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Archive for the ‘storie metropolitane’ Category

Destra, sinistra… ancora?!

19 settembre 2012 Lascia un commento

Questo spiacevole accadimento accaduto ieri mattina documentato qui accanto mi ha dato la possibilità di fare alcune profondissime riflessioni di natura sociopolitica (erano le 8 e 40, ora di punta, a Roma, capitale d’Italia: ricordo che nella derelitta San Pietroburgo del 2004 la metro passava ogni minuto e mezzo di giorno e ogni tre la sera senza mai sforare di un secondo: quando andava via un convoglio  su un display posto all’imbocco della galleria partiva il conto alla rovescia e, a allo scattare dello zero, puntualmente arrivava il treno successivo).

Quando si dice che far arrivare i treni in orario è un miserabile obiettivo “fascista” perché a vantarsene (un bel po’ di annetti fa: quasi un secolo fa!) era il cavalier Benito Mussolini, penso si dica un’idiozia assoluta.

Se è così ne dovrebbe scaturire  infatti che dovrebbe essere un obiettivo anche di Gianni Alemanno, attuale di sindaco di Roma. Invece Gianni Alemanno non sa neppure cosa significhi fare arrivare i treni in orario, non è proprio la sua materia. I treni della Metro B non arrivano mai in orario. Non ce l’hanno neppure un orario.

Quindi, dal momento che fare arrivare i treni in orario, ancorché quelli della scassatissima Metro B, è cosa senz’altro utile per i cittadini, e poiché un sindaco postfascista non è in grado di raggiungere questo minimo sindacale di decenza amministrativa, io pretenderei che un’amministrazione di segno opposto ad Alemanno, cioè di centrosinistra, si ponga fra i suoi obiettivi principali anche quello di fare di tutto affinché i treni della Metro B arrivino in orario, rispettando normalissimi standard di efficienza europei. Senza se e senza ma. Perché oggi, anzi domani, nel 2013, fare arrivare i treni in orario, non essendo chiaramente una cosa di destra, è una cosa di sinistra.

Onde sconosciute attraversarono il petto

12 novembre 2010 4 commenti

Luca prende ogni giorno la metropolitana per un lungo tratto, dalla stazione di Valle Aurelia a quella di Piazza Re di Roma e viceversa. Porta con sé un libro da leggere, e lo legge. In questi giorni per esempio sta leggendo 2666 di Roberto Bolaño. E’ arrivato al terzo libro, La parte dei delitti.
Alla fermata Manzoni (chissà perché sempre questa) da qualche giorno sale un ragazzino Rom, con una vecchia fisarmonica, troppo grossa per il suo corpo gracile di bambino di sette o otto anni. Buongiorno e buona fortuna e parte con la solita lagna, suonata per di più malissimo, non solo senza nessun talento, ma senza alcuna intenzione o sforzo di mascherare l’assoluta incapacità. Sempre la solita musica: non Cielito lindo e neanche My Way, l’altra, quella che viene suonata più spesso, Luca non ne conosce il nome. Possibile che sappiano suonare, si fa per dire, solo queste tre? si domanda.
Guarda il ragazzino: è stanco e abulico. Suona e con una mano tiene il bicchiere di carta sgualcito di McDonald’s dove dovrebbe raccogliere gli spicci che i passeggeri impietositi gli dovrebbero dare. Ma il bicchiere è quasi vuoto. Non c’è nel suo sguardo un’afflizione tragica. Non c’è niente.
Luca vorrebbe leggere in santa pace. La musica lo disturba, lo distrae. Sospira indispettito, non vede l’ora che il ragazzino se ne vada il più lontano possibile, in un altro vagone. Ma quello indugia lì per un tempo infinito. Vittorio, Termini, Repubblica. E’ ancora lì. Luca ha una sua teoria. Mai dargli un centesimo. Né a lui né a quelli più bravi di lui. E’ l’unico modo per toglierseli di torno. Far capire loro che questa non è un'attività redditizia, neppure un po’.

