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Archive for the ‘libri e dintorni’ Category

Facile, difficile, semplice, complesso. Facciamo ordine

21 aprile 2017 1 commento

Ho visto questo quadro a Londra nello scorso weekend in una mostra sulla pittura americana post-crisi del ’29 alla Royal Academy: American Gothic, di Grant Wood (1930). Mi ha fatto venire in mente una polemica sulle forme della letteratura italiana contemporanea.
Questo quadro è di facile lettura? E’ difficile? E’ complesso? E’ complicato?

Utilizzare le dicotomie facile/difficile, semplice/complesso potrebbe anche non essere banale, o sbagliato. Direi imprudente. Perché innanzi tutto bisognerebbe spiegare cos’è semplice e cosa non lo è. Il che non è semplice per niente. E poiché penso che sia molto, molto difficile spiegarlo, di fatto utilizzarle è banale e sbagliato (se ne parlava già nel 2005, ne ho trovato tracce sul mio blog). A meno che…

Ne ha parlato per prima Gilda Policastro. In realtà nel suo articolo c’erano due spunti interessanti. L’altro riguardava il ruolo della critica, o meglio della “critica” (fra virgolette), o ancora meglio: dell’assenza della critica letteraria e di ciò che l’ha rimpiazzata e delle sue finalità. Questo secondo spunto è stato stranamente trascurato nel dibattito che ne è seguito. Forse prendeva di petto in modo troppo personale gli addetti ai lavori, al punto che chi poteva, ha preferito non esprimersi (per evitare frizioni, fratture, tradimenti, divorzi?). Il tutto prendendo lo spunto dalle lodi generalizzate di cui alcuni addetti ai lavori (non critici, i quali, appunto, non si sono espressi, forse perché nel frattempo si sono estinti e nessuno se ne è accorto) hanno ricoperto il libro della scrittrice Teresa Ciabatti, La più amata. Curiosamente in molte delle repliche, puntualmente pubblicate sul sito di Giulio Mozzi, Vibrisse, sono state precedute da un caveat rassicurante: “non era il libro di Ciabatti l’oggetto delle strali di Policastro… per carità, io poi non l’ho neppure letto… era solo uno spunto per parlare di un fenomeno più generale…” (la stroncatura del libro della Ciabatti occupa il 35% del testo, e certo, il suo libro è preso come esempio, ma è solo un esempio? La Ciabatti è molto conosciuta, è molto apprezzata e non ho motivo di credere che non ne abbia pieno merito, è schiva sì, ma dovrà vincere lo Strega, quindi, per carità, perché pre-occuparsi del libro della Ciabatti? Occupiamoci invece della dicotomia facile/difficile).

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Non licenziamo gli ebook!

ebOOKSSe l’ebook è un libro (periodo ipotetico di primo grado) perché ci si deve pagare l’IVA al 22%, mentre sui libri di carta è al 4%? Non sarebbe utile, giusto e ragionevole equiparare i due regimi fiscali?

Se ne è discusso parecchio in queste settimane, in seguito alla campagna lanciata dall’AIE, Associazione italiana editori Un libro è un libro. Su Vibrisse, ad esempio, o su Nazione Indiana, o su quotidiani nazionali come La Stampa, o sui vari blog olit-blog parsi per le galassie della Rete.

La campagna è riscosso facili entusiasmi, come poteva essere diversamente? Ma siamo sicuri che l’ebook sia un libro?

Certo, da un punto di vista ontologico lo è: l’esperienza di lettura di un ebook è assai poco diversa da quella di un libro cartaceo (in genere a questo punto scatta il momento “odore delle pagine”, ma lasciamo perdere).

Peccato che, come si sa, un ebook non è un vero e proprio libro per il semplice motivo che quasi mai un ebook viene venduto; l’ebook viene dato “in licenza“. Non lo posso prestare, non lo posso rivendere, non lo posso regalare, dopo averlo letto, alla biblioteca comunale. L’ebook non è un oggetto sociale: non lo posso condividere nemmeno con i miei familiari. Questo, quasi sempre (se lo compro, ops, se lo prendo in licenza su Amazon, Ibs, Google, ITunes etc etc… Cioè attraverso i canali più utilizzati, quelli dove si vendono prevalentemente i libri degli editori rappresentati dall’AIE). Ovviamente l’ebook può anche essere effettivamente “venduto” (venduto? diciamo che può essere distribuito senza DRM – digital rights management, quel codice che, più o meno intrusivo, inserito all’interno del file ne determina le modalità di utilizzo), ma non credo che l’AIE avesse in mente questo tipo di ebook quando ha lanciato la sua campagna per ridurre l’IVA. Riduzione che naturalmente non si trasferirebbe in modo automatico sul prezzo finale, ma questo è – per davvero – un dettaglio. Il differenziale fra 22 e 4 percento, potrebbe essere comunque rivelarsi un vantaggio, indiretto, per il lettore: editori più ricchi potrebbero pubblicare libri migliori, curarli di più, cercarli meglio fra i potenziali esordienti. Il vantaggio culturale di ritorno è certamente difficile da quantificare, ma glielo concediamo volentieri (questo per dire che l’argomento: in Italia la penetrazione nel mercato degli ebook è molto bassa, il taglio dell’IVA le darebbe una spintarella non ha alcun fondamento: no, non cambierebbe nulla – vale comunque la pena leggere questo bell’articolo su Wired).

