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Posts Tagged ‘new york’

Raccontino brrrr

23 gennaio 2010 5 commenti

– Il mio sogno? – mi disse. – Morire a New York.
– …
– Visto che non ci ho potuto scrivere "nato a Ney York", sulla carta d’identità, almeno ci ho potuto mettere "morto a New York".
– Che stai dicendo, sulla carta d’identità! Sulla lapide al cimitero, casomai!
– No no, proprio sulla carta d’identità.

Prese il portafoglio dalla tasca, tirò fuori la carta d’identità e me la mostrò.

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Pastrami!

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Manhattan e Brooklyn

"Manhattan è una sorta di realtà virtuale. Un luogo per certi versi irreale. E’ un prodotto della forza di volontà, dell’ambizione e del denaro. E a differenza di altri luoghi non si fonda sul proprio passato, ma sulle sue potenzialità e sul futuro. […] Detto questo, ciò che rende  Manhattan – così come NYC, e il mondo intero – più complicata di qualunque descrizione io possa darne, è il fatto di essere al tempo stesso un luogo vero. Fatto di gente che vive nei suoi edifici, mangia, si veste e si dà da fare per pagare l’affitto.
[…]
Ciò che trovo corroborante in Brooklynè il suo desiderio di essere una grande città. Desiderio che non riesce mai a soddisfare. Brooklyn viene rinnovata solo a metà, sanata a metà. Per questo capita di trovare, accanto a scorci futuristici, testimonianze del passato, ostinate vestigia di un’epoca che non vuole saperne di togliersi di mezzo".

(Jonathan Lethem. D La Repubblica delle donne, 28.11.09, n. 673, p.111-112)

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Subway

Penso che una città si definisca anche in funzione della sua metropolitana.
Mi spiego. Città come Parigi, Londra, ma anche San Pietroburgo c’è una fantastica rete della metropolitana da tantissimi anni. A prenderle oggi però non sembrerebbe (a aprte quella di San Pietroburgo: efficiente, ma intenzionalmente "monumentale").
Si capisce che ci hanno speso un sacco di soldi per renderle moderne e sicure.

A New York credo che l’aggettivo che posa descrivere la metro sia: fatiscente.

I muri sono il più delle volte scrostati, i pavimenti scombinati, i vagoni quasi sempre vecchi. Ci piove dentro. I corridoi sporchi e freddi.
Ovviamente funziona alla perfezione (quasi: la MetroCard spesso non vuole saperne di funzionare). Ma l’aspetto è trasandato.

L’architettura denota i limiti di età. Incongrue palizzate in ghisa a mezzo metro dal bordo banchina impediscono il normale deflusso e afflusso dei passeggeri. Spesso non ci sono scale mobili, per non dire delle stazioni di scambio: molte volte sono un labirinto incomprensibile, e per prendere la linea che va semplicemente nella direzione opposta bisogna salire sul marciapiede e farsi un paio di isolati per trovare l’entrata giusta (ad esempio a Bleecker street).

L’impressione è di una città che non si prende la briga di rifarsi il trucco "là sotto".
Come una signora bellissima che al primo incontro intimo riveli particolari non proprio in sintonia con la bellezza che ci ha conquistati (che so, una calza smagliata, biancheria trasandata…)
Una snobberia studiata, che spiazza e irretisce.
Non c’è "trascuratezza", o indifferenza. C’è la firma della propria superiorità. Una città, che insieme (non a dispetto) della sua trascinante bellezza "di sopra", della sua luminosità, vitalità spettacolare, rivela il suo carattere pratico, essenziale, disturbante nel suo permettere agli estremi di toccarsi e convivere.

Proprio come "di sopra", a pensarci bene.
Chinatown e Wall Street sono a poche centinaia di metri l’una dall’altro.
La città ripulita da Giuliani e Bloomberg là sotto si riscatta, testimoniando la sua natura popolare, democratica. Sembra dire: guardate, che io sono così, che io sono Times Square e il Bronx, Madison Avenue e i topi che scorrazzano felici come Bianca e Bernie nei miei piani inferiori.

