Archivio

Archive for the ‘Televisione’ Category

The young Pope (o the Young Pop?)

6 dicembre 2016 1 commento

[la serie va vista in lingua originale. Tassativamente]

Non è una domanda o un artificio retorico per aprire il pezzo. Molti davvero domandano, a chi l’abbia visto: ma allora com’era questo Young Pope?

law-pope

Leggi tutto…

Annunci

Perché le serie tv americane sono belle e quelle italiane no?

19 marzo 2015 3 commenti

E’ una domanda oziosa, me ne rendo conto. Ogni confronto è impossibile, è evidente. E poi al riguardo ha già detto tutto Boris. E in fin dei conti, chi se ne importa.

Eppure.

better call saul

Better call Saul (2015)

Le serie tv, quella cosa una volta chiamata ‘telefilm’ (almeno in Italia), che rispetto al fratello maggiore (il cinema) corrispondevano, nel loro programmatico disimpegno e stilizzazione (non priva di fascino e forza mitopoietica), ad un’onesta serie B (o quantomeno all’attuale Europa League), da qualche anno (almeno un paio di decenni, ma negli ultimi 6-7 anni il fenomeno si è accentuato notevolmente) hanno colmato il gap e, pur rimanendo fedeli inevitabilmente ai principi della serialità (non solo dal punto di vista dei contenuti, quello è ovvio, ma della struttura produttiva che teoricamente dovrebbe comportare di per sé un necessario “scadimento” formale) hanno raggiunto livelli di qualità tali che in molti casi consentono, richiedono, di essere giudicate secondo parametri e paradigmi critici utilizzati per i fratelli maggiori. Le serie tv sono ‘televisione’, ma sono anche collaterali alla televisione propriamente detta. In qualche modo hanno sollevato enormemente il livello qualitativo della televisione, ma allo stesso tempo ne hanno creato una metastasi benigna (fatta di torrent, streaming più o meno legale, e DVD) che vive una sua vita a prescindere dalla televisione anche se da essa trae origine e nutrimento. Insomma, sono una cosa a sé.

Leggi tutto…

Ma Newsroom non vi ha insegnato niente?

21 gennaio 2015 2 commenti

Nella serie tv “The Newsroom” si fa della ricerca delle fonti di una notizia da pubblicare una specie di religione, quasi una mania ossessiva: una notizia non si pubblica se non ci sono almeno due fonti sicure, altrimenti niente; anche se fosse già nelle breaking news di tutti i network concorrenti. La producer Mackenzie McHale su questo è irremovibile.The-Newsroom-Emily-Mortimer

E’ chiaro che questi ferrei principi si applicano (o dovrebbero applicarsi) a organi informativi “professionali”, non a blog, web-zine, testate di propaganda politica o ideologica e tutto ciò che infesta internet e gli smartphone con la pretesa di informarci (Twitter, Facebook eccetera).
Tralasciando per un momento il fatto che anche per le prime il problema della affidabilità delle fonti sembra essere un fastidio del tutto trascurabile, Il fatto che siano proprio le seconde, quelle irregolari le fonti da cui ciascuno di noi riceve le notizie, rende la questione piuttosto delicata. Internet, nella sua globalità, è una unica enorme Fonte di Informazione (LA fonte di informazione per moltissimi), la cui “redazione” è composta da entità che non devono mettere le loro coscienze di fronte ad alcuna deontologia professionale, avendo come fine quello di diffondere, diciamo così, idee, non notizie, pre-giudizi, fango, imbrogli. Il modo con il quale le non-notizie, o bufale, costruite in modo più o meno consapevole, si diffondono è abbastanza chiaro ed è stato sufficientemente studiato. La gente non cerca altro che essere rafforzata nei suoi convincimenti e dà credito a qualsiasi cosa, proveniente da qualsiasi fonte, vada in questa direzione. La “bufala” non viene mai messa a confronto, non se ne cercano conferme. Se la bufala incontra il nostro pregiudizio viene automaticamente accettata come autentica.

Leggi tutto…

Rai Fiction: di tutto, di troppo?

13 agosto 2014 1 commento

breakingbadfinale225Mentre il 25 agosto a Los Angeles si assegnano gli Emmy Awards, nei quali, per la categoria serie drammatica la cinquina dei candidati è composta da Downton Abbey, Mad men, Game of Thrones, Breaking bad e True detective, (cioè il meglio che la cultura dell’audiovisivo di fiction abbia prodotto negli ultimi vent’anni) qui da noi Rai Fiction con una mossa sicuramente innovativa, per non dire rivoluzionaria (almeno nelle intenzioni), ha pubblicato sul proprio sito web le “linee editoriali per la produzione della fiction Rai” (si presume a partire dalla stagione 2015-2016). D’accordo. Non si può paragonare cavoli con patate e mele con pere. Ce lo hanno insegnato sin dalle scuole elementari. Però.

don_matteo11Leggendo il documento (raggiungibile a partire da http://www.fiction.rai.it) ci si può fare un’idea delle linee di tendenza della produzione di fiction, cioè della produzione dell’immaginario popolare da parte della principale industria di entertainment del nostro paese, il correlativo immaginifico collettivo di una nazione (che non sarebbe la stessa se accanto alle durezze della vita quotidiana non esistessero  – o non fossero esistiti – don Matteo, Montalbano, il commissario Rocca, nonno Libero e così via).

