In bilico, di Aldo Zargani

Aldo Zargani, In bilico (noi gli ebrei e anche gli altri), 2017, Marsilio

[le letture del martedì di RdB]

Aldo Zargani è un folletto di 84 anni, un merlo canterino che mischia memoria, ironia, ira, sarcasmo, analisi psicologica, sociologia, stupore infantile, pietà, commozione e tante altre cose per raccontare che cosa è significato essere ebrei, più o meno dalle leggi razziali del 1938 al primo dopoguerra, ma anche dopo.

Siamo dalle parti di “Speak, Memory” di Nabokov, dei sogni di Chagall e del film “Un treno per la vita” di Radu Mihăileanu. C’è l’alto e c’è il basso: Wilhelm Furtwangler, Bruno Walter e poveri, pescatori, internati, manifestanti, impiegati antifascisti, carabinieri, venditori di pesce, traduttori, studenti, uomini e donne che parlano solo dialetto. C’è l’Italia: domina la natia Torino, ma appaiono anche Roma e la Sicilia. C’è il mondo, visitato per necessità e per svago: Lugano, Berlino, Gerusalemme, Australia. E i primi turbamenti amorosi.

La lingua è leggera, ma insieme analitica, piena di brio, scherzosa. Alla fine del libro l’autore ringrazia Majakovsij, Szymborska, Gadda, Swift, Leopardi: forse è soprattutto del terzo che si avverte la presenza, sia nel ritmo della prosa sia nell’invenzione delle parole, ad esempio di un bellissimo “spalancagridasbatti” usato come aggettivo di “marcia”. Il racconto “Dies irae” fa venire in mente, per il moto della folla, “Cinema”, uno dei racconti di “La Madonna dei Filosofi”. Appaiono infine tanti matti nelle storie di Zargani, un po’ come ne “Il poema dei lunatici” di Cavazzoni.

Zargani era già noto per “Per violino solo, La mia infanzia nell’Aldiqua. 1938-1945” (1995) e “Certe promesse d’amore” (1997). Riscoprire un gagliardo vegliardo alla sua bella terza prova fa un grande piacere.

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I giornalisti, D’Alema e Balzac

“Pubblicista, questo nome in passato attribuito a grande scrittori come […], oggi indica gli scribacchini che fanno politica. Da teorizzatore sublime, da profeta, da pastore delle idee che era un tempo, il Pubblicista è ormai un uomo che si occupa dei fuscelli galleggianti dell’Attualità. Se un brufolo appare sulla superficie del corpo politico, lo fa sanguinare e ne tira fuori un libro che spesso è una mistificazione. Il pubblicismo era un grande specchio concentrico: i pubblicisti di oggi l’hanno fatto a pezzi e ognuno ne ha un pezzo che fa luccicare davanti agli occhi della gente.” (Honoré de Balzac, I giornalisti, 1843)

 

A parlar male dei giornalisti oggi si passa facilmente per grillino o dalemiano. Tant’è. Personalmente trovo che la categoria professional-sociale ancora più insopportabile dei politici, di qualsiasi politico, D’Alema e Di Maio inclusi, sia proprio quella dei Giornalisti Politici Che La Sanno Lunga.
Bazzicano il Transatlantico, bavosi a dispetto della loro eleganza business casual, hanno sempre una vista più acuta degli altri, sanno tutto, non possono dimostrare niente, ma non importa, è così e basta. Sempre Balzac: “Per il giornalista tutto ciò che è probabile è vero“.
Sono virali, non credere a loro significa essere dei beoti creduloni che si accontentano della versione ufficiale. Il loro punto di vista è dogma. E’ sciocco opporvisi: sono i capibanda dell’opinione pubblica dominante. Spesso scrivono su giornali che la stessa identica opinione pubblica dominante reputa carta igienica, anche piuttosto rasposa (e che soprattutto non compra nemmeno sotto tortura, tipo L’Espresso). Ma quando vanno in televisione, magari a Gazebo, diventano opinion leader incontrastati, lungimiranti, simpatici: diamo loro tutto il credito possibile. Sono quelli che nella classificazione balzacchiana sono identificati come “l’Autore con le Certezze”, a sua volta diviso  in tre sottocategorie: il Profeta, l’Incredulo (“il Profeta vede gli angeli, ma l’Incredulo li fa vedere al pubblico”) e il Settario (“è un uomo rimasto molto giovane, egli ha fede ed entusiasmi. Predica sui boulevards, nei ridotti dei teatri” e, aggiungeremmo noi, in televisione). Molte volte il giornalista politico di oggi le incarne tutte e tre.
Prodi cadde per colpa di Bertinotti. A Prodi succedette D’Alema, ergo è opinione largamente diffusa e non contrastabile né emendabile che Prodi fu fatto cadere da D’Alema. Può anche essere, intendiamoci. Provarlo? Ora non esageriamo, è così e basta.

