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Posts Tagged ‘stati uniti’

Immagini raccapriccianti

4 maggio 2011 1 commento

Che Bin Laden sia morto mi sembra che ci siano pochi o nessun dubbio. Che bisogno c'è di documentarlo con immagini raccapriccianti? Cosa aggiungerebbe?
Che, se la notizia non fosse vera, Bin Laden immagino si farebbe vivo con un messaggio dei suoi. Che figura ci farebbero gli americani? E soprattutto: a cosa servirebbe una foto che chiunque, come si sa, può taroccare come gli pare, di fronte a un video che dimostrerebbe in un minuto la sua natura di falso?

E tuttavia gli strateghi americani se ne stanno lì, nei loro bunker, in camicia, con le maniche rialzate e le cravatte allentate, con una bevanda calda in un bicchiere di carta poggiato davanti al tavolo, il Presidente con le gambe di traverso, come uno che passa di lì un po' per caso e voglia dare un'occhiata per vedere com'è che funziona questo mondo di merda, a decidere se, come quante e quando mostrare al mondo le inguardabili foto raccapriccianti.
Sembra che non si fidino.
Ma di chi? Di che cosa?
Non si fidano della loro stessa capacità di persuadere l'opinione pubblica mondiale di un fatto realmente accaduto? Il fatto non è accaduto precisamente come lo hanno raccontato e le immagini (taroccate anche quelle) servono ad avvalorare il racconto? L'ansia di mostrare Bin Laden cadavere nasconde un sentimento di vendetta irrefrenabile?
Ma mi chiedo anche: possibile non sia stato filmato l'innocuo e sicuramente non raccapricciante momento della "sepoltura" in mare? Poiché la risposta è certamente no, non è possibile (o è scarsamente possible), come mai non vengono diffuse neppure queste immagini? Perché non sono abbastanza raccapriccianti? Perché non dimostrerebbero niente? – presumo che il corpo sarà stato messo in un qualche tipo di sarcofago – e quindi questo significherebbe che la diffusione delle immagini –  in un contesto informativo dove l'icona ha un valore assoluto – ha un valore non tanto documentario  – cioè con un basso tasso di implicazioni sogggettive, morali, o comunque utilitaristiche – quanto testimoniale – cioè finalizzate a uno scopo, ad un tornaconto di qualunque specie, in questo caso per garantire la verità?

Come che sia, mi sembra che questa ossessione per la documentazione attraverso una riproduzione comunque non verificabile della realtà nasconda un duplice bisogno di rassicurazione, che riguarda sia i protagonisti dell'evento, che si collocano su un piano di sudditanza rispetto alla pubblica opinione, sia appunto i destinatari del messaggio, cui si vuole garantire il soddisfacimento di un bisogno patologico (guardare per credere).

Un buon tema per un romanzo di Don Delillo?

Wikileaks

29 novembre 2010 1 commento

Tanto per stare sulla notizia.
Tre sono le cose che mi colpiscono.

1. L'evidente totale nonchalance con cui l'amministrazione americana confonde, mescola il ruolo del diplomatici con quello dei servizi segreti. Si evidenzia un'assoluta sovrapposizione che, se da una parte uno se l'aspetta pure, per aver visto un buon numero di film al riguardo, da un'altra uno pensa che non sarà proprio così. Invece è così. Le ambasciate a questo servono. E non perché ospitino agenti segreti più o meno in incognito, sotto le mentite spoglie di addetti culturali, o di anonimi impiegati del consolato. Ma perché sta proprio nel mansionario.

