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Chi è Scott Bradlee e perché voglio parlare bene di lui

Screenshot 2016-05-18 15.15.50Stamattina, molto presto (verso le quattro), ho aperto gli occhi e ho pensato che era giusto che scrivessi un post su questo signore qui, Scott Bradlee. E’ evidente che un pensiero fatto alle quattro di mattina (poi mi sono riaddormentato) è più da collegarsi a qualcosa che si stava sognando prima (dimenticato) che ad un ragionamento sensato. Tant’è. Alle quattro di mattina mi era parsa un’ottima idea. E a dirla tutta, anche adesso lo è.

Scott Bradlee è un musicista. Ascolto molta musica, come tutti. Ma non  sono un esperto. Non mi azzarderò quindi a dire se sia un bravo musicista (a me pare un fantastico musicista, per i motivi che dirò).

Bradlee ha formato una band, molto sui generis. Ne fa parte sicuramente lui, e poi tutta una serie di artisti intercambiabili (ignoro con quale criterio). A guardare i suoi video su YouTube (molto popolari – tra i più popolari in assoluto, tanto che vi starete chiedendo come mai voi Scott Bradlee non lo conosciate) non si vede quasi mai due volte lo stesso tipo a suonare la batteria, o il sax, o la chitarra (Bradlee c’è quasi sempre). Accanto ai musicisti si alternano una serie di vocalist (maschi e femmine – più femmine) di straordinaria bravura. Sconosciute, per lo più (c’è anche la figlia di Telly Savalas, Ariana – molto più bella del padre).
La caratteristica del Postmodern Jukebox (il nome di questo ensemble così fluido) è di eseguire cover di hit del momento riarrangiate nei più diversi stili della musica del Novecento: dal ragtime al classico jazz “big band”, al funky, al soul, al country (i pezzi più riusciti sono quelli ragtime e smooth-jazz, secondo me: è meraviglioso vedere trasformate canzoncine insulse normalmente eseguite da squinzie con un filo di voce in sofisticati pezzi travolgenti e/o raffinatissimi).

Mi affido a Wikipedia: “The band posts weekly covers of recent pop songs with jazz or other genre variations. As of March 2016, the Postmodern Jukebox YouTube channel has over 1.8 million subscribers and has surpassed over 440 million views.” Avete letto bene: weekly (non so se sia proprio così, ma rende l’idea): la produzione dell’ensemble di Bradlee è quasi sterminata. La capacità di Bradlee di mettere mano a canzoncine, o standard, per rifarle à la manière de… è stupefacente. In quattro anni hanno già pubblicato 15 raccolte, ciascuna comprendente una quindicina di brani. Fate voi il conto.

Ma il successo della band non si potrebbe comprendere se non si guardano i loro video. Minimalisti è dire poco. Un solo ambiente, quasi sempre lo stesso: nei primi sempre la stessa stanza spoglia, sembrava quella di un appartamento sfitto, occupato da un gruppo di amici per fare un po’ di musica (ora si sono un po’ evoluti, ma non molto). Macchina fissa, posta di fronte alla band. Il/i cantante/i guardano dritto dentro l’obiettivo senza distogliere mai lo sguardo; i musicisti suonano ostentando molto spesso un totale disinteresse per quello che li circonda. Quasi annoiati, come fossero capitati lì per caso, spesso vestiti come impiegati di Madison Avenue. Bradlee dà quasi sempre le spalle alla Screenshot 2016-05-18 14.40.45macchina, suona un po’ per suo conto, con grande scioltezza e discrezione, senza mai rubare la scena. In qualche caso non suonano neppure: ce n’è uno in cui il sassofonista se ne sta sdraiato sul divano e di lì non si muove mai. Nella foto qui a sinistra, notare la postura della tromba e del trombone: per tutta l’esecuzione non si alzeranno mai dal divano, anche quando si degneranno di suonare – da qui.

In quella a destra – la canzone si chiama Burn – ilScreenshot 2016-05-18 15.48.33 contrabbasso giustamente va a fuoco (burn, in inglese), senza che nessuno se ne preoccupi – però c’è un estintore).