Sebbene il documento sia indirizzato alle case di produzione che intendano presentare progetti di fiction, e che a queste linee guida dovranno attenersi, la sua lettura è interessante anche per i non addetti ai lavori perché delinea abbastanza chiaramente la linea culturale che si candida ad essere prevalente, se non dominante, nel campo dell’audiovisivo per i prossimi due-tre anni.

Leggi tutto…

Piani d’ascolto

20 febbraio 2014 2 commenti

Al secondo 28 del video linkato qui sotto viene compiuto un delitto culturale. Un abominio, un atto blasfemo nella sua irritante naturalezza, nel suo essere spudoratamente paradigmatico del degrado dei tempi in cui viviamo.

La scena: Cat Stevens (per meglio dire: Yusuf Islam, ma non si arrabbierà nessuno che continuerò a chiamarlo Cat Stevens), sul palco del festival di Sanremo canta un suo vecchio successo, la bellissima, struggente “Father and son“, forse una delle più belle canzoni mai scritte (parere personale, ovviamente). Accompagnato solo dalla sua chitarra Cat Stevens crea uno di quei momenti di assoluta purezza e magia che può essere paragonata all’esibizione di Bruce Springsteen di qualche anno fa, nel 1996 per la precisione, quando eseguì The ghost of Tom Joad.

Bene, dal secondo 28 al secondo 33 (cinque lunghissimi secondi) il regista decide che è arrivato il momento di intervallare la ripresa del grande cantante con un “piano di ascolto” di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, acquattati dietro le quinte. A che scopo? Un “piano d’ascolto” come quello (un’inquadratura cioè che non riprende la platea nel suo generico entusiasmo o assorta partecipazione) ha la funzione comunicativa di mettere i soggetti ripresi sullo stesso piano del protagonista dell’inquadratura precedente. Da una parte l’artista che canta, dall’altra il presentatore e l’attrice, assorti, rapiti, in nome e per conto di tutto il pubblico, di cui si fanno incarnazione metonimica (la parte per il tutto).
Nella narrazione, l’estasi di Fabio Fazio diventa significativa quanto la causa da cui origina. Colma di significato la figura stessa di Fazio & Littizzetto, ricolloca i due presentatori-star della TV al centro della scena, allo stesso livello del grande, mitico cantante, ricordandoci, se ce lo fossimo nel frattempo dimenticati, che il senso della serata televisiva non è: Cat Stevens ci sta emozionando con una bellissima canzone, ma, come fosse il titolo di una comica finale: Fabio Fazio & Luciana Littizzetto al Festival di San Remo. Venghino siòri. Fazio & Littizzetto si commuovono quando canta Cat Stevens, come quando Roberto Saviano fa i suoi monologhi sulla camorra. L’attenzione si sposta quindi dal messaggio al mezzo (Fazio è la televisione stessa, antropomorfizzata). E’ importante vedere Fazio commosso. Altrimenti, è semplice, il piano d’ascolto non ci sarebbe stato. Lui, la televisione, è la star.

 

http://video.corriere.it/video-embed/eb055d3a-98f9-11e3-8bdc-e469d814c716

Il mondo come creatività e rappresentazione

Quelli che sostengono che parlar male a prescindere di Masterpiece sia snob hanno qui pane per i loro dentini aguzzi e famelici. Io infatti non ho visto Masterpiece, forse ne vedrò qualche spezzone in futuro, ma lo stesso mi arrogo il diritto di parlarne. Male.

Ho letto molto su Masterpiece. Non i fiumi di Tweet sarcastici di cui si parla (il direttore di RaiTre, Vianello, ne è comprensibilmente entusiasta), ma articoli interessanti e ponderati. Come questo, di Fabio Viola, o questo di Andrea Coccia, che ne ha scritto anche qui (Linkiesta ha dedicato parecchio spazio a questo programma, per la gioia del Vianello, evidentemente).

Le tesi a sfavore si possono riassumere nel concetto che la scrittura, l’atto della scrittura, individuale, intimo, legittimamente autoreferenziale fino a quando non diventa dialogo con un lettore potenziale, non si concilia con un format tipo Masterchef o X-Factor. O anche Amici, o tutti quelli che conosciamo. Con i “Talent”, insomma.

Scrive Fabio Viola:
“Masterpiece è invece un’operazione che fa leva senza il minimo scrupolo sull’ambizione, quella più truce e volgare, quella che non si fa forte del talento, la delusion della creatività, la sfacciataggine con cui siamo arrivati a sentirci in diritto di proporci come scrittori senza possedere i basilari strumenti culturali che ci dissuaderebbero dall’intento per umiltà, rispetto e amore del bello.”
E conclude:
“Di cosa si tratta, allora? Di una parodia della slavina di italiani con velleità scrittorie? Di far esporre per puro sadismo persone illuse di avere un talento? Della versione televisiva di un corso di scrittura creativa – solo che qui, alla fine, se vinci pubblichi con Bompiani? Della conferma ufficiale che in Italia i broccoletti sono il corrispettivo del soma di Huxley? Magari tutte queste cose insieme, e mille altre che non vediamo, accecati dal moralismo. Comunque, con un pizzico di goliardia, Masterpiece lo si poteva chiamare Yes we can! (che in italiano si dice “cani e porci”).”

Da quello che si capisce il problema sta nel fatto che la scrittura, non tanto come atto solipsistico (potrebbe non esserlo, in fondo, e raggiungere comunque un livello almeno dignitoso, sebbene seriale ma con un po’ di fortuna intrigante), ma proprio come atto creativo, non può sottostare alle regole di un talent show. Leggi tutto…