2. Detto questo, stupisce (sempre per il motivo di cui sopra: non può essere proprio come nei film. Invece è come nei film) la protervia americana nel giudicare qualsiasi uomo politico di qualsiasi nazione del mondo.
Alla fin fine a me pare un atteggiamento che tradisce una imbarazzante ingenuità e incapacità di relazionarsi con gli altri che spiega il, o è spiegata dal tipico complesso di superiorità degli americani (oggi fra l'altro neppure tanto più giustificato), ma che, e questo mi sembra più grave, tradisce scarsa intelligenza.
Non è possibile che per l'amministrazione degli Stati Uniti nessun leader europeo o mondiale riscuota una seppur tattica fiducia. Non la Merkel, non Cameron, non i russi, non i cinesi, non Sarkozy (per tacere di Berlusconi). Sono tutti inadatti, modesti, pavidi, guasconi, racncorosi e quindi, in prospettiva, pericolosi e infedeli.
Ora, non è possibile che un intero corpo diplomatico non riesca a individuare almeno un alleato in cui riporre fiducia o su cui dare un giudizio positivo, anche in presenza di qualche limite, o difetto politico o caratteriale. L'impressione che si ricava è invece di un ricorrente,  pavloviano disprezzo che rende un inutile esercizio retorico l'arte della diplomazia. Tanto, con gente così…
Ma questo è un atteggiamento controproducente e inutile. Ma soprattutto stupido: denota la profonda, totale incapacità di capire l'altro da sé, rapportando sempre tutto alla propria scala di valori (detto questo anche io darei su parecchi di questi bei tipi un giudizio sarcastico o sprezzante; ma io sono io, non devo calcolare l'impatto o il rapporto costo-benefici del mio giudizio).

3. E infine stupisce un po' come sia implicito per i giornali che la diffusione di questi documenti sia ovviamente legittima. Wikileaks, e i giornali cui si è appggiato, sono considerati delle normali fonti attendibili che per qualche motivo improvvisamente si sono manifestate alla pubblca opinione.
Che ci sia un enorme interesse  e curiosità e ovvio. Che le democrazie debbano essere nei confronti dei cittadini il più trasparenti possibile è naturale. Ma che questo risultato si ottenga attraverso la sottrazione illecita (dal punto di vista del diritto) di documenti riservati e non attraverso la modifica di protocolli istituzionali a me non sembra del tutto scontato.
Cioè, voglio dire. Il diritto all'informazione ha dei confini o è legittimo che riguardi tutto? E il diritto all'informazione passa sopra agli interessi strategici e, finché regolati dal diritto internazionale, legittimi dei governi? C'è una minima preoccupazione sul fatto che questi documenti possano nuocere ai rapporti fra Stati e provocare pericolose tensioni? (io per dire non vorrei mai avere pericolose tensioni con l'Iran e il Pakistan, lascerei correre). E la colpa di chi sarebbe? Del diplomatico che sta facendo il suo lavoro (sporco) o di chi con l'astuzia e l'inganno e l'infedeltà ai princìpi, questo lavoro porta alla luce?
C'è un oggettivo e intenzionale attacco agli Stati Uniti (la cui posizione risulta sicuramente indebolita, sebbene chi ne esca con le ossa ammaccate siano i suoi alleati giudicati tutti chi più chi meno delle amebe), o no? E se c'è, questo è reso più dolce e tollerabile dal fatto che viene fatto in nome della libertà di informazione? E le diplomazie non hanno il diritto di svoglere un lavoro di intelligence che rimanga segreto, o il segreto è sempre e comunque un ostacolo o una minaccia per la democrazia? Ci dovevano pensare prima? E perché? Si può restare neutri di fronte a questo?

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Johnny Parma

Siamo fermi davanti all’ingresso della People’s Republic of Brooklyn, un piccolo ristorante al 247 di Smith Street, Brooklyn, che leggiamo il menu. Un po’ incerti. Dalla porta esce un uomo sull’uno e novanta, nero. “Come in”, ci fa, con un gesto imperativo incarnato da una manona flaccida. Noi, intimiditi, entriamo.

Ci accoglie una simpaticissima ragazza, nera. Al bancone si sono altri 3 avventori, neri.

Che sarà mai. Siamo gli unici bianchi. Non passeremo certo i guai per questo motivo.