Ma quando D’Alema, sinceramente indignato, (“sinceramente” associato a D’Alema mi rendo conto che è un ossimoro non da poco) dà dello “stupido” a Damilano (poi scusandosene), che con il sorrisetto ineffabile di chi la sa molto lunga, lo attacca su una materia per giunta facile facile come quella, su cui già sa di avere l’appoggio del 98% della popolazione, io sto con D’Alema.
Di fronte alla reazione di D’Alema, la posizione di Damilano mi è improvvisamente sembrata pateticamente kitsch. Banale, ovvia, populista, scontata. Insomma, il contrario di quello che normalmente la realtà è: sfuggente, viscida, letterale, altra, complicata non secondo logiche interpretative corrive, ma perché mette in gioco tutta una serie di elementi sconosciuti, scartati: il giornalista (non solo quello politico, ma soprattutto lui) scarta, elide, scruta cosa? la superficie, trova la soluzione secondo parametri convenzionali funzionanti, schemi consolidati. Cerca il consenso, ma non si mette in gioco, non rischia nulla e ha sempre l’ultima parola. Se smentito replica scrivendo “la smentita non smentisce”, sono muri di gomma sardonici, ir-responsabili (“Colpiamo prima. Spiegheremo poi”, sempre Balzac). Mangiano i piatti succulenti dei loro “nemici” godendo delle portate lussuose come degli scarti, s’intrufolano fra amici e nemici nella stessa tavolata.
Nulla di nuovo, dunque: La stampa “come la donna è ammirevole e sublime quando dice una bugia, non vi molla finché non vi ha obbligato a credere, e dispiega le migliori qualità in questa lotta in cui il pubblico, stupido come un marito, soccombe sempre”.  (Balzac, per finire)

Stoner, di John Edward Williams

John Edward Williams, Stoner, 1965

[le letture del martedì di RdB]

Stonerè la storia della scoperta di una vocazione intellettuale. Il protagonista si emancipa, attraverso lo studio, da un mondo agricolo di povertà, come quello dei romanzi di Faulkner e Steinbeck.

Il professore universitario cerca per tutta la vita di fare ciò che ogni studioso dovrebbe fare: lavorare duramente, far crescere gli studenti più meritevoli, confrontarsi lealmente con i colleghi, scrivere dei libri che ne manterranno la memoria dopo la morte.

Stoner parla di formazioni e passioni intellettuali, di innamoramenti e gelosie, di amori e fallimenti affettivi, di amicizie e odi, di comprensioni intime e incomunicabilità assolute. Il sogno di una vita dedicata allo studio viene messo a dura prova dalla realtà. Ci sono le due guerre, c’è la perdita dei genitori e di un carissimo amico, ci sono relazioni impossibili con i parenti più cari.

C’è soprattutto lo scontro con quanto di peggio possa capitare nella vita universitaria – un collega votato sistematicamente alla denigrazione – e con quanto di peggio possa capitare nella vita matrimoniale: l’unione con un coniuge nevrotico e il disastro dell’educazione di una figlia (a quest’ultima si sarà ispirata Philiph Roth per la figura della figlia dello Svedese in “Pastorale Americana”?).

Williams ha trovato l’equilibrio per tenere insieme la storia. Stoner è un professore modesto, che si ferma al grado di ricercatore: il romanzo racconta, talvolta con velocità altre volte con lentezza – come insegna Calvino – come la vita di una persona normale possa essere sconvolta dalla morte di un amico in guerra; dall’ incontro con la donna che gli rimarrà accanto per tutta la vita; dal malessere strisciante della moglie; dalla ragazza che diventerà sua amante. La normalità di un uomo accanto all’enormità delle cose che gli accadono: questo è il segreto del libro.

Stoner parla di noi, della vita di ogni essere umano, dalla gioventù alla maturità. Le descrizioni di cosa significhi invecchiare, ammalarsi e morire non sono inferiori alle pagine di Roth in “Patrimonio” e in “Everyman”. Nella prima pagina Williams ci dice che nulla è rimasto di Stoner, come pensa Cormac McCarthy dei poveracci che svaniscono nel nulla nei suoi romanzi. Ma sul letto di morte, prendendo in mano un suo libro, Stoner è felice perché “sapeva che una piccola parte di lui, che non poteva ignorare, era lì, e vi sarebbe rimasta“.

