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Norweegian wood

A costo di alienarmi la benevolenza di buona parte del fedele manipolo dei miei lettori, devo riferirvi del concerto in onore del musicista norvegese Edward Grieg cui ho assistito ieri sera al Teatro Studio, al Parco della musica, un piccolo ambiente dall’acustica perfetta, dalle calde pareti di ciliegio.

Protagonisti della serata sono stati un pianista dal nome impossibile e un suonatore di hardingfele, sorridenti e discreti, perfettamente a loro agio nelle loro comode facce norvegesi.
Hanno cominciato a suonare alternando un brano della tradizione norvegese (il virtuoso dell’hardingfele, un bel tipo dalla faccia rotonda e barbetta) e uno di Grieg (il pianista dal nome impossibile) che a quello si era ispirato.
Sì, lo so che siete ansiosi di sapere che strumento sia l’hardingfele.
Un violino. Solo, con 8 corde invece che quattro (almeno, da dove ero seduto io vedevo 8 chiavi per accordare le corde).
Quando le luci si sono abbassate è iniziata la magia. Ha incominciato l’hardingfele con delle graziose Danze contadine norvegesi, seguito a ruota dal pianista che ha suonato Danze contadine norvegesi, di Grieg, op. 72. La stessa cosa, ma un po’ più movimentata.
La serata è andata avanti così. Prima l’hardingfele eseguiva, per dire, il Gangar etter Myllarguten (il Gangar del Mugnaio), subito seguito dal pianista che suonava ilGangar etter Myllarguten, op. 72, numero qualche cosa (in questo caso numero 6).

Sarebbe troppo facile scherzare sulla lingua norvegese (una delle lingue norvegesi, giacché ho appreso l’anno scorso, dalla viva voce di un norvegese che fortunatamente per me parlava un ottimo italiano, che in Norvegia esistono una ventina di lingue, tutte con pari dignità, tanto che persino le banconote sono stampate in due lingue diverse: l’avreste mai detto?).
La lingua norvegese, temo, è bizzarra per le nostre orecchie non allenate, almeno quanto l’italiano lo è per i norvegesi. Lokk og bådnlåt (Richiamo del bestiame) non sarà più buffo di Ninna nanna bel bambin, o Tussebrurefæra på Vossevangen (op. 72, naturalmente, di Grieg) vale quanto Il corteo nuziale del folletto, che ne è la traduzione.

Cosm’è come non è, il suono del hardingfele, che all’inizio sembrava con la sua iterata metallica nenia, uno strazio che difficilmente si sarebbe potuto sopportare per un’ora e mezza, tanto che l’entrata sulla scena sonora del pianista (lui, con la faccia da norvegese tagliatore di legna appena entrato in birreria) veniva accolto dalle mie orecchie come un vecchio amico che bene o male parlava la mia stessa lingua, a poco a poco ha cominciato a farsi capire. A penetrare con la sua sottile forza evocativa lo strato più duttile della in-coscienza. Il grigio rispecchiarsi delle acque immobili dei fiordi nell’aria breve delle fredde giornate invernali, carezzato dai ritmi di canti popolari, che sempre, nei paesi nordici, rimandano a momenti di gioia discreta, a balli nei prati verdi o nelle palestre comunali, ha cominciato a farci partecipi di un mondo invidiabile.
Quelle musiche non sembravano le musiche delle danze di una festa di primavera, quanto l’immagine rifratta di quelle musiche, attutita dal tempo trascorso, quando il sole è già tramontato sulle cime altissime e verdi che strapiombano sulle acque. La musica conteneva già, in sé, il ricordo della musica. Pure essendo, proprio, le musiche della festa (non una rielaborazione intellettuale, come nel caso dei brani di Grieg), erano intrise della malinconia della festa finita. Erano già fredde, accanto al fuoco spento. Il violinista era già solo, e già si trovava a fronteggiare la nostalgia struggente per quella ragazza dai capelli lisci, sparsi sulle spalle e una goffa predisposizione all’inciampo nella quadriglia. Ma con un sorriso. E una voce. Nella musica del suo hardingfele c’era la sua voce, la sua cadenza, la sua promessa non mantenuta.

Gunnar Stubseid era il suonatore di hardingfele. Håkon Austbø, il pianista.
Gran successo.

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Categorie:musica
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