La cameriera è premurosa, gentile, sorridente e aggraziata. Forse non all’altezza di quella del Downtown Atlantic della sera prima, su Atlantic Ave. Che mentre aspettava che le dicessi cosa avevamo scelto, appoggiava indiscreta e solare una mano sulla mia spalla (un fare cameratesco delizioso ed estremamente redditizio).

Non mi dilungo sull’ottima cena. Nel frattempo al bancone (non ai tavolini, debolmente illuminati da una tiepida luce di candela rinnovata dalla cameriera durante il corso della cena) si erano alternati avventori, anche bianchi, che lanciavano occhiate interessate alla partita di foot-ball (c’è una partita di foot-ball quasi ogni giorno negli States e i pub hanno sempre almeno un paio di televisori appesi che ne mostrano le immagini).

Verso la fine della cena il proprietario si avvicina, e sfoderando un imprevedibile sorriso infantile ci chiede da dove proveniamo. Dall’Italia! Si illumina. “Ho studiato a Parma, come avvocato”. Non sapeva una sola parola di italiano e mi domando come abbia potuto sostenere anche solo un esonero, a Parma, ma non sto lì a sottilizzare.

Dice di chiamarsi “Giovanni”. E’ in vena di consigli. Ci suggerisce dove andare a mangiare a Manhattan (da Pastis, sulla 9th Ave. ) cosa andar a vedere (Brooklyn Museum e soprattutto la Grand Central Station – ci eravamo appena stati, ma ci ha intimato caldamente di tornare, sembrava davvero un dovere imprescindibile) e dove andare a fare shopping (Canal Street e a SoHo). Ho ancora il fogliettino qui con me, il retro di una ricevuta fiscale.

Pare un po’ suonato, ma è amabile e generoso.

All’uscita ci chiede dove abitiamo. Praticamente è una traversa lì dietro, a due passi, ma non la conosce. Si informa, ci dà l’indicazione.

Secondo me e mia moglie ci sta dicendo di andare nella direzione opposta a quella giusta. Lo ringraziamo con calore e cordiali strette di mano ma, fatti pochi metri nella direzione che ci ha indicato lui, giriamo alla prima traversa (Douglass Street) per tornare sui nostri passi, senza farci vedere da Johnny (che per noi tre è già diventato Johnny Parma) , che ci rimarrebbe troppo male.

Ma al secondo isolato ci viene un sospetto. Avesse avuto ragione lui? Non riconosciamo minimamente le strade, è chiaro che di lì non ci siamo mai passati.

Allora torniamo indietro, tenendoci alla larga da Smith Street, se no sai che figura. Oltretutto Johnny Parma si prenderebbe troppo a cuore la nostra vicenda, e, generoso com’è, se ci vedesse persi nelle silenziose sebbene per nulla pericolose strade notturne di Brooklyn, ci caricherebbe in macchina e staremmo lì a girovagare fino all’alba in cerca di questa dannata Wyckoff street, che non si riesce a trovare.

Per evitare questa prospettiva, cerchiamo finché è possibile di evitare di passare davanti al suo locale. Ma quando capiamo di esserci irrimediabilmente persi cediamo.

Torniamo sui nostri passi. Abbiamo solo l’accortezza di passare sull’altro marciapiede e di tenere la testa bassa.

Niente da fare. Johnny Parma è lì, fuori della porta. Con il suo vestito chiaro e la cravatta sgargiante.

Ci guarda. Noi facciamo finta di niente. Tiriamo dritti. Ci avrà visti?

Wyckoff street era proprio lì dietro. Aveva ragione lui. Cinque isolati, proprio come aveva detto.

Non abbiamo seguito nessuno dei consigli di Johnny Parma. Ma ho ancora il suo biglietto fra le pagine della guida di New York, e porto con me il ricordo del suo sorriso.