Il problema della natura giuridica dell’ebook, tuttavia, resta. Ed è bello ingombrante. Non solo perché sui prodotti elettronici non si applica il principio cosiddetto dell’esaurimento del diritto (una volta che ti ho venduto un paio di scarpe, una lampada o un libro l’oggetto diventa tuo, io non posso vantare più alcun diritto materiale, perciò ci puoi fare quello che ti pare – nel caso del libro stiamo parlando dell’oggetto, non del suo contenuto, protetto dal diritto d’autore); ma anche perché la riduzione dell’IVA sui libri stampati costituisce una sorta di compensazione a vantaggio degli editori, non già dell’utente finale, a fronte dei rischi connessi con le copie invendute, problema che con gli ebook logicamente non si pone.

Insomma, l’impressione è che l’AIE voglia, come spesso succede, botte piena e moglie ubriaca.

Se l’ebook fosse un libro (periodo ipotetico di secondo grado) io la metterei la faccia sulla campagna dell’AIE (che ha peraltro ben poche possibilità di riuscire, dal momento che la materia è di pertinenza della commissione europea). Così no. E’ una furbata. Se poi l’AIE lanciasse la campagna per liberalizzare il prezzo dell’e-book e non congelarlo a 9,99 euro ci metterei la faccia e anche i piedi.

 

 

 

Editori a perdere

La domanda è semplice: un editore, un piccolo editore, può permettersi di non pagare o sottopagare (più spesso non pagare) i propri collaboratori pur di sopravvivere? Fa differenza se l’editore pubblica libri di qualità oppure no?
E un editore, un medio-grande editore può permettersi di limitare al minimo sindacale le tirature di un libro che sta riscuotendo attenzione e riconoscimenti quasi unanimi da parte della critica perché “c’è la crisi”?

Federico Di Vita, giovane scrittore e saggista esperto del mondo editoriale italiano (suo Pazzi scatenati, Tic Edizioni,  pamphlet brillante e documentatissimo sulle malefatte della piccola editoria specialmente romana), sulla pagina Facebook dell’editore Voland lamenta pubblicamente il mancato pagamento per una prestazione redazionale risalente a più di un anno fa. Nei commenti prevalgono quelli di solidarietà. Escono allo scoperto i traduttori, soprattutto, e in genere quel popolo di valorosi semi-volontari delle professioni intellettuali che senza vedersi corrisposta mai nessuna forma di retribuzione, con passione e (probabilmente) eccessiva generosità in pratica fanno loro tutto il lavoro.
Ma ci sono anche i distinguo, di coloro che vogliono premiare la sincerità degli sforzi dell’editore in questione di pubblicare libri di qualità e di non facile distribuzione (anche se Voland ha trovato la sua personale america traducendo tutti i libri della Nothomb).

E’ lo stesso ragionamento, in pratica, che porta avanti la proprietaria della casa editrice, Daniela Di Sora (in un’intervista pubblicata qui; le sue risposte sul social network erano state molto sbrigative, per non dire decisamente offensive): c’è la crisi, noi facciamo il nostro lavoro, e per continuare a farlo ci tocca darci delle priorità, così abbiamo scelto di pagare i collaboratori fissi, poi i traduttori (esce fuori la traduttrice che afferma, non smentita, di aspettare da 3 anni di essere pagata) e infine, se rimane qualcosa, i collaboratori esterni. Ma qualcosa non rimane mai per i collaboratori esterni.