Le cantanti sono tutte bravissime e deliziose. Le inviteresti tutte, avvolte nei loro cappotti con il collo di pelliccia sintetica, a prendere una drink nel bar sulla Broadway angolo con la 53esima, in un tardo pomeriggio di novembre, dopo la seduta di prove e ascoltare la loro divertita tristezza.

 

La faccio finita. Ma non ve ne potete andare se non avete visto almeno la mia preferita, interpretata (voce e contrabbasso) da Kate Davis.

 

 

Rigoletto, di Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi (libretto Francesco Maria Piave), Rigoletto, 1851

[le letture del martedì di RdB]

rigoletto

Non è Rigoletto il protagonista principale dell’omonima opera di Verdi. Lo sono invece il Duca e Gilda, la figlia di Rigoletto.

Il Duca e Gilda sono padroni del proprio destino, diversamente da Rigoletto. Il Duca è un novello Don Giovanni. Lo vediamo insieme prima con la contessa di Ceprano, poi con la figlia del Conte di Monterone, e ancora, in rapida successione, con Gilda e Maddalena, la sorella del killer Sparafucile. Letteralmente “Questa o quella per me pari sono”. Però piace a tutte, è un grande tombeur des femmes, tant’è che Maddalena prega Sparafucile di risparmiarlo.

Gilda sceglie il sacrificio. Potrebbe far uccidere quel delinquente del Duca, ma sceglie di immolarsi per salvarlo. Certo, non un esempio di donna emancipata, ma sarebbe difficile chiederlo a un’opera del 1851 (però Moll Flanders di Daniel De Foe è del 1722 …). Verdi, il librettista e l’originario romanzo di Victor Hugo sono dell’idea che una donna sedotta debba pagare il fio.

Forse la grandezza del personaggio di Rigoletto sta tutta nel non poter mai decidere, dal dover soccombere alle scelte degli altri, prima del Duca e poi di Gilda. Domina su Rigoletto la maledizione di Monterone. Destino cinico e baro, avrebbe detto Giuseppe Saragat.

Dimenticavo: musica e ritmo sempre godibilissimi.

(Teatro dell’opera di Roma: http://www.operaroma.it/ita/opera-rigoletto-2015.php]

Un (piccolo) segno dello scadimento dei valori della società italiana

4 settembre 2007 14 commenti

Arrivati a settembre nessuno (fra i miei amici acculturati) ha saputo indicarmi quale sia la canzone dell’estate 2007.
Questo perché secondo me non c’è stata alcuna canzone dell’estate 2007 e questa mi pare una privazione per la cultura popolare che sottolinea amaramente l’iirimediabile declino della civiltà italica e, forse, occidentale tutta.
Il cinema è morto (lo hasostenuto persino Eugenio Scalfari); il romanzo non ne parliamo neanche. La musica poi. Il calcio passa pure i suoi brutti momenti. Cosa ci rimane? Cosa, cosa ci rimane?

(se qualcuno sa dirmi quale sia stata la canzone dell’estate 2007 è pregato di suggerirmelo, grazie)

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Esattezza

31 agosto 2007 4 commenti

Vi dicevo qualche giorno fa, al mio ritorno dalle vacanze, del fastidio che mi ha procurato la lettura di parecchi brani di Sabato, di Ian McEwan.
L’esattezza è, come è noto,  una delle categorie fondamentali delle Lezioni americane di Calvino (essendo le altre leggerezza, rapidita, visibilità, molteplicità). McEwan, tuttavia, non persegue la categoria dell’esattezza, quanto quella della pedanteria.
Eccone un esempio, non associato al tema principale del libro (la neurochirurgia), ma a quello secondario, la passione musicale di uno dei due figli del protagonista:

"Attacca da sola la chitarra di Theo con un languido turnaround di due battute, una semplice linea calante dal quinto tasto che precipita in un un accordo denso e cola in un secondo per restare come irrisolta, una settima sospesa; poi con un brusco kick and roll sul tom-tom, e cinque note che salgono circospette dal basso, ha inizio il blues".

