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Archive for the ‘discorsi’ Category

And the winner is… Bob Dylan

17 ottobre 2016 2 commenti

bob-dylan1La letteratura è un fatto intimo. Ci si affeziona agli autori che sia amano, chi scrive è legato alla letteratura da un cordone ombelicale molto più resistente di quello biologico, che dopo nove mesi smette di essere utile e si getta via senza rimpianti. La letteratura nutre, e ci rappresenta.

Che le cose stiano esattamente così ce lo dicono le reazioni che seguono, ogni anno, la proclamazione del vincitore del premio Nobel per la letteratura. Ogni anno una polemica. E’ troppo poco conosciuto. E’ troppo popolare. E’ troppo svedese. Non c’entra niente con la letteratura. Con un livore, una forza polemica davvero sorprendente, di gran lunga superiore a quella che accompagna la notte degli Oscar. Come se il premio Nobel fosse davvero il premio al miglior scrittore vivente (almeno per quest’anno).

Stavolta è il turno di Bob Dylan. Cantante, anzi, cantautore come si diceva una volta. Premiato per per aver creato, dice la motivazione, «nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana». Interessante motivazione, anche riduttiva, è stato detto, per esempio da Sandro Veronesi, sul Corriere: “Da oltre cinquant’anni l’influenza di Bob Dylan sulla cultura occidentale è incalcolabile, come incalcolabile è il numero di opere letterarie, in prosa o in poesia, che hanno tratto ispirazione dal suo lavoro, o la quantità di titoli «rubati» alle sue canzoni. Perciò, per quanto illuminata appaia la scelta fatta a Stoccolma (le cronache dicono che l’annuncio è stato accolto con un boato dal pubblico presente in sala), c’è da chiedersi perché questo riconoscimento non sia arrivato prima.

Molti altri hanno manifestato assoluta contrarietà (Baricco: “E’ come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias – sostiene l’autore di Oceaono Mare – perchè c’è una bella musicalità nella sua narrativa“, Raoul Montanari: “In completo disaccordo con il Nobel per la “letteratura” a Bob Dylan. Le parole di Bob Dylan non hanno gareggiato alla pari con quelle dei poeti e dei narratori, perché erano accompagnate dalle splendide melodie della sua chitarra. Non erano nude, non erano indifese sulla carta come quelle di chi fa ciò che chiamiamo “letteratura”).

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Lontano un miglio. Pannella e “noi”

Per coerenza non mi sono unito al cordoglio per la morte di Marco Pannella.

pannellaAnni settanta. Al Liceo classico Tacito la maggior parte degli studenti era, o si diceva, “di sinistra”. Estrema, meno estrema: democrazia proletaria, Lotta Continua, FGCI. C’erano anche parecchi studenti di destra (molti meno, ma c’erano, erano coesi e duri, specie fino al ’77 – poi, come tutto il resto, si sono ammosciati); c’erano i cattolici (capitanati dall’attuale senatore dem Giorgio Tonini). E c’era un radicale. Un unico ragazzo radicale. Non ricordo neppure come si chiamasse. Era preso in giro da tutti, ma alla fine era tollerato solo in ragione del suo essere, appunto, uno. Il motivo per il quale veniva deriso era chiaro: in quanto radicale non mostrava alcun interesse per la lotta di classe, per le battaglie operaie, per i palestinesi e gli oppressi in genere, che ovviamente erano tutti in cima ai nostri pensieri. All’epoca era già “di destra” essere della FGCI (era “di destra” Berlinguer…: almeno a dirlo erano quelli che oggi si ritengono custodi della sua memoria politica), figuriamoci essere radicale. I radicali erano borghesi neppure tanto illuminati; vestivano bene, parlavano bene, ma al dunque non erano interessati alla rivoluzione, flirtavano con Craxi, avevano obiettivi e fissazioni che non ci riguardavano. Sì, il divorzio, l’aborto… ma quelle erano state battaglie “anche nostre” (ed è vero). I radicali noi non li sopportavamo perché ci sarebbe piaciuto che fossero di sinistra, ma non lo erano. Per niente.

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Categorie:discorsi, italia, Politica

Relativismi

1)

Simone Conte è uno dei due (l’altro è il più noto Diego Bianchi, quello di Gazebo) fantastici animatori della pagina Facebook dedicata alla Roma, Kansas City 1927. Il giorno della tragica finale di Coppa Italia ha twittato: “Una regola che se vuoi parlare delle curve ci dici quand’è l’ultima volta che sei stato in curva, poi valutiamo noi se ascoltarti”. (Twitter, http://twitter.com/SimonteCone/status/462682964028325889).