L’obiezione è fin troppo semplice: è etico assegnare un lavoro ad un collaboratore esterno già sapendo che non lo si pagherà mai, negandogli questo piccolissimi dettaglio in modo da indurlo a lavorare con la speranza/illusione di essere (perfino) retribuito? E’ sufficiente il proprio pedigree culturale? E’ sufficiente dimostrare, bilanci alla mano, che i soldi sono finiti, in Italia “non paga nessuno” (falso), non legge nessuno, che l’alternativa è dichiarare fallimento?
Ci sono molti modi per sostenere una casa editrice cui si è affezionati per evitarne la chiusura (comprare i suoi libri, diffonderli fin che è possibile nelle proprie cerchie di amici e così via). Sicuri che fra questi ci sia anche il non pagare i propri collaboratori, senza avvertirli di questa “eventualità” (per non dire “certezza”?).

Un altro lato della medaglia. C’è un libro di cui si parla ovunque: se n’è parlato a Fahrenheit, a Pagina 3, he ricevuto un inaspettato del tutto gratuito endorsement da parte di Jovanotti, sui giornali (su Tuttolibri della Stampa ha riscosso gli elogi incondizionati di Angelo Guglielmi), e così via. Il libro è Il superlativo di amare di Sergio Garufi. Purtroppo se andaste a cercarlo nelle principali librerie lo trovereste con moltissima difficoltà. E’ esaurito? I lettori hanno fatto incetta delle copie e si sta aspettando la ristampa?

No. L’editore ne ha stampate un numero di copie molto basso (cosa vuole, c’è la crisi…). L’editore, per la cronaca è Ponte alle Grazie, non un “piccolo editore romano”, ma un editore del gruppo Mauri Spagnol (GeMS), un colosso dell’editoria italiana di cui fanno parte Longanesi, Garzanti, Vallardi, Guanda, Corbaccio, Tea, Nord, Salani e appunto Ponte alle Grazie. Non solo. Messaggerie Italiane, uno dei principali distributori sul mercato, ne è l’azionista di maggioranza con il 73% delle azioni. Eppure se andaste in una libreria di una grande città del nordest vi risponderebbero che ci vogliono 8-10 giorni per riceverlo.
Certo, c’è Amazon, e ci sono gli e-book. Questo lo so io che sono un lettore “forte”; lo sapete voi che siete sufficientemente “in” da non spaventarvi di fronte a un kindle, ma se lo pensasse un editore sarebbe paradossale. Il canale preferenziale della vendita di quei pochi libri che si acquistano in Italia resta ancora la libreria. Il libro che non si trova in libreria è un libro morto, un libro che non esiste. Gli editori evidentemente preferiscono sfornare cadaveri (è più conveniente), e magari guardare con aria infastidita al successo imprevisto di un loro scrittore (di cui non ci si ricorda neppure il nome giusto è il titolo del primo libro di Garufi – come racconta lo stesso autore in questo divertentissimo articolo sul suo blog). Salvo poi, vestiti i panni dell’imprenditore (intellettuale per di più) partecipare con sussiego all’ennesimo dibattito del Forum del Libro sulla crisi della lettura nel nostro paese. Sono le regole del gioco della cancerosa catena editoriale che parte dal distributore (il vero dominus dell’industria editoriale – in questo caso distributore ed editore coincidono: pazzesco), passa per l’editore e arriva al libraio. Un libro come Il superlativo di amare non vale nulla, non è un buon affare pubblicarne altre copie e mandarlo nelle librerie. Non è quello che i librai devono vendere. Che interesse hanno?

Le due storie si tengono. La medaglia è la stessa. Il minimo comune multiplo è l’ipocrita pressapochismo, l’incompetenza, la mancanza di coraggio, il non capire nulla di mercato. Imprenditori che non sanno dare valore al lavoro, né a quello degli altri né al proprio. Una deriva suicida che non prevede, nella sceneggiatura, nessuna fine drammatica per i protagonisti. La loro ciambella di salvataggio è già gonfiata. E nessuno che gli intimi al telefono: salite a bordo, cazzo.

Balzac, il Campione del Romanzo

22 settembre 2014 2 commenti

[Honoré de Balzac è uno degli autori più presenti nella galleria di recensioni del martedì del nostro impagabile RdB. In questo pezzo cerco di capire il perché]

 