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Johnny Parma

Siamo fermi davanti all’ingresso della People’s Republic of Brooklyn, un piccolo ristorante al 247 di Smith Street, Brooklyn, che leggiamo il menu. Un po’ incerti. Dalla porta esce un uomo sull’uno e novanta, nero. “Come in”, ci fa, con un gesto imperativo incarnato da una manona flaccida. Noi, intimiditi, entriamo.

Ci accoglie una simpaticissima ragazza, nera. Al bancone si sono altri 3 avventori, neri.

Che sarà mai. Siamo gli unici bianchi. Non passeremo certo i guai per questo motivo.

La cameriera è premurosa, gentile, sorridente e aggraziata. Forse non all’altezza di quella del Downtown Atlantic della sera prima, su Atlantic Ave. Che mentre aspettava che le dicessi cosa avevamo scelto, appoggiava indiscreta e solare una mano sulla mia spalla (un fare cameratesco delizioso ed estremamente redditizio).

Non mi dilungo sull’ottima cena. Nel frattempo al bancone (non ai tavolini, debolmente illuminati da una tiepida luce di candela rinnovata dalla cameriera durante il corso della cena) si erano alternati avventori, anche bianchi, che lanciavano occhiate interessate alla partita di foot-ball (c’è una partita di foot-ball quasi ogni giorno negli States e i pub hanno sempre almeno un paio di televisori appesi che ne mostrano le immagini).

Verso la fine della cena il proprietario si avvicina, e sfoderando un imprevedibile sorriso infantile ci chiede da dove proveniamo. Dall’Italia! Si illumina. “Ho studiato a Parma, come avvocato”. Non sapeva una sola parola di italiano e mi domando come abbia potuto sostenere anche solo un esonero, a Parma, ma non sto lì a sottilizzare.

Dice di chiamarsi “Giovanni”. E’ in vena di consigli. Ci suggerisce dove andare a mangiare a Manhattan (da Pastis, sulla 9th Ave. ) cosa andar a vedere (Brooklyn Museum e soprattutto la Grand Central Station – ci eravamo appena stati, ma ci ha intimato caldamente di tornare, sembrava davvero un dovere imprescindibile) e dove andare a fare shopping (Canal Street e a SoHo). Ho ancora il fogliettino qui con me, il retro di una ricevuta fiscale.

Pare un po’ suonato, ma è amabile e generoso.

All’uscita ci chiede dove abitiamo. Praticamente è una traversa lì dietro, a due passi, ma non la conosce. Si informa, ci dà l’indicazione.

Secondo me e mia moglie ci sta dicendo di andare nella direzione opposta a quella giusta. Lo ringraziamo con calore e cordiali strette di mano ma, fatti pochi metri nella direzione che ci ha indicato lui, giriamo alla prima traversa (Douglass Street) per tornare sui nostri passi, senza farci vedere da Johnny (che per noi tre è già diventato Johnny Parma) , che ci rimarrebbe troppo male.

Ma al secondo isolato ci viene un sospetto. Avesse avuto ragione lui? Non riconosciamo minimamente le strade, è chiaro che di lì non ci siamo mai passati.

Allora torniamo indietro, tenendoci alla larga da Smith Street, se no sai che figura. Oltretutto Johnny Parma si prenderebbe troppo a cuore la nostra vicenda, e, generoso com’è, se ci vedesse persi nelle silenziose sebbene per nulla pericolose strade notturne di Brooklyn, ci caricherebbe in macchina e staremmo lì a girovagare fino all’alba in cerca di questa dannata Wyckoff street, che non si riesce a trovare.

Per evitare questa prospettiva, cerchiamo finché è possibile di evitare di passare davanti al suo locale. Ma quando capiamo di esserci irrimediabilmente persi cediamo.

Torniamo sui nostri passi. Abbiamo solo l’accortezza di passare sull’altro marciapiede e di tenere la testa bassa.

