fornarina (dettaglio).

 

 

 

 

 

Detto velocemente degli altrettanto imperdibili bellissimi bozzetti dei preraffaelliti (in mostra fino alla primavera del 2017), ricordo che vale per la Tate Britain quello che vale per tutti i musei pubblici londinesi: l’ingresso è gratuito. E’ richiesto un contributo di 5 sterline (se si vuole), e di una sterlina per la Guida. C’è un’ottima wireless e un ottimo sito web interattivo ci accompagna nella visita. Come al solito si ha l’impressione che tutto funzioni a meraviglia, che anche se tutto crollasse, l’impero britannico resisterebbe, magnifico ed efficiente come sempre.

[Continua…]

Cartoline da Londra (reloaded). 1, Londra, appunto.

19 agosto 2016 1 commento

IMG_1125Da dove iniziare? Da Rudolph Giuliani, forse. L’ex sindaco di New York, ora sostenitore di Donald Trump, ha detto che un suo amico, che stava andando a Londra, gli aveva confidato di avere paura, molta paura (concludendo: questo è il mondo che ci ha consegnato Hillary Clinton).

Chiaramente questo amico è un’invenzione retorica, non esiste e soprattutto, se pure fosse esistito, è evidente che a Londra non ci è mai arrivato, perché se fosse arrivato, come tutti sarebbe stato travolto dalla sfrenata voglia di vivere, dalla energia inesauribile di una città che sotto il caldo sole di agosto, colorata delle mille fioriere appese ai lampioni delle strade e alle finestre dei pub, sembra non accorgersi neppure per sbaglio che da qualche parte esiste una cosa che altri chiamano “minaccia terrorista”.

IMG_0936All’aeroporto i tristi controlli post-Schengen sono rapidi e scrupolosi. Per i restanti sei giorni non ho visto alcuna camionetta dell’esercito, solo un paio di soldati armati (un paio, non scherzo) nessun “Bobby”, nessun agente del traffico (Londra è un delirio di traffico di macchine, biciclette e pedoni che si autogestisce in modo piuttosto complicato, ma evidentemente soddisfacente per quelli che ci abitano). Mi auguro che quantomeno fossimo circondati da agenti in borghese che non volevano dare nell’occhio.
Le sera del venerdì e del sabato il centro storico si presentava (esattamente come uno se lo aspetta) come un’unica indistinta massa di giovani, turisti, studenti, ragazzotte brille delle periferie, artisti, professionals della City con la cravatta slacciata (ne ho trovata una sotto un sedile della Metro, la domenica mattina). Un lungo corteo colorato che entra ed esce dai pub, dai locali, invade le piazze e le strade per il puro piacere di stare lì.

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IMG_0934Cosa meglio della metropolitana per raccontare una città?
Quella di Parigi è poetica; quella di Londra è difficile da capire (per gli stessi londinesi), è vecchia, austera, non ti regala niente, le mattonelle bianche dei cunicoli sanno di rifugio della seconda guerra mondiale, ma alla fine, dopo un corpo a corpo devastante, ti porta dove devi andare. Ne vieni a capo. E così è questa città dalle mille possibilità, dalle insidie e dalle infinite lusinghe. Alla fine sembra che ci sia posto per tutti.

Sugli autobus c’è il numero da chiamare per un colloquio di lavoro per diventare driver; in uno dei punti vendita della sconfinata catena di fast-food di qualità Pret à mangerc’è il Recruitment center, per  gli aspiranti camerieri. Ovunque si ha l’impressione di trovarsi in un palcoscenico sul quale non si capisce se sei un o spettatore o un attore (e se non lo sei, se lo puoi diventare da un momento all’altro).

E’ una città dura, può essere spietata e non ci si deve far condizionare dal sentimento. Ci si può trovare a vivere a più di un’ora di metropolitana dal centro, in un sobborgo (immacolato, funzionale e spettrale) lontano da ogni altra cosa ti venga in mente possa esistere a parte le casette a schiera che già dall’aereo si impongono nella loro tetra ripetitività, come lische di pesci che si snodano per chilometri, casette per lo più malandate, con una fetida moquette che attutisce i passi sulle scale che portano a un secondo piano traballante. Case abitate anche da dieci famiglie ispaniche o indiane, con un solo bagno in comune. Periferie dove ogni razza umana è rappresentata, ma dove sembra che la sopravvivenza sia basata su un mutuo accordo di non belligeranza.