La lagna non finisce mai. Luca chiude platealmente il libro, lo riapre, sospira. Ma non hai dei genitori? Non ti ci mandano a scuola? Lo so che a voi non vi ci mandano, ma dovrebbero farlo. E’ per questo che non ti do un centesimo, perché così i tuoi genitori lo capiscono che non è così che funziona, non tocca a te portare a casa i soldi impietosendo gli stanchi viaggiatori della Metropolitana.
Lo pensa, Luca, ma non lo dice, non apre bocca. A dire il vero cerca proprio di non guardarlo, per non accendere chissà quale speranza.
Sai cosa? ti do un euro se mi prometti che quando torni al campo dove vivete chiedi ai tuoi genitori di essere mandato a scuola. Guarda, ti do dieci euro se la smetti di suonare! E se per una settimana non ti fai più vedere! Pensa anche questo, Luca, ma continua a star zitto. Il bambino nel frattempo si è allontanato. Dalla fisarmonica arrivano le ultime note straziate di quella musica zigana, quel valzer etnico insopportabile, ispiratore di sensi di colpa e invidia per quella cultura così ricca e vivace, e piena di retorica sentimentale.

Questa mattina invece alla fermata Manzoni è salito un uomo giovane, trenta-trentacinque anni. Con la sua fisarmonica. Bravo. Cielito lindo, sì, ma con qualche variazione, qualche ardita dissonanza e senza l'aiuto dell'insopportabile base preregistrata tenuta ad un volume altissimo. Vicina a lui, quasi attaccata ad una gamba come un rampicante ostinato, la figlia di non più di cinque anni, la bocca già senza i dentini, i capelli lunghi e spettinati, sporchi.
Bravo o no, Luca comincia a smaniare come al solito. Sto leggendo 2666 vorrebbe dire, ma anche stavolta dalla bocca non gli esce una parola. Non lo capisce che in questo modo mi fa perdere la voce? No, non la mia voce. La voce del narratore. Lei non può capire. Solo leggendo 2666 potrebbe capire. Se lei suona una musica familiare, questa mi entra nelle orecchie e di lì striscia nel cervello, e lo inquina, come se si versasse una caffettiera sulla tovaglia pulita. Ti piacerebbe, eh? se si versasse il caffè. Sulla tovaglia pulita. La voce di Bolaño è musica, è ritmo scandito dai nomi delle strade e da quelli delle donne ammazzate nella misteriosa mattanza della città di Santa Teresa. Ma che parlo a fare?

La bambina intanto gli si è avvicinata mettendogli davanti il bicchiere. Lui non la degna neppure di uno sguardo. Per non dare neppure a lei alcuna falsa illusione. Lei non se ne cura e prosegue, con un bel sorriso sulle labbra.
Poco dopo anche il padre gli passa davanti. Ha finito Cielito lindo, e ha attaccato.. My Way? Quell’altra di cui non ricorda il nome? No. Una musica che Luca non conosce. Che differenza fa? Gli dà fastidio lo stesso.
Si piazzano nel vagone accanto. In questo modo la musica arriva solo lievemente attenuata. La bambina, felice, mostra al padre una moneta da due euro. Due euro! Stiamo freschi. Sarà stato un turista. Il padre le dice di rimetterla nel bicchiere. Lei ubbidisce, ma non per questo è meno eccitata.
Intanto di fronte a lui si è seduta una giovane donna, sui quaranta, forse qualcosa meno, che lo ha distratto dalla lettura e dalla musica. Cosa gli piace di lei? (perché gli è piaciuta immediatamente). Le labbra sottili. Possibile che le donne che si gonfiano le labbra come spugne ignorano quanto possano essere sensuali le labbra sottili appena ravvivate da un filo di rossetto? Indossa un curioso soprabito, un trench corto, molto sopra il ginocchio. Ha delle calze spesse e colorate che la proteggono dal primo freddo d’autunno. Ai piedi porta un paio di stivaletti bassi, neri, molto brutti, pensa Luca. Appena seduta, ha buttato indietro la testa appoggiandosi alla parete, e ha chiuso gli occhi. Un lieve sorriso affiora da un ricordo recente, o da un’aspettativa? E’ un bel regalo che fa a chi la guarda, pensa Luca. La fa ancora più bella, le addolcisce i lineamenti duri, regolari.
Luca ritorna al suo libro (“Fra avere paura di tutto e avere paura della mia paura scelgo la seconda, non dimentichi che sono un poliziotto e se avessi paura di tutto non potrei lavorare … La faccia del suonatore di fisarmonica era sconvolta. Onde sconosciute attraversarono il petto dell'agente della giudiziaria. Questo mondo è strano e affascinante, pensò … ”).