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Pillole da New York

14 dicembre 2009 1 commento

New York, metropolitana. Una ragazza bianca fa l’uncinetto. Al suo fianco una signora cinese legge un giornale cinese. Al suo fianco un ragazzo ispanico ascolta l’Ipod. Accanto a lui un ebreo ortodosso legge le preghiere in ebraico. Questa è New York. La città della differenza, cioè  dell’uguaglianza.  New York non esiste straniero.

***

Sulla metro ricchi e disperati insieme. Entrano 5 neri vestiti di nero, cappotto, cappello, tutto nero, attaccano un gospel a cappella. Attraversano tutto il vagone, uno con il cappello in mano per le offerte. Escono. Entrano nel vagone successivo.

***

Mia moglie, atterrando al La Guardia (nel Queens, mega-quartiere residenziale) : "beh, sembra il parcheggio della FIAT a Termini Imerese".

***

La voglia di fotografare, riprendere (documentare) è irrefrenabile. Invece quello che resta davvero è la vista, quindi il ricordo, l’esperienza. Cerco di trattenere l’impeto, ma è inutile. Mirare, caricare, fuoco.
Poi si scaricano le batterie. Finalmente in silenzio.

***

Times Square, Wall Street, il Financial District. Dite quello che volete. New York è anche questo ma è soprattutto tutto il resto. Il tempio del consumismo? Dell’effimero? Certo. Ma la bellezza (tragica?) di NY sta nel fatto che fondamentalmente quello che chiede è essere un attore del suo copione. La vera vocazione di NY non è il commercio, ma lo spettacolo. Quando si dice: mi sembrava di essere dentro un film, oppure mi sembrava di esserci già stato…. è sbagliato.
New York è il mondo che si mette in scena.

Quando sei lì capisci perché ci siano tanti film e telefilm che l’abbiano scelta come scenario delle loro storie. Perché lei è lì che si offre alla narrazione e allo sguardo, lei vive di questo. Come può nascondersi un palcoscenico? E non è solo Times Square, o il Flatiron o l’Empire State. E’ tutta la città, le sue facce, la parte povera, quella ricca, quella nascosta, quella stupida e quella intellettuale che non può fare a meno di narrarsi.
Il fatto che gli studi della NBC e della CBS siano lì, al Rockfeller Center, per esempio, o sulla 57esima, la CNN a Times Square, non è un elemento casuale. Il fatto che non siano in una squallida periferia terziaria, ma in pieno centro, testimoniano della natura della città. Televisioni, cinema e i teatri, ovviamente, e la musica, e lo sport (con il Madison square garden), è tutto lì. Solo i grandi stadi, per ovvi motivi, sono delocalizzati.La città produce e si nutre dello show.

Quando ci stai dentro capisci che sei dentro una storia. Dove tutto è raccontato ed è anche vero. Il cinema e la televisione danno una forma alla vita, la contengono dentro stampini che facilitano il consumo, lo addomesticano e lo riusano, ma era già tutto lì.

C’è una finestra, al MoMA, da dove si ammira il panorama della 53rd, dove si affaccia il cortile interno . E’ chiaro che in quel punto, ad essere in mostra, oltre alla bellissima statua di Giacometti, è proprio la città.
Non che vi sia nulla di particolare da vedere. E’ bella di per sé, con il suo alternarsi dinamico di stili, epoche, altezze, materiali, luci. E’ la bellezza naturale di una composizione perfetta.

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Incendi

8 settembre 2009 1 commento

incendiLa Liguria è assediata dagli incendi, che ormai lambiscono le case.

La California ne è appena uscita, almeno così pare.

Come sempre, come ogni anno, di questi tempi mi viene in mente un libro che ho letto dieci anni fa, Incendi di Richard Ford.

Per avere un’idea lo potete assaggiare qui, su Google Libri (è quasi completo, di tanto in tanto mancano delle pagine), oppure lo potete ordinare qui.

Ogni anno mi ripromettevo di rileggerlo. Quest’anno l’ho ripreso in mano. E’ un libro bellissimo. Struggente, nitido, un racconto perfetto, asciutto, essenziale, semplice e robusto, pieno.