E’ lo stesso obiettivo conseguito da Williams con questo grande romanzo.

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Il complotto contro l’America, di Philip Roth

Philip Roth, Il complotto contro l’America, 2004

[dalla nostra redazione culturale]

Nel 1964 Richard Hofstadter, già due volte premio Pulitzer per la storia, pubblicò la raccolta di saggi “The Paranoid Style in American Politics” (Lo stile paranoico nella politica americana). Secondo Hofstadter i politici americani, sin dalla nascita del paese, sono spesso riusciti a convincere l’opinione pubblica dell’esistenza di complotti, di trame, di nemici, accomunati dalla volontà di distruggere la nazione. Hofstadter scriveva avendo presenti fenomeni come il maccartismo e la sua crociata contro i comunisti, o i movimenti anti-massonici, o le tendenze anti-cattoliche, diffuse dai tempi della rivoluzione americana.

Hofstadter è stato riscoperto per inquadrare il fenomeno Trump. Anche lui vede i nemici dell’America, alternativamente, nei burocrati di Washington, nei socialisti, nella stampa, o in qualche potenza straniera. Lo stile paranoico mira a denigrare l’avversario; punta sull’ elettore inclinato, per esempio dopo crisi tipo il collasso finanziario del 2008-2009, ad accusare dei suoi mali la globalizzazione, le banche, le grandi imprese, le lobbies ebraiche, e chi più ne ha più ne metta. Tutto è stato reso più facile da una distribuzione del reddito e della ricchezza divenute più diseguali negli Stati Uniti rispetto a trenta anni fa. Sono fenomeni di tutto il mondo. In Italia si può fare riferimento a chi si preoccupa delle strisce bianche prodotte dagli aerei in volo o della pericolosità dei vaccini. Il personaggio di Maurizio Crozza, “Napalm51”, coglie bene il fenomeno.

Philip Roth parte in questo romanzo dall’antisemitismo diffuso negli anni Trenta, e anche successivamente, negli Stati Uniti. L’ipotesi è che Charles Lindbergh, asso dell’aviazione e fervente isolazionista, partecipi alle presidenziali del 1940, contro la volontà del partito repubblicano, come Trump 75 anni dopo. Alle elezioni Lindbergh sconfigge Franklin Delano Roosevelt.

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Facile, difficile, semplice, complesso. Facciamo ordine

21 aprile 2017 1 commento

Ho visto questo quadro a Londra nello scorso weekend in una mostra sulla pittura americana post-crisi del ’29 alla Royal Academy: American Gothic, di Grant Wood (1930). Mi ha fatto venire in mente una polemica sulle forme della letteratura italiana contemporanea.
Questo quadro è di facile lettura? E’ difficile? E’ complesso? E’ complicato?

Utilizzare le dicotomie facile/difficile, semplice/complesso potrebbe anche non essere banale, o sbagliato. Direi imprudente. Perché innanzi tutto bisognerebbe spiegare cos’è semplice e cosa non lo è. Il che non è semplice per niente. E poiché penso che sia molto, molto difficile spiegarlo, di fatto utilizzarle è banale e sbagliato (se ne parlava già nel 2005, ne ho trovato tracce sul mio blog). A meno che…

Ne ha parlato per prima Gilda Policastro. In realtà nel suo articolo c’erano due spunti interessanti. L’altro riguardava il ruolo della critica, o meglio della “critica” (fra virgolette), o ancora meglio: dell’assenza della critica letteraria e di ciò che l’ha rimpiazzata e delle sue finalità. Questo secondo spunto è stato stranamente trascurato nel dibattito che ne è seguito. Forse prendeva di petto in modo troppo personale gli addetti ai lavori, al punto che chi poteva, ha preferito non esprimersi (per evitare frizioni, fratture, tradimenti, divorzi?). Il tutto prendendo lo spunto dalle lodi generalizzate di cui alcuni addetti ai lavori (non critici, i quali, appunto, non si sono espressi, forse perché nel frattempo si sono estinti e nessuno se ne è accorto) hanno ricoperto il libro della scrittrice Teresa Ciabatti, La più amata. Curiosamente in molte delle repliche, puntualmente pubblicate sul sito di Giulio Mozzi, Vibrisse, sono state precedute da un caveat rassicurante: “non era il libro di Ciabatti l’oggetto delle strali di Policastro… per carità, io poi non l’ho neppure letto… era solo uno spunto per parlare di un fenomeno più generale…” (la stroncatura del libro della Ciabatti occupa il 35% del testo, e certo, il suo libro è preso come esempio, ma è solo un esempio? La Ciabatti è molto conosciuta, è molto apprezzata e non ho motivo di credere che non ne abbia pieno merito, è schiva sì, ma dovrà vincere lo Strega, quindi, per carità, perché pre-occuparsi del libro della Ciabatti? Occupiamoci invece della dicotomia facile/difficile).