Non è un caso se François Truffaut ne I quattrocento colpi, dovendo trovare un autore da un’opera del quale far copiare Antoine Doinel il temadoinel_Balzac per la scuola, faccia cadere la scelta su Honoré de Balzac (l’opera è La ricerca dell’assoluto).  Balzac è l’eroe del piccolo Antoine. Il suo ritratto viene appeso al muro della sua cameretta. Perché proprio Balzac? Balzac è il cantore dell’epopea borghese francese, e parigina in particolare, della prima metà dell’ottocento. L’analista oggettivo, spietato e ironico di cortigiane, nobili e arrampicatori sociali, piccolo borghesi, giornalisti e scrittori, ritrattista fedele e rigoroso, critico al limite della perfidia. La sua penna d’oca è intinta nel fiele, per farne scaturire un mondo vivido e marcio, corrotto e dolente, dove la bellezza fa fatica a districarsi dal fango dei peggiori istinti (ma finisce con il prevalere: nelle sua arte). Il perfetto alter ego di Doinel, costretto nella prigione familiare di un padre imbelle e una matrigna dai sentimenti falsi e troppo severa. Soprattutto perfetto correlativo letterario del giovane Truffaut, le cui difficili origini, come quelle di Doinel, cercavano un riscatto nella cura del bello radicato, o nascosto, nel baratro della dissoluzione della Parigi degli anni venti del XIX secolo.

Ma cosa fa di Balzac un autore così vicino a noi lettori del XXI secolo? Come può uno scrittore morto nel 1850 darci ancora delle risposte?

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Emergenza culturale

8 settembre 2014 1 commento

mcewanEspiazionePiccoli grandi sfondoni come questo, pubblicato sulle “pagine culturali” del Corriere della Sera di ieri, 7 settembre 2014 (edizione cartacea, quindi non emendabile con un facile update) sono il segno di un tracollo culturale definitivo.

L’anonimo estensore della didascalia non solo è un ignorante, ma  soprattutto è uno che non sa usare Google, il che lo classifica come un ignorante al quadrato. E la direzione del “più importante giornale italiano” che, probabilmente per motivi economici, non è in grado di esercitare un controllo di qualità su ciò che viene pubblicato, ne è complice.

(P.S. Espiazione è del 2003. Il film, con Keira Knightley, del 2007)

Amazon Vs. Hachette: sfida all’OK Corral

reglement-de-comptes-a-ok-corral-1957-06-gAggiornamento. Secondo qualcuno i duellanti non sarebbero tre (Amazon, Hachette, gli Autori Uniti), ma ce ne sarebbe un quarto. Non è chiaro se sia coinvolto nel duello al pari degli altri tre, o se sia da considerarsi in una posizione più defilata, o addirittura in quella del giudice: il lettore.

Il lettore non può più esimersi dal prendere posizione. La querelle lo riguarda, riguarda i suoi diritti, il suo stesso futuro, la sua libertà. Come può starsene con le mani in mano, osservando la guerra come fosse uno spettacolo dato alla TV, sdraiato comodamente dal divano di casa sua? (in altri termini: come può continuare impunemente a comprare libri da Amazon, contribuendo in prima persona all’indiscriminato rafforzamento del più temibile aspirante monopolista della distribuzione libraria?)

Il lettore consapevole, il lettore informato può, anzi deve essere in grado di orientare il mercato e indurre gli attori sulla scena a cambiare il copione sulla base dei suoi comportamenti. Se “una fetta sempre maggiore di lettori decidesse di guardarsi intorno e di scegliere non solo il contenuto ma anche la modalità dei propri acquisti” e si alleassero “con editori meno altèri e più attenti ai servizi, [i lettori] reclamerebbero finalmente la centralità del loro ruolo nell’industria editoriale” (eFFe su DoppioZero: http://www.doppiozero.com/materiali/analisi/amazon-hachette-e-le-responsabilita-dei-lettori). Leggi tutto…

Amazon Vs. Hachette: stallo alla messicana?

18 agosto 2014 1 commento

il_triello_ne_il_buono__il_brutto__il_cattivo__1966__5489Sugli ebooks, sul prezzo degli ebooks, sulla distribuzione degli ebooks, sull’uso, sui diritti, sui modelli commerciali attivi sugli ebooks si può parlare per ore, scriverne per pagine e pagine, organizzare corsi di formazione (cosa che, nel mio piccolo, faccio) e così via. La materia è nuova, fluida, difficile.

Ora ci si mettono anche Amazon, l’editore Hachette, e gli Autori Uniti con una querelle che qualcuno (Mantellini sul suo blog) ha visto come un triste e squallido asilo nido. Chi ha ragione? L’editore, che impone per i suoi libri un prezzo assolutamente fuori da ogni logica (15-20 dollari), o Amazon che per ritorsione si rifiuta di venderli, e di vendere libri del gruppo in generale (anche quelli di carta), scoraggiandone l’acquisto da parte dei suoi clienti? O gli autori che, presi nel mezzo, ritengono di essere i più danneggiati, oltre che i meno responsabili ed esortano i lettori ad un mailbombing diretto contro Jeff Bezos?

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