E’ la storia di una famiglia che è andata ad abitare in una piccola città del Montana, Great Falls (precisamente qui, nella Ottava strada Nord), in cerca del benessere. Lui è un ex giocatore di golf, insegna in un circolo; la moglie non lavora, il figlio va a scuola.

L’uomo perde il lavoro, la moglie non è più interessata a lui, ormai da tempo, e si innamora di un uomo ricco.

L’uomo decide di arruolarsi fra i volontari che stanno cercando di combattere gli incendi che da settimane bruciano i boschi delle montagne circondanti la loro città. Cosa ne sa di incendi? Niente, ma sente che è una cosa che deve fare.

Il figlio, la voce narrante, è orgoglioso di lui, si fida. Però soffre della diffidenza della madre, è attento agli equilibri affettivi, sta crescendo (ha sedici anni), deve pensare al suo futuro, è un ragazzo introverso e sensibile, di cui sappiamo poco,  scarso nello sport e attaccato ai suoi genitori in un modo né morboso né infantile. E’ un piccolo uomo indeciso. Questa indecisione è la chiave del romanzo: la ritroviamo nel padre, nella madre. Figure carveriane modeste e sognatrici, insicure e reattive.

“Non starò via molto” la rassicurò mio padre. “Tra poco comincerà a nevicare e tutto finirà.” Poi si rivolse a me: “E tu che ne dici, Joe? Ti sembra una cattiva idea?”

“No” risposi, ma lo dissi troppo in fretta, senza pensare come l’avrebbe presa la mamma.

“È una cosa che faresti anche tu, vero?” insisté mio padre.

“TI piacerebbe se tuo padre finisse arrostito lassù e non lo potessi vedere più?” mi chiese la mamma. “Allora io e te potremmo andare dritti al diavolo. Che ne dici?”

“Jean, non dire certe cose” disse mio padre. Appoggiò la borsa sul tavolo, andò a inginocchiarsi accanto alla mamma e cercò di abbracciarla. Ma lei si alzò di scatto e tornò al lavello dove aveva tagliato i pomodori; prese il coltello e lo puntò verso di lui, ancora inginocchiato accanto alla sedia vuota.

“Io sono una donna adulta” disse con voce estremamente adirata. “Perché non ti comporti anche tu come un adulto, Jerry?”

“Non si può sempre spiegare tutto” rispose lui.

Meraviglioso. Leggetelo.

Acquisti

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di, rispettivamente, Michael Herr, Joshua Ferris, Marilynne Robinson, John Wray, Jonathan Safran Foer, Dave Eggers, Joyce Carol Oates, Giorgio Vasta.

(si ringrazia RadioTre-Fahrenheit per il numero 1, Luca Briasco/Minima & Moralia da 2 a 7; molti per 8)

Ma cos’è questa crisi

Ieri sera, tornando a casa, tanto per distrarmi dai soliti malinconici pensieri, riflettevo su questa cosa: per una famiglia dal reddito sicuro, garantito, benestante, con entrate a partire da 25.000 euro netti all’anno per persona (25.000 euro netti all’anno corrispondono a 14 mensilità di 1.700 euro netti circa) in che cosa praticamente consisterà la crisi?
In quali settori della loro vita quotidiana costoro (impiegati ministeriali di buon livello, professionisti di varia natura, e tutti coloro che svolgono attività in settori "protetti") praticamente avvertiranno la crisi? A cosa dovranno rinunciare?

E siccome la risposta me la sono data (in nessuno – a niente) ho pensato: beh, ma allora se davvero, come dice Tremonti, bisogna salvaguardare la coesione sociale, cioè distribuire il peso della crisi su tutti i soggetti (questo per me significa distribuire in modo equo una qualsiasi cosa), non rimane che…. non rimane che….. Avevo paura a dirlo.

Per frotuna c’è lui! Lui lo ha detto. Senza fare troppi giri di parole