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Una giornata di Ivan Denisovic, di Alexandr Solzenitsyn

Aleksandr Solzenitsyn, Una giornata di Ivan Denisovic, 1962

[le letture del martedì di RdB]
Ivan Denisovic Suchov è internato in un campo di concentramento. Si sveglia alle cinque di mattina, partecipa all’adunata, si incammina con i compagni per raggiungere il posto di lavoro, lavora in una specie di cantiere, sfrutta la sosta per il pranzo, riprende il lavoro, fa ritorno al campo, subisce il controllo dei detenuti all’entrata della prigione, cena, va a dormire.
Ogni descrizione della giornata resta stampata nella testa, grazie a una prosa sobria, tolstojana.
L’elemento caratterizzante il romanzo è la tranquillità del detenuto, quasi la sua serenità, la sua felicità per poter disporre di una scorza di formaggio da masticare per giorni. Il segno di un uomo che non muore sta nella capacità di mantenersi con la testa fuori dalla mostruosità del gulag. Il racconto è un apologo della grandezza dell’uomo, in grado di restare tale nelle situazioni più orribili. È tragicomica e indimenticabile la scena della costruzione di un piccolo ambiente in muratura da parte di una squadra di internati: senza guanti, quasi nudi, senza attrezzi, alla temperatura di meno trenta sotto lo zero.
Mentre la sera si addormenta, Suchov si sente soddisfatto. La giornata è stata fortunata: non l’hanno messo in cella di punizione; la sua squadra non è stata mandata a lavorare nei posti peggiori; ha rubato una scodella d’avena a pranzo; ha goduto del lavoro di muratura; non gli hanno trovato addosso una cosa che non doveva avere; ha comprato del tabacco; non si è ammalato. Ha resistito. “Era trascorsa una giornata non offuscata da nulla, una giornata quasi felice”.
Un capolavoro.

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“Ich kann”, o “Sie können”? das ist die Frage

Oggi sul bolg (forse in onore del suo ispiratore, Robert Musil) si parla tedesco. Potremmo dire che l’articolo è gentilmente offerto da Google Translator… (vi aiuto: “Io posso” o “tu puoi”? Questo è il dilemma)

Parto dalle conclusioni. Io trovo francamente molto più pericolosa, per la collettività, la diffusione incontrollata e virale, pandemica, della disinformazione con velate, e nemmeno tanto, connotazioni populiste, di un’opinione che riteniamo anche profondamente sbagliata. Anche offensiva (e questo, si è capito dopo, non è il caso) e razzista. Perché nel famoso “tritacarne” della disinformazione ci può finire chiunque, con esiti più o meno drammatici (a seconda di quante si hanno le spalle larghe o coperte). Un’opinione può essere controbattuta con un’altra opinione. Mentre la cattiva moneta scaccia sempre, come si sa, quella buona. E una volta avviato il turbine  della “macchina del fango” non se ne emerge più.

Sto riferendomi alla nota dichiarazione del presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem a proposito delle inclinazioni dei popoli del sud europa a spassarsela con donne e alcool, invece di rimettere a posto i propri conti. Dichiarazione che, come si può leggere in un articolo su Linkiesta (non so se a sua volta l’abbia  tratta da altre fonti. Successivamente se n’è accorto, per esempio, anche Il Foglio) si è rivelata falsa. O comunque molto, molto diversa da come è stata diffusa worldwide.

“Dijsselbloem will die Troika auflösen”. Questo il titolo che la Frankfurter Allgemeine ha dato all’articolo che passerà alla storia come l’ennesimo esempio di post-verità giornalistica diffusa a macchia d’olio in tutta Europa, mica solo in Italia (per una volta). “Dijsselbloem vuole sciogliere la Troika”. Accidenti! Verrebbe da dire. Zucchero per il palato dei greci e degli spagnoli (fra breve degli italiani?). La dichiarazione, proveniente dal presidente dell’Eurozona, uno pensa, certamente farà il giro delle redazioni e dei siti web meno favorevoli alle politiche economico-monetarie europee.
Manco per niente.

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