[continua…]

I fatti. Autobiografia di un romanziere, di Philip Roth

31 maggio 2016 4 commenti

Philip Roth, I fatti. Autobiografia di un romanziere, 1988

[le letture del martedì di RdB]

rothQuesto romanzo è un’operazione letteraria, come “La controvita”, pubblicato due anni prima. Roth scrive un’autobiografia dei suoi primi cinquanta anni. Spedisce il testo al suo alter ego, Zuckerman, per chiedergli un giudizio sulla sua fatica. Segue la risposta, negativa, di Zuckerman.

Qualcuno ha detto che uno scrittore scrive sempre lo stesso romanzo, e in effetti anche qui Roth si sofferma sui suoi archetipi: l’infanzia a Newark, il ritratto del padre e della madre, l’arrivo al college, i primi amori e i primi, durissimi, contrasti amorosi, il rifiuto dei suoi racconti da parte della comunità ebraica.

È il mondo dei precedenti romanzi, in particolare degli esordi di “Addio Columbus”, di “Lasciar andare”, di “Quando lei era buona”, fino a “Lamento di Portnoy”. Un testo autobiografico e psico-analitico, con Zuckerman nei panni del medico. Siamo in un gioco di finzioni tra l’autore e il suo alter ego.

Roth si rende conto – lo fa dire a Zuckerman – che in operazioni come queste si corre il rischio di non essere sinceri, di frenare gli slanci e le passioni, indebolendo la forza del racconto. Dove sono la lotta e la tracotanza?  Dice Zuckerman “… tu separi i fatti dall’immaginazione e li svuoti della loro potenziale energia drammatica. Ma perché sopprimere l’immaginazione che ti è servita per tanto tempo? … la verità è che i fatti sono assai più ostinati e incontrollabili e inconcludenti, e possono imbavagliare proprio l’inchiesta aperta dall’immaginazione”. Che i fatti possano frenare l’immaginazione è un tema caro a Leopardi.

“I fatti” chiude la prima stagione di Roth e anticipa i capolavori degli anni Novanta: “Patrimonio (1991), “Il teatro di Sabbath (1995) e “Pastorale americana” (1998), quando Roth intreccerà sempre più i fatti con l’immaginazione.

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Lontano un miglio. Pannella e “noi”

Per coerenza non mi sono unito al cordoglio per la morte di Marco Pannella.

pannellaAnni settanta. Al Liceo classico Tacito la maggior parte degli studenti era, o si diceva, “di sinistra”. Estrema, meno estrema: democrazia proletaria, Lotta Continua, FGCI. C’erano anche parecchi studenti di destra (molti meno, ma c’erano, erano coesi e duri, specie fino al ’77 – poi, come tutto il resto, si sono ammosciati); c’erano i cattolici (capitanati dall’attuale senatore dem Giorgio Tonini). E c’era un radicale. Un unico ragazzo radicale. Non ricordo neppure come si chiamasse. Era preso in giro da tutti, ma alla fine era tollerato solo in ragione del suo essere, appunto, uno. Il motivo per il quale veniva deriso era chiaro: in quanto radicale non mostrava alcun interesse per la lotta di classe, per le battaglie operaie, per i palestinesi e gli oppressi in genere, che ovviamente erano tutti in cima ai nostri pensieri. All’epoca era già “di destra” essere della FGCI (era “di destra” Berlinguer…: almeno a dirlo erano quelli che oggi si ritengono custodi della sua memoria politica), figuriamoci essere radicale. I radicali erano borghesi neppure tanto illuminati; vestivano bene, parlavano bene, ma al dunque non erano interessati alla rivoluzione, flirtavano con Craxi, avevano obiettivi e fissazioni che non ci riguardavano. Sì, il divorzio, l’aborto… ma quelle erano state battaglie “anche nostre” (ed è vero). I radicali noi non li sopportavamo perché ci sarebbe piaciuto che fossero di sinistra, ma non lo erano. Per niente.

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