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The young Pope (o the Young Pop?)

[la serie va vista in lingua originale. Tassativamente]

Non è una domanda o un artificio retorico per aprire il pezzo. Molti davvero domandano, a chi l’abbia visto: ma allora com’era questo Young Pope?

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The Young Pope, per chi ancora non lo sapesse, è una serie TV, prodotta da Sky e HBO, scritta (in collaborazione con Tony Grisoni, Umberto Contarello e Stefano Rulli) e diretta da Paolo Sorrentino, con Jude Law nella parte del giovane papa, Diane Keaton (l’anziana suora che lo ha cresciuto in un orfanotrofio) e Silvio Orlando, nei panni di un napoletanissimo Segretario di Stato (Cardinal Voiello! ma andiamo, un nome meno sputtanato non lo potevano trovare? evidentemente no, e poi dirò perché).
Chi non lo ha visto e si limiti ad osservare l’immagine (più volte utilizzata per illustrare la serie) probabilmente se ne farà un’opinione sbagliata. E questo, per cominciare, è già un pregio. Il giovane papa in qualche modo è, e al tempo stesso non è, quello lì: giovane, bello e arrogante, con la sigaretta molto poco papescamente fra le labbra. E nemmeno The Young Pope, la serie, è precisamente quella roba lì (un film dissacrante, provocatorio, anticlericale). Allora cos’è? Diciamo subito che Sorrentino non delude i suoi fans: le immagini sono di “grande bellezza”, o da grande bellezza, con il suo consueto compiacimento estetizzante. La serie è brillante e angosciosa, divertente e amara, lascia cadere qua e là minacciose provocazioni morali e teologiche, per richiudersi poi in un microcosmo intimo e doloroso da cui tutto ha origine. In due parole: siamo anni luce lontani dalla trasandatezza formale delle fiction italiane, o del banale formalismo dei Medici. The young Pope è un’opera pop.

***

Il giovane papa americano è certamente un anticonformista, ma come poteva esserlo Gesù nel Tempio. Fuma, gioca a tennis, ma questi sono dettagli. E’ un uomo qualsiasi (almeno ci prova): fa footing, ginnastica, nuota, va a bere una cosa con il suo vecchio amico in un bar di Borgo, vicino San Pietro; ma quello che fa per lo più in realtà è nascondersi. Da che cosa?
Appena eletto al soglio pontificio, la prima decisione del giovane papa, Lenny Belardo, è quella di non mostrarsi. Di non mostrare mai il suo volto in pubblico, soprattutto ai fedeli. E’ tempo, sostiene, che la Chiesa torni a farsi misteriosa, che torni a farsi desiderare. Basta con i lustrini, basta con le adunate e le conferenze stampa. E’ tempo di rifondare i valori dell’ortodossia (recupero delle tradizioni preconciliari, feroce lotta all’aborto, alla omosessualità, ma anche alla pedofilia). E’ un uomo controverso e contraddittorio, questo papa, ironico e disperato, intransigente, incredibilmente solo. Non concede nulla a nessuno. Non si concede, non concede il bene prezioso che gli è stato dato a amministrare, la Chiesa, a nessuno. I fedeli non lo seguono, anzi, lo abbandonano. A lui non interessa. Piazza San Pietro, desolatamente vuota all’Angelus (che lui recita dando le spalle alla piazza) non è un problema che lo riguardi. Ha alzato l’asticella così in alto che tirarla in basso non avrebbe senso. Sarebbe una sconfitta.

Perché il papa fa così? Perché è così? Perché ama farsi solo dei nemici e aspira tuttavia alla santità?

Da bambino è stato abbandonato dai genitori, due hippies che un bel giorno si devono essere detti che un figlio era di troppo, o che loro erano di troppo per lui. Tutta la sua vita da prete, la vocazione, la supposta (probabile?) santità e il modo di vivere il papato viene vissuto alla luce, o nell’ombra di questa lacerazione, della perdita, dell’abbandono. Nulla ha senso, né Dio né l’Uomo, nulla, di fronte a questo dramma.