Così sono buoni tutti. Basta chiedere a un amico. Non c’è competenza, nemmeno virtuosismo. Per me può averlo anche copiato da qualche parte, e soprattutto, cosa aggiunge alla descrizione della scena? Casomai toglie. Visto che uno zero virgola dei suoi lettori ci potrà capire qualcosa. Bisogna fare atto di fede. Sentirci inferiori. Il peggio che possa fare uno scrittore nei confronti dei suoi lettori.

Norweegian wood

A costo di alienarmi la benevolenza di buona parte del fedele manipolo dei miei lettori, devo riferirvi del concerto in onore del musicista norvegese Edward Grieg cui ho assistito ieri sera al Teatro Studio, al Parco della musica, un piccolo ambiente dall’acustica perfetta, dalle calde pareti di ciliegio.

Protagonisti della serata sono stati un pianista dal nome impossibile e un suonatore di hardingfele, sorridenti e discreti, perfettamente a loro agio nelle loro comode facce norvegesi.
Hanno cominciato a suonare alternando un brano della tradizione norvegese (il virtuoso dell’hardingfele, un bel tipo dalla faccia rotonda e barbetta) e uno di Grieg (il pianista dal nome impossibile) che a quello si era ispirato.
Sì, lo so che siete ansiosi di sapere che strumento sia l’hardingfele.
Un violino. Solo, con 8 corde invece che quattro (almeno, da dove ero seduto io vedevo 8 chiavi per accordare le corde).
Quando le luci si sono abbassate è iniziata la magia. Ha incominciato l’hardingfele con delle graziose Danze contadine norvegesi, seguito a ruota dal pianista che ha suonato Danze contadine norvegesi, di Grieg, op. 72. La stessa cosa, ma un po’ più movimentata.
La serata è andata avanti così. Prima l’hardingfele eseguiva, per dire, il Gangar etter Myllarguten (il Gangar del Mugnaio), subito seguito dal pianista che suonava ilGangar etter Myllarguten, op. 72, numero qualche cosa (in questo caso numero 6).

Sarebbe troppo facile scherzare sulla lingua norvegese (una delle lingue norvegesi, giacché ho appreso l’anno scorso, dalla viva voce di un norvegese che fortunatamente per me parlava un ottimo italiano, che in Norvegia esistono una ventina di lingue, tutte con pari dignità, tanto che persino le banconote sono stampate in due lingue diverse: l’avreste mai detto?).
La lingua norvegese, temo, è bizzarra per le nostre orecchie non allenate, almeno quanto l’italiano lo è per i norvegesi. Lokk og bådnlåt (Richiamo del bestiame) non sarà più buffo di Ninna nanna bel bambin, o Tussebrurefæra på Vossevangen (op. 72, naturalmente, di Grieg) vale quanto Il corteo nuziale del folletto, che ne è la traduzione.

Cosm’è come non è, il suono del hardingfele, che all’inizio sembrava con la sua iterata metallica nenia, uno strazio che difficilmente si sarebbe potuto sopportare per un’ora e mezza, tanto che l’entrata sulla scena sonora del pianista (lui, con la faccia da norvegese tagliatore di legna appena entrato in birreria) veniva accolto dalle mie orecchie come un vecchio amico che bene o male parlava la mia stessa lingua, a poco a poco ha cominciato a farsi capire. A penetrare con la sua sottile forza evocativa lo strato più duttile della in-coscienza. Il grigio rispecchiarsi delle acque immobili dei fiordi nell’aria breve delle fredde giornate invernali, carezzato dai ritmi di canti popolari, che sempre, nei paesi nordici, rimandano a momenti di gioia discreta, a balli nei prati verdi o nelle palestre comunali, ha cominciato a farci partecipi di un mondo invidiabile.
Quelle musiche non sembravano le musiche delle danze di una festa di primavera, quanto l’immagine rifratta di quelle musiche, attutita dal tempo trascorso, quando il sole è già tramontato sulle cime altissime e verdi che strapiombano sulle acque. La musica conteneva già, in sé, il ricordo della musica. Pure essendo, proprio, le musiche della festa (non una rielaborazione intellettuale, come nel caso dei brani di Grieg), erano intrise della malinconia della festa finita. Erano già fredde, accanto al fuoco spento. Il violinista era già solo, e già si trovava a fronteggiare la nostalgia struggente per quella ragazza dai capelli lisci, sparsi sulle spalle e una goffa predisposizione all’inciampo nella quadriglia. Ma con un sorriso. E una voce. Nella musica del suo hardingfele c’era la sua voce, la sua cadenza, la sua promessa non mantenuta.