In italiano corrente: se non sai di cosa parli è meglio che te ne stai zitto. Ma esattamente che cosa si dovrebbe sapere? In risposta ad alcune critiche ricevute, sempre su Twitter Conte replica che le curve sono un mondo complesso che richiede ragionamenti complessi.
Ma è davvero così? Possibile che – al netto della sacrosanta pretesa di una complessità di ragionamento – non si possa, dall’esterno, rivendicare il diritto di piantare dei bei paletti e serenamente disporre al di qua e al di là i termini di un discorso di civiltà?

Che cosa dovrebbe essere negoziato attraverso il filtro della conoscenza? L’odio viscerale per concittadini che, nel caso dei tifosi romanisti, vivono a 200 km più a sud? L’odio razziale? La riesumazione di “ideali” nazifascisti spacciati per “valori”? L’idea di scontro sociale applicato al contesto di una partita di calcio?

2)

Dal palco del Concertone del Primo Maggio la rockstar Piero Pelù attacca il presidente del consiglio e segretario el PD Matteo Renzi definendolo giovialmente “boy-scout di Licio Gelli”, il che naturalmente suscita l’indignazione e le repliche dei fans di Renzi, che lo stesso Pelù bolla come “bastonate da camicie nere”.

La polemiche, in effetti, nei giorni successivi, trascende, facendo schierare molti dalla parte di Pelù. “Io sto con Pelù” in breve sembra diventare un meme identitario. Attaccare Renzi non si può! E’ lesa maestà! Ormai siamo in una dittatura!

Ora, definire Renzi un boy-scout di Licio Gelli mi sembra essere, senza ombra di alcun possibile dubbio, un’idiozia e una offesa che non c’entra con la politica e nemmeno con Renzi. E’ una balla, una menzogna pura e semplice. La domanda è: perciò uno può andare su un palco e davanti a centinaia di migliaia di persone può dire esattamente ciò che gli pare, insultando come gli pare il prossimo? Attaccare Renzi è legittimo e anzi doveroso, ma il modo conterà qualcosa? Il significato avrà o no più importanza del significante? O tutto è, di nuovo, relativo?

Il mondo come creatività e rappresentazione

Quelli che sostengono che parlar male a prescindere di Masterpiece sia snob hanno qui pane per i loro dentini aguzzi e famelici. Io infatti non ho visto Masterpiece, forse ne vedrò qualche spezzone in futuro, ma lo stesso mi arrogo il diritto di parlarne. Male.

Ho letto molto su Masterpiece. Non i fiumi di Tweet sarcastici di cui si parla (il direttore di RaiTre, Vianello, ne è comprensibilmente entusiasta), ma articoli interessanti e ponderati. Come questo, di Fabio Viola, o questo di Andrea Coccia, che ne ha scritto anche qui (Linkiesta ha dedicato parecchio spazio a questo programma, per la gioia del Vianello, evidentemente).

Le tesi a sfavore si possono riassumere nel concetto che la scrittura, l’atto della scrittura, individuale, intimo, legittimamente autoreferenziale fino a quando non diventa dialogo con un lettore potenziale, non si concilia con un format tipo Masterchef o X-Factor. O anche Amici, o tutti quelli che conosciamo. Con i “Talent”, insomma.

Scrive Fabio Viola:
“Masterpiece è invece un’operazione che fa leva senza il minimo scrupolo sull’ambizione, quella più truce e volgare, quella che non si fa forte del talento, la delusion della creatività, la sfacciataggine con cui siamo arrivati a sentirci in diritto di proporci come scrittori senza possedere i basilari strumenti culturali che ci dissuaderebbero dall’intento per umiltà, rispetto e amore del bello.”
E conclude:
“Di cosa si tratta, allora? Di una parodia della slavina di italiani con velleità scrittorie? Di far esporre per puro sadismo persone illuse di avere un talento? Della versione televisiva di un corso di scrittura creativa – solo che qui, alla fine, se vinci pubblichi con Bompiani? Della conferma ufficiale che in Italia i broccoletti sono il corrispettivo del soma di Huxley? Magari tutte queste cose insieme, e mille altre che non vediamo, accecati dal moralismo. Comunque, con un pizzico di goliardia, Masterpiece lo si poteva chiamare Yes we can! (che in italiano si dice “cani e porci”).”

Da quello che si capisce il problema sta nel fatto che la scrittura, non tanto come atto solipsistico (potrebbe non esserlo, in fondo, e raggiungere comunque un livello almeno dignitoso, sebbene seriale ma con un po’ di fortuna intrigante), ma proprio come atto creativo, non può sottostare alle regole di un talent show. Leggi tutto…

I confini di Chiasso

30 agosto 2012 4 commenti

Si usa molte volte questa espressione riferendola al cinema italiano: questo film non lo vedrebbe nessuno al di là dei confini di Chiasso. Leggi: è troppo locale, troppo italiano, non lo capisce nessuno, non interessa a nessuno al di fuori dei nostri striminziti confini geo-culturali (o sottoculturali).

