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Perché le serie tv americane sono belle e quelle italiane no?

E’ una domanda oziosa, me ne rendo conto. Ogni confronto è impossibile, è evidente. E poi al riguardo ha già detto tutto Boris. E in fin dei conti, chi se ne importa.

Eppure.

better call saul

Better call Saul (2015)

Le serie tv, quella cosa una volta chiamata ‘telefilm’ (almeno in Italia), che rispetto al fratello maggiore (il cinema) corrispondevano, nel loro programmatico disimpegno e stilizzazione (non priva di fascino e forza mitopoietica), ad un’onesta serie B (o quantomeno all’attuale Europa League), da qualche anno (almeno un paio di decenni, ma negli ultimi 6-7 anni il fenomeno si è accentuato notevolmente) hanno colmato il gap e, pur rimanendo fedeli inevitabilmente ai principi della serialità (non solo dal punto di vista dei contenuti, quello è ovvio, ma della struttura produttiva che teoricamente dovrebbe comportare di per sé un necessario “scadimento” formale) hanno raggiunto livelli di qualità tali che in molti casi consentono, richiedono, di essere giudicate secondo parametri e paradigmi critici utilizzati per i fratelli maggiori. Le serie tv sono ‘televisione’, ma sono anche collaterali alla televisione propriamente detta. In qualche modo hanno sollevato enormemente il livello qualitativo della televisione, ma allo stesso tempo ne hanno creato una metastasi benigna (fatta di torrent, streaming più o meno legale, e DVD) che vive una sua vita a prescindere dalla televisione anche se da essa trae origine e nutrimento. Insomma, sono una cosa a sé.

Premesso che per serie TV mi riferisco a quelle opere generalmente in 13 puntate per stagione di 45-50 minuti, che a secondo del successo possono essere riprodotte per due, tre, enne stagioni, va detto che esistono serie di ogni genere e di ogni stile. Non tutte sono belle, ovviamente, ma quello che sorprende è la qualità tecnica media (regia, fotografia, musica): molto, ma molto alta.

Invece quelle italiane sono quasi sempre brutte (tranne pochissime, lodevoli eccezioni, le solite che vengono citate quando si parla di serie italiane: Romanzo criminale, Gomorra e Boris – altre non me ne vengono in mente). Intanto non si chiamano “serie tv”, si chiamano “fiction”, lemma inglese per un concetto tutto italiano: dicesi ‘fiction’ prodotto audiovisivo di qualità scadente, nazional-popolare nei contenuti, di serie C nella forma, spesso di discreto successo, sia che venga prodotto dalla Rai che da Mediaset.

Breaking bad

Breaking Bad (2008-2013)

Non voglio dilungarmi in un’analisi storica del fenomeno. Come si dice: non è questa la sede. A partire dagli anni novanta (secondo me l’inizio della nuova era delle serie tv coincide con Twin Peaks di David Lynch, uscita guarda caso proprio nel 1990) e stabilizzando in modo definitivo l’asticella del valore parecchio in alto con I Soprano (1999-2007), le serie tv americane sono diventate qualcosa di diverso dai pur mitici “telefilm” con i quali siamo cresciuti tutti. La serialità si è fatta racconto: ereditando quella che una tempo era la struttura appannaggio dei film tv di poche puntate (in genere 4), e liberandosi dalle stucchevoli pastoie familiare e familiste delle trame infinite adatte a un pubblico medio educato a soap operas (di cui serie come Dallas, o Falcon Crest, o Dynasty sono un’ibridazione) le serie hanno abbandonato in larga parte la struttura “verticale” dei “telefilm” (gli episodi non sono correlati l’uno con l’altro) conservando quella orizzontale delle serie-soap degli anni Ottanta (le storie si svolgono per tutto l’arco delle puntate della stagione),  ma soprattutto hanno cominciato a raccontare la realtà, con toni acidi, divertenti, riflessivi, drammatici.

house of cards

House of cards (2013- )

Due fattori sono decisivi: il fatto che spesso le serie più “belle” siano prodotte da Tv via cavo, o a pagamento (HBO, AMC e ora Netflix che non è una televisione in senso stretto, quanto piuttosto una piattaforma Web), consente agli autori una maggiore libertà, una creatività che non deve rispondere a logiche mercantili o moralistiche. Alle serie non sono richiesti ascolti altissimi, sono prodotti di nicchia, per un pubblico maturo (non per età anagrafica, ma per consumo di audiovisivo). E poi l’aspetto economico: spesso sono prodotte da colossi come la Sony, o dalle Major di Hollywood e poi distribuite sui diversi canali distributivi di cui si diceva prima. E’ ovvio che più soldi permettono di avere una cura maggiore della forma: più soldi uguale più tempo a disposizione, troupe più numerose, cast scelto con maggiore cura e così via. I titoli? I soliti: Breaking bad, House of Cards, Mad men, True detective, Game of trhrones, Homeland… L’elenco sarebbe lunghissimo.