Gunnar Stubseid era il suonatore di hardingfele. Håkon Austbø, il pianista.
Gran successo.

Categorie:musica

Tu chiamale se vuoi…

25 ottobre 2006 2 commenti

Alla mia bella età ho scoperto, ebbene sì, il piacere di fare (di essere?) come tutti quelli che mi circondano la mattina giù giù, nei sotterranei abbacinati della metro, e cioè di isolarmi dal resto del mondo, e collegate in modo instabile – per meri problemi fisiognomici – le cuffie all’affarino MP3 (niente di che) che mi è stato di recente regalato per aver moderato una tavola rotonda, perdermi inebetito in una dimensione semi-autistica devo dire niente male.

In effetti, vuoi mettere penetrare la folla che cerca di salire sul vagone della Linea B, superare la folla, gli odori, la tristezza del mattino, la risalita, gli appuntamenti, le cose che non si capiscono, o non si capiscono più o non si vorrebbero capire e come in un trip delirante di Google earth proiettarsi un’altra parte, lontano, galleggiando a mezz’aria e vedere tutto molto, molto più chiaro spinto da queste parole?

"The highways jammed with broken heroes on a last chance power drive
Everybodys out on the run tonight but theres no place left to hide
Together Wendy well live with the sadness
I’ll love you with all the madness in my soul
Someday girl I dont know when were gonna get to that place
Where we really want to go and well walk in the sun
But till then tramps like us baby we were born to run"

Stardust memories

30 agosto 2006 2 commenti

cagliari2_640Stavo ascoltando la colonna sonora di Kill Bill.

Mi sono chiesto, con un po’ di nostalgica apprensione: che fino avranno fatto i Santa Esmeralda? Cos’hanno fatto dal 1977 a oggi?
Hanno girato tutti i locali di Las Vegas, di Reno, della periferia di Los Angeles uscendo nell’alba livida nelle deserte strade bagnate, cantando centinaia, migliaia di volte solo e soltanto Don’t let me be misunderstood?

Hanno girato gli studi di tutte le televisioni locali, dove presentatori cocainomani e giovani starlett rifatte li prendevano per il culo chiedendogli sempre sta (lunghissima) canzone facendogli ballare il flamenco fino allo sfinimento (la versione colta, e più sfigata,se possibile, di Edoardo Vianello e dei suoi Watussi, insomma)?

Hanno fatto una tournée in Giappone e in Russia e a Novosibirsk si sono ubriacati di vodka cantando per le strade sporche del fango della tarda primavera la loro disperata canzone (e per questo sono stati arrestati dalla locale polizia, che poi li ha fatti cantare e ballare fino alle prime luci del giorno successivo nella cella, alla fine facendosi fare un autografo – ma poi lo hanno perso)?

Si sono ubriacati di bourbon scadente nella roulotte alla periferia di Jacksonville vedendo le immagini degli aerei trapanare le torri gemelle? O avrebbero dovuto essere lì, nel Ristorante al settecentesimo piano della torre nord a cantare Don’t let me be misunderstood al compleanno della segretaria del boss di una finanziaria portoricana?

Hanno partecipato alla Prima e alla Seconda Guerra dl Golfo per tirar su il morale delle truppe?
O sono diventati onesti e tranquilli padri e madri di famiglia?

(N.B. la foto non si riferisce alla periferia di Los Angeles, ma di Cagliari. Per voi fa lo stesso, no?)

Categorie:discorsi, musica