Lo ha ribadito anche Roberto Escobar sulla Domenica del Sole 24 Ore del 19 agosto scorso (non reperito in rete). In pratica l’unica commedia decente prodotta dalla cinematografia italiana nella stagione appena conclusa è, secondo Escobar, un film francese, “Ciliegine” di Laura Morante.
Il limite di tutte le altre commedie è proprio quello di essere troppo poco europee.

Non mi metterò certo a difendere le commedie italiane. Generalmente fanno orrore, questo è evidente a chiunque. Quello che non mi convince è però la base del ragionamento di Escobar, e di tutti quelli che, come lui, accusano il cinema italiano di eccessivo localismo.

Il grande successo della commedia italiana degli anni cinquanta e sessanta derivava proprio dal fatto che quei film fossero italiani al cento per cento. Dal fatto che lo spettatore americano amava calarsi in una realtà completamente diversa dalla propria, e scopriva così il mondo rurale, pre-moderno, sofferente o gioioso dell’Italia del dopoguerra. Il mondo di Rossellini e di De Sica, della Carbiniera e dei poveri ma belli.
Il motivo di quel successo non derivava dal fatto che quei film avessero un respiro internazionale (che non avevano), ma al contrario: che fossero, per gli americani o per i francesi, esotici. Li apprezzavano esattamente per gli stessi motivi per cui noi apprezziamo l’esotismo del far west, l’esotismo delle città americane, o l’esotismo della banlieu o di Montparnasse e Pigalle, o dell’Africa nera.

Però, perché mai una cinematografia in crisi, che non ha più niente da raccontare, e quando ce l’ha lo fa male, schiacciata da complessi di colpa e di inferiorità dovrebbe copiare quello che ci piace dei film degli altri, snaturando così qualsiasi possibile connotazione autoctona? Si dovrebbero girare film “americani”, o “francesi” (molto meno, in verità)? Cosa c’è di peggio dei film apolidi, internazionali? E’ ovvio che un americano non ha alcun interesse a vedere un film americano proveniente dall’Italia. Un americano vorrà vedere e capire qualcosa di Roma, Napoli, Palermo, non una scimmiottatura dei propri prodotti.

Il problema non è il localismo, ma le idee, la tecnica, il coraggio imprenditoriale. A un certo punto in Italia si sono cominciati a fare solo film televisivi, quelli sì, autoconfinati entro gli stretti orizzonti nazionali. Si sono cominciati a fare solo film brutti, bruttissimi. Con attori scarsissimi – ma molto popolari – con registi scarsissimi – ma molto redditizi perché perfettamente sintonizzati con il gusto becero della media nazionale.
Film brutti se ne sono sempre girati, in Italia e ovunque. E’ nella natura delle cose (l’altro giorno ho visto dieci minuti di American pie 2: madre santissima benedetta…). Da noi diciamo che c’è una prevalenza dei film brutti non compensata a sufficienza da una cinematografia di qualità. E purtroppo scontiamo ancora il fatto che, specie qualche anno fa, la qualità è stata scambiata per seriosità, cupezza, tetraggine. Risultato: si sono fatti film seriosi, pretenziosi, cupi e tetri… brutti. E si è del tutto persa la capacità di fare commedie.

Amazon, consigli per gli acquisti

Ho ricevuto una mail da Amazon.it, nella quale mi veniva suggerito di comprare sette libri. Sei di questi li ho già letti. Pubblicità totalmente sbagliata, o perfettamente centrata?

Di recente ho comprato su Amazon due paia di scarpe in saldo, un paio da tennis e un paio di Geox (totale 75 euro, sono entusiasta).
Da quel giorno Amazon mi manda mail in cui mi invita a comprare altre scarpe. Ma santiddio, le scarpe ormai le ho comprate, di quante scarpe pensano io abbia bisogno? Ora proponetemi sciarpe, cappelli, mutande. Ma scarpe no!

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MAXXI

Ci sono luoghi estremamente fotogenici. Uno va lì e si trova incluso nelle geometrie predefinite da un architetto, o nella composizione pittorica della natura, o nell’espressione significativa di un volto.

Allora che c’è di più facile che prendere il telefono, o la macchina fotografica e riprodurlo. Pesonalmente non so perché lo faccio.
Mi pare di trovarmi nella condizione descritta da Jonathan Franzen, in Zona Disagio:

“A volte, durante le nostre escursioni all’Ovest, io e mia moglie avevamo raggiunto cime non devastate da altri escursionisti, ma anche allora, in quelle gite perfette, mi chiedevo: “e adesso?” E scattavo una foto. Come un uomo con una fidanzata fotogenica di cui non era innamorato.” (pag. 197)

Qui sotto le fotografie scattate il primo gennaio e il 30 dicembre di quest’anno, al MAXXI.

Maxxi, gennaio e dicembre 2011
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