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Ai Weiwei a Palazzo Strozzi

palazzostrozzi
[dalla “redazione cultura”]
A Palazzo Strozzi sta per terminare la prima grande mostra personale in Italia di Ai Weiwei. E’ una mostra più piccola, più politica e più fotografica di quella alla Royal Academy of Arts di Londra del 2015-2016.
E’ una esibizione più piccola, perché alcune grandi installazioni di Londra – si pensi al meraviglioso “Straight” dedicato alle vittime del terremoto del 2008 nel Sichuan – avrebbero incontrato problemi strutturali in un edificio rinascimentale qual è Palazzo Strozzi.
E’ una mostra più politica, perché Weiwei ha accentuato il contenuto di protesta delle sue opere: si pensi ai gommoni dei migranti che incorniciano le finestre del palazzo. Si guardi anche al dito medio moltiplicato di fronte alle fotografie di tutte le città del mondo, una trovata che una volta può anche divertire ma che è insopportabile quando viene ripetuta “ad nauseam”. Restando sul dito medio è, tra l’altro, incomparabilmente superiore il messaggio collocato da Cattelan di fronte alla Borsa di Milano, soprattutto per la sua ambiguità. Sono i cittadini che mandano a quel paese la finanza? O è la Borsa che umilia i cittadini? (dicendogli: noi i soldi comunque li facciamo, voi no).
E’ una mostra più fotografica, perché Weiwei ha scelto, diversamente dalla selezione londinese, di mostrare migliaia di foto e di selfie, dalla sua giovinezza a New York fino ai nostri giorni. E’ una scelta legata a Internet, alla possibilità di condividere le foto in rete, ma l’operazione mi è sembrata un po’ fiacca. L’eccezione, inquietante, sono le foto dedicate ai pedinamenti giornalieri ai quali l’artista è sottoposto, con i poliziotti che lo seguono dovunque. Si torna all’impegno politico di Weiwei, la cui storia è ben nota.
img_5030L’opera più bella occupa il cortile di Palazzo Strozzi. Si tratta di un’enorme ala spezzata, formata dai pannelli usati nel Tibet per riscaldarsi. Sopra i pannelli ci sono delle teiere: quando la polizia cinese invita una persona in commissariato a prendere un te, vuol dire che il cittadino deve iniziare a preoccuparsi. L’ala spezzata è il popolo cinese, ma anche il popolo tibetano, che non riesce a volare perché schiacciato dal regime. E’ un’opera tecnologicamente complessa ma insieme intima e commovente.
Weiwei potrebbe vivere ricoperto d’oro a Londra, New York o in qualsiasi altre capitale occidentale, piuttosto che continuare a rimanere a Pechino. La sua battaglia politica ricorda i tempi bui delle tante dittature europee – in Germania, Italia, Spagna, Grecia – che hanno attraversato il Novecento.
Categorie:arte, mostre

Sti cinesi

14 gennaio 2007 3 commenti

Oggi pomeriggio siamo andati alla famosa mostra dei cinesi alle Scuderie del Quirinale.
A Roma, se dici la frase "mostra dei cinesi" ti capiscono tutti, è subito chiaro ciò di cui stai parlando. La replica dell’interlocutore alla frase "la mostra dei cinesi" può essere di due tipi: o "ah, m’hanno detto che è bellissima, ci devo andare anche io", oppure  "vacci, è bellissima, ci sono stato, occhio ci sarà una fila…"
Confesso di esserci andato con un certo pregiudizio. Secondo il quale uscendo dalla mostra avrei scirtto un laconico post del tipo: "Ammazza, però sti cinesi…".
Ora che l’ho vista, posso senz’altro dire: "Ammazza, però, sti cinesi".
(Volete sapere che tipo di cose si trovano alla mostra? indovinato)

Categorie:-, mostre Tag:

Modena informale

20 marzo 2006 7 commenti

Allora, volete sapere com’è Modena?
Per quanti sforzi possiate fare non ci metterete mai più di cinque minuti per andare da un punto qualunque ad un altro punto qualunque del centro della città.
Un posto tranquillo. Molto tranquillo. Veramente molto tranquillo.
I cinema aprono alle otto e mezza. La gente svanisce un po’ prima. C’è un gran bel silenzio. Si mangia bene senza spendere.
Mi ci trasferirei, davvero, se avessi qualcuno o qualcosa di cui avere paura.

Se capitate a Modena non mancate (a parte il bellissimo Duomo e la bellssima Galleria Estense) di visitare la bella mostra "Informale" (fino al 9 aprile), al Foro Boario (è gratis).
Non vorrei aprire qui la caricatura di un dibattito sul valore dell’informale rispetto al formale, dell’astratto rispetto al figurativo.
Certo è che le opere di Dubuffet, Tancredi Parmeggiani, Burri, Fontana, Accardi, provenienti dalla Fondazione Guggenheim, lasciano ammirati e pieni di dubbi. Lasciano sospesi gli occhi in un interrogativo imbarazzante. Ci si chiede da dove nasca il piacere. Non ci sono appigli. Si cerca di classificare il gusto, ma senza successo.

Diceva Dubuffet: "L’arte si dirige allo spirito, non agli occhi. E’ un linguaggio, uno strumento di conoscenza e di comunicazione". E Bice Lazzari: "Io dico che i segni sono parole".
Strana questa lingua: esprime il "piacevole", oppure "l’oscuro", oppure "l’ostico", oppure "l’inquietante", oppure "il grandioso", oppure "il fastidio"… Una lingua di sostantivi astratti anche quando – o forse soprattutto –  usano l’inchiostro degli oggetti più duri (plastiche, sacchi, pezzi di  ferro trattati con la fiamma ossidrica). I sostantivi sono mero significante.

Mi sembra eluso il problema dell’Uomo. Al di là della problematicità dell’interpretazione, mi manca il dolore di una cosa capìta. La maschera dell’intelligenza è calata e quel che resta sono neuroni allo stato puro.

Il paradosso: il destino di queste opere che programmaticamente rifiutano ogni opzione descrittiva, è di  non poter essere altro che descritte.

Guardate il catalogo, o il libretto di acompagnamento o l’apparato critico sul sito. Il curatore della mostra, Luca Massimo Barbero, nel consegnarci le chiavi interpretative delle opere non può che limitarsi a descriverle: "… tutto incentrato  sulle tonalità bruno rossastre, vivificate  da tocchi di un colore rosso più intenso, la superficie dell’opera risulta divisa in tre parti da filamenti…."; "l’artista ha ormai maturato  la sua ricerca sul segno, che si staglia qui con particolare evidenza su grandi macchie di colore dalle tonalità cupe, organizzate verticalmente e orizzontalmente…"; "… cerchi  incompleti di colore puro, si irradiano partendo da punti cardine e vorticano per tutta la tela; questi si intrecciano a campiture rettangolari, e il tutto si ricompone in un sistema di luce e di colore che crea, nei vari contrasti, l’illusione di una profondità abitata da forma sospese".

Opportunamente si tiene lontano da possibili letture che siano altro da ciò che si vede. Non cerca, e questo è apprezzabile, di cercare di "spiegare", di trovare il "significato". E tuttavia questo determinismo oggettivo, questo rispetto assoluto per il segno, questa opportuno passo indietro rispetto al detto, lascia come privati di un aiuto.
Della mappa. Ci lascia con il sospetto che ci sia qualcosa da capire che sfugge. Siamo soli davanti all’inconsueto. Al più possiamo storicizzarlo, e non è poco.
Comunque, per tutto questo: interessante. Molto.

Categorie:arte, italia, mostre, pittura