Risposta alla Lipperini

Lipperini “finchè si teorizza e si sostiene che esiste una sola via canonica alla
cultura, o alla semplice fruizione di un testo, che è quella vagamente
calvinista della sofferenza, si allontanano i common readers (non
all’inglese, all’italiana: i lettori comuni). Finchè si continua a ripetere che leggere è fatica, ci saranno persone che non si
avvicineranno mai non dico a Foucault, ma neppure a John Fante”.

Mi sembra che l’opzione- Difficile non sia mai stata teorizzata in quanto tale. Forse ha attraversato implicitamente il dibattito culturale (per esclusione: rifiutandosi di parlare di… allora….)
Il parametro è sempre altro. Per cui, ad esempio nel cinema, la sinistra ha tifato per Ettore Scola e non per Muccino (anche se, per evitare di sentirsi troppo snob, anche Muccino…). Per Benigni o per Moretti e non per Squitieri, Eh già: siamo proprio su un terreno filosofico.
Tolkien escluso a vantaggio di chi? Di Joyce? Di Orcinus  Orca? di Moresco? Ma scendiamo pure: di Covacich? Di Scarpa? Scendiamo ancora (nella categoria del “facile”- si fa per dire, e me ne scuso): di Montanari? Caliceti? No. A vantaggio di Gino & Michele, o di Camilleri (popolare quanti altri mai).
La “difficoltà”, il “piacere supremo della difficoltà”, al contrario, mi sembra bandito. Cancellato. In linea con i tempi.
I termini della questione non sono facile/difficile perché, è evidente, non sono Fallaci/Joyce. E’ qui, secondo me, l’eccesso di approsimazione.
Fallaci non è “facile”. E’ un’altra cosa. E’ proprio il criterio scelto che mi sembra inadeguato. Che obbliga a scivolare nel banale.
Non tutti i libri sono per tutti. E’ così ovvio.
Il problema è, secondo me, l’opposto: sui giornali (che restano il veicolo principale di informazione anche sui libri) e sui giornali di sinistra, e su Repubblica in particolare, trovano spazio prodotti estremamente “facili”. Io mi sento subissato dal “popolare”, da ciò che si vende comunque.
(le eccezioni sono rarissime: il fatto che ce ne siano non significa nulla: tali restano – ricordo per esempio che forse tu stessa hai parlato di Pausa caffè sul Venerdì)
Si parla solo (quasi) di quello che “piace già”.
E in libreria ha spazio, essenzialmente, quello che si è già venduto.
saluti, ezio

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Categorie:discorsi
  1. 27 gennaio 2005 alle 13:15

    Ezio, se parliamo di repubblica, devo ripeterti quel che ho già detto ad Andrea. in tre lustri, l’unico best seller di cui abbia mai parlato è Faletti. Per il resto, ho sempre parlato di quelli che non rientrano nella categoria…

  2. bsq
    27 gennaio 2005 alle 13:20

    Se non sbaglio tu ti riferivi alla SINISTRA, e io alla SINISTRA mi sono riferito. Mettendoci dentro anche Repubblica, per la quale mi pare lavorino altri redattori culturali oltre a te che, ne prendo volentieri atto, e sinceramente te ne dò merito, non ti sei mai occupata di “best-seller”.

  3. 27 gennaio 2005 alle 14:00

    interessante,
    molto interessante.
    un saluto
    e complimenti.
    jk

  4. 27 gennaio 2005 alle 14:20

    non parliamo per favore di quello che “ha spazio in libreria”. veramente, è proprio meglio di no. si rischia l’umiliazione di entrambe le parti.
    f.

  5. 27 gennaio 2005 alle 15:06

    Ellittico, hai ragione, e mi rendo conto che a condurre la discussione con l’accetta si rischia la vecchia suddivisione in apocalittici e integrati. se Carla, giustamente, non vuole ricoprire il primo ruolo, io non intendo ricoprire il secondo.Nessuno sostiene e ha mai sostenuto che tutto va ben madama la marchesa: io dico solo che, a quanto mi è dato vedere, esistono più possibilità oggi rispetto a dieci anni fa, quando se non eri parte di circoli ristretti non potevi neanche sognarti di essere pubblicato. E questo lo si deve ad editori, piccoli e anche grandi, che hanno fatto scommesse e corso dei rischi. E anche a recensori, noti e meno noti, che si sono battuti per parlare di esordienti o nomi assolutamente non noti. Tutto qui.
    La Lipperini

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