La serie oscilla fra i poli di questa dicotomia: il privato e la socializzazione (o la impossibile socializzazione). Che il background privato possa essere interpretato come un substrato simbolico o metaforico è possibile, ma non mi sembra un esercizio così utile. La forza del personaggio, e la sua debolezza (intrinseca: è un uomo debole, a dispetto della sua vis polemica, della sua risolutezza, del suo apparente cinismo) sta proprio nella sua dipendenza dal proprio passato, dal dramma della nostalgia per l’infanzia negata. Questo dà spessore al personaggio ma indebolisce la storia. La indebolisce perché sembra che in definitiva della provocazione morale a Sorrentino interessi poco. L’impressionante, efficacissima potenza distruttiva, millenaristica, apocalittica del papa che si nega alle folle (il bellissimo finale della seconda puntata) sembra, come spesso nei film di Sorrentino, dalla Grande bellezza in poi, solo un pretesto per toreare da grande affabulatore di immagini in un’arena dove alla fine non scorrerà mai il sangue.

Attorno al giovane papa si muove la corte della Curia. Silvio Orlando è un cardinal Bertone più simpatico, tifosissimo del Napoli, che espia i propri peccati accudendo la sera, nella ricchissima magione cardinalizia dove vive, un ragazzo disabile. Ma anche qui: il bilanciamento fra furbizia politica, pragmatismo secolare, simpatia umana e resipiscenze morali sembrano un cocktail studiato a tavolino per sfaccettare il personaggio come da scuola di sceneggiatura, con il risultato di disegnare una macchietta, non l’uomo tormentato che qua e là dà l’idea che i suoi autori avrebbero voluto che fosse, o apparisse.
I suoi colleghi sono vecchie volpi della curia, molto poco preti e molto politici navigati. Il pregio della serie è che il mondo che ruota attorno al papa è composto da pochissimi personaggi rilevanti: i cardinali con “diritto di parola”, fra i tanti che fanno la loro apparizione, sono di fatto tre (l’americano Spencer, il “padre spirituale” del giovane papa, aspirante papa anch’egli, il Cardinal Caltanissetta, un vecchio italiano asmatico fumatore, e appunto Voiello-Orlando); poi abbiamo l’anziana suor Mary che lo ha cresciuto, l’amico d’infanzia e due o tre personaggi collaterali (l’addetta stampa, un paio di preti che gli stanno vicino come segretari particolari). Il che dà alla narrazione un (positivo) senso di chiusura claustrofobica, che fa della serie un prodotto meno corrivo, più pensato che non barbaramente popolaresco (come appunto  i Medici). Ma al tempo stesso congela i temi un po’ scontati, del resto ineludibili, quali la corruzione, la pedofilia, l’omosessualità repressa a parole ma non nei fatti: tutti presenti, ma come post-it applicati sullo schermo come remainder: ricordarsi di metterci un richiamo agli scandali finanziari…. ricordarsi di metterci il prete gay… ricordarsi di fare un richiamo all’aristocrazia nera romana.

Questa sensazione di appiccicaticcio è più che mai evidente nelle due storie che riempiono la trama nelle ultime puntate: una suora ladra che sfrutta le donazioni per farsi gli affaracci suoi in Africa, e l’arcivescovo americano omosessuale che viene finalmente punito dei suoi misfatti, che compare dal nulla alla penultima puntata, senza riuscire a costituirsi come efficace deuteragonista del giovane papa.

Ecco, se manca qualcosa alla serie è proprio la figura del contraltare, l’avversario, il villain, il Cattivo. Non lo sono abbastanza il cardinal Spencer e il Cardinal Voiello, non lo è l’amico d’infanzia, né nessun altro. Tutti gli sono contro, tutti cercano il modo di disfarsene, tutti in definitiva (soprattutto Voiello) ne sono affascinati.

Alla fine, la dimensione privata, pesantemente new age, trionferà nel deliquio conclusivo nella affollatissima piazza San Marco, a Venezia. Lì il papa bambino era stato lasciato dai genitori, lì, forse, ha l’ultima occasione di rivederli, lì recupera il legame con la folla dei fedeli: richiamandoli, in un ultimo sforzo sovrumano, a ritrovare, se non la fede, almeno il sorriso.

Opera pop, dicevo: la colonna sonora (canzoni e “canzonette” antinomiche con il contesto), le inquadrature ardite (qualche volta – non sempre – estetizzanti) fumettistiche, il fumo, il calcio: la cornice dentro cui Sorrentino fa decantare i drammi personali e collettivi del giovane papa, sembrano proprio quelli di un’opera pop, cioè di un’opera volutamente bassa, iconicamente bassa, corriva, coerente con i tempi e con un pubblico che si immagina non essere “quello di RaiUno”, ma quello disinvolto ma non intellettuale, istruito ma non colto di Sky.

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  1. 6 dicembre 2016 alle 12:31

    Io ho molto amato!

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