Niente da fare. Johnny Parma è lì, fuori della porta. Con il suo vestito chiaro e la cravatta sgargiante.

Ci guarda. Noi facciamo finta di niente. Tiriamo dritti. Ci avrà visti?

Wyckoff street era proprio lì dietro. Aveva ragione lui. Cinque isolati, proprio come aveva detto.

Non abbiamo seguito nessuno dei consigli di Johnny Parma. Ma ho ancora il suo biglietto fra le pagine della guida di New York, e porto con me il ricordo del suo sorriso.

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Pillole da New York

14 dicembre 2009 1 commento

New York, metropolitana. Una ragazza bianca fa l’uncinetto. Al suo fianco una signora cinese legge un giornale cinese. Al suo fianco un ragazzo ispanico ascolta l’Ipod. Accanto a lui un ebreo ortodosso legge le preghiere in ebraico. Questa è New York. La città della differenza, cioè  dell’uguaglianza.  New York non esiste straniero.

***

Sulla metro ricchi e disperati insieme. Entrano 5 neri vestiti di nero, cappotto, cappello, tutto nero, attaccano un gospel a cappella. Attraversano tutto il vagone, uno con il cappello in mano per le offerte. Escono. Entrano nel vagone successivo.

***

Mia moglie, atterrando al La Guardia (nel Queens, mega-quartiere residenziale) : "beh, sembra il parcheggio della FIAT a Termini Imerese".

***

La voglia di fotografare, riprendere (documentare) è irrefrenabile. Invece quello che resta davvero è la vista, quindi il ricordo, l’esperienza. Cerco di trattenere l’impeto, ma è inutile. Mirare, caricare, fuoco.
Poi si scaricano le batterie. Finalmente in silenzio.

***

Times Square, Wall Street, il Financial District. Dite quello che volete. New York è anche questo ma è soprattutto tutto il resto. Il tempio del consumismo? Dell’effimero? Certo. Ma la bellezza (tragica?) di NY sta nel fatto che fondamentalmente quello che chiede è essere un attore del suo copione. La vera vocazione di NY non è il commercio, ma lo spettacolo. Quando si dice: mi sembrava di essere dentro un film, oppure mi sembrava di esserci già stato…. è sbagliato.
New York è il mondo che si mette in scena.

Quando sei lì capisci perché ci siano tanti film e telefilm che l’abbiano scelta come scenario delle loro storie. Perché lei è lì che si offre alla narrazione e allo sguardo, lei vive di questo. Come può nascondersi un palcoscenico? E non è solo Times Square, o il Flatiron o l’Empire State. E’ tutta la città, le sue facce, la parte povera, quella ricca, quella nascosta, quella stupida e quella intellettuale che non può fare a meno di narrarsi.
Il fatto che gli studi della NBC e della CBS siano lì, al Rockfeller Center, per esempio, o sulla 57esima, la CNN a Times Square, non è un elemento casuale. Il fatto che non siano in una squallida periferia terziaria, ma in pieno centro, testimoniano della natura della città. Televisioni, cinema e i teatri, ovviamente, e la musica, e lo sport (con il Madison square garden), è tutto lì. Solo i grandi stadi, per ovvi motivi, sono delocalizzati.La città produce e si nutre dello show.

Quando ci stai dentro capisci che sei dentro una storia. Dove tutto è raccontato ed è anche vero. Il cinema e la televisione danno una forma alla vita, la contengono dentro stampini che facilitano il consumo, lo addomesticano e lo riusano, ma era già tutto lì.

C’è una finestra, al MoMA, da dove si ammira il panorama della 53rd, dove si affaccia il cortile interno . E’ chiaro che in quel punto, ad essere in mostra, oltre alla bellissima statua di Giacometti, è proprio la città.
Non che vi sia nulla di particolare da vedere. E’ bella di per sé, con il suo alternarsi dinamico di stili, epoche, altezze, materiali, luci. E’ la bellezza naturale di una composizione perfetta.

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