Ma questo non risponde ancora alla domanda. Infatti quello che è davvero notevole è la qualità “cinematografica” delle serie. Non è (solo) questione di soldi o di più o meno tempo. Non mi riferisco tanto ai contenuti (intrecci, dialoghi), quanto alla capacità di direttori della fotografia e registi di comporre scene pressoché “perfette” dal punto di vista compositivo, della scelta delle luci, dei movimenti di macchina. Nulla è fine a se stesso, tutto sembra iscriversi con naturalezza in un codice visivo condiviso (quello del cinema-cinema) che questi artigiani dell’audiovisivo hanno evidentemente nel sangue. E’ il loro idioma, il loro idioletto, la loro cultura, il loro imprinting, diciamolo come vogliamo.

ferretti

Boris (2007-2010)

Al Nadir di questa situazione idilliaca ci sono le “fiction”. Girate in modo approssimativo, dalla qualità formale più che scadente, (oltre che dai dialoghi improbabili e dalle caratterizzazioni dei personaggi risibili, ma, ripeto, al momento questo aspetto non mi interessa tanto).
Si dirà: ma hanno successo. Fossero girate diversamente il loro pubblico non apprezzerebbe la differenza. Se la luce è “smarmellata” (vedi “Boris”) o chiaroscurata non se ne accorge nessuno, uno zoom in più o in meno fa lo stesso, sarebbe fatica (quindi soldi) sprecata. In fondo anche questo è un linguaggio codificato. Il ricettore riconosce il messaggio perché gli arriva nella lingua condivisa: quella approssimativa e sciatta con cui le fiction sono realizzate da sempre (e non parliamo dei contenuti, dei dialoghi, della recitazione: non ce n’è bisogno). E’ come se una nazione abbia perso completamente la capacità di esprimersi in una lingua che pure conosceva. Come se la televisione avesse ereditato solo e unicamente la sintassi e la morfologia della lingua “bassa” del cinema di serie inferiore. Ce ne facciamo una ragione, ovvio, ma è un po’ deprimente.

Quindi non c’è speranza? No. La Qualità non è qualcosa che si può insegnare, o suggerire di inseguire. E’ un tratto distintivo, una nota d’identità. Come dice René Ferretti: “Viva la merda!

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  1. rdb
    25 marzo 2015 alle 22:48

    Caro Ezio, concordo sulla TV italiana. Nella gran parte dei casi non capisco come si possa vedere una fiction italiana senza vergognarsi per i poveri attori che appaiono sul teleschermo. Però non condivido la tesi che il gap tra la fiction americana e il cinema sia stato colmato. Prendiamo, a caso, le ultime recensioni cinematografiche sul blog: Birdman, Boyhood, Turner. Possiamo dire che qualche serie americana si avvicina a questi film? Come dici tu, le serie TV sono prodotti seriali, di largo consumo. Insomma, un Kubrick, un Fellini, un Truffaut delle serie televisive io ancora non lo vedo. Una cosa è il calcetto (la TV), un’altra è il calcio (il cinema). E infatti ricordiamo per caso qualche nome di un giocatore di calcetto? Non ho nulla contro l’intrattenimento, però manteniamo le distanze. Sono troppo snob?

  2. 26 marzo 2015 alle 14:20

    No, non sei snob! Certo, ancora non si è ancora visto il genio e forse non si vedrà, per le ragioni che dici. La stessa Twin peaks non è paragonabile ai migliori film di Lynch, ma nell’immaginario collettivo forse ha uno spazio maggiore. ma il cinema non è tutto “genio”. Diciamo che si è colmato il gap fra televisione e un certo tipo di cinema.

  3. 3 aprile 2015 alle 17:13

    Ottima (e scoraggiante) analisi. Disarma e avvilisce il fatto che la bassa qualità di questi prodotti, oltre che assecondare le minime aspettative (abitudine, assuefazione) del pubblico (quel pubblico, quello delle fiction… ma dov’è? come si chiamano? Che facce hanno?), è destinata ad abbassarsi esponenzialmente. E’ come un vizio circolare, un virus che non può che peggiorare lo stato di salute di chi ne è colpito.
    Certo, la faccenda di Boris – la sua felicità sia creativa sia espressiva – lascia un margine di speranza. Una specie di mistero italico che si nasconde chissà dove… tra le foglie dei cipressi toscani, sotto le pietre medioevali, dietro le cancellate delle ville rinascimentali in abbandono…E che però c’è.
    Ho sempre pensato che mentre le fiction italiane sono tra le più brutte d’Europa, d’altro canto solo da noi poteva nascere qualcosa di unico come Boris. E’ come l’antidoto che esiste soltanto dove sta la malattia.
    Grazie dell’articolo, bello. Utile.

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