Luca si volta verso il suo uomo con la fisarmonica. Ha improvvisamente smesso di suonare. Davanti a lui, alti, imponenti, a gambe divaricate due carabinieri glielo hanno intimato. L’uomo li sta guardando dal basso mentre con movimenti cauti e rispettosi copre lo strumento con un panno. Tace. Uno dei due carabinieri ha un blocco in mano. Non gli sta (ancora?) chiedendo i documenti. Almeno, non sembra. E comunque l’uomo non sta mettendo le mani in tasca. Non sta facendo niente. Il Carabiniere annuisce, grave. L’uomo non arretra di un passo, ma dallo sguardo Luca capisce che non è proprio un bel momento.
Ci si fa l’abitudine, oppure ogni volta è la stessa paura? Intanto con lo sguardo cerca di individuare la figlia, con il suo bicchiere pieno di monete. Troppi passeggeri gli ostacolano la visuale. Si sarà nascosta? Se gli diranno di seguirli si separeranno? Hanno un piano preparato nel caso succeda quello che sta per succedere? Sa come comportarsi? deve nascondere le monete? Fingere di non conoscerlo? Se si divideranno dove e quando si potranno rincontrare? E’ in grado di tornare a casa, al campo, da sola?
Luca chiude il libro e lo ripone nello zainetto. Ma senza perdere mai di vista l'uomo della fisarmonica.

Attorno a lui, e ai due carabinieri (e forse alla bambina, che Luca continua a non vedere, ma essendo molto bassa potrebbe benissimo essere proprio lì dietro le gambe del padre) si è fatto il vuoto. E silenzio.
Alla fermata successiva (Spagna) i due carabinieri scendono. L’uomo no. L’uomo, con la sua fisarmonica, rimane sul vagone. E la figlia, ora finalmente la vede di nuovo, è proprio lì accanto a lui.
Il padre le chiede di accostarsi alla porta del vagone, che si è appena richiusa e di controllare dove sono andati i due carabinieri. La bambina schiaccia il naso sul vetro freddo e vi lascia un alone con il suo fiato. Rivolta al padre scuote la testa, fa cenno di no. Il padre toglie il panno alla fisarmonica, lo ripiega, infilandolo in una tasca del giaccone e riprende a suonare.
Ma non è più come prima. Non sorride e la musica ne risente. Ora è fredda, ora troppo veloce, c’è l’ansia di finirla, di scappare, e la musica sembra che lo preceda da qualche parte, non si sa dove.

Evoluzione culturale

21 luglio 2010 4 commenti

“Rimetta in funzione quell’affare”.
La signora, quarantacinquenne, traslucida di sudore, con indosso una canottiera di lino color aragosta si rivolge all’Addetto alla Circolazione dei Passeggeri della Stazione Termini della metropolitana di Roma, Linea A.
Da qualche giorno importanti lavori di ristrutturazione stanno rivoluzionando i percorsi (anche mentali) della stazione e dei passeggeri che quotidianamente, o occasionalmente, sono costretti ad attraversarla. In pratica i lavori obbligano tutti i passeggeri in transito a confluire nello stesso percorso, in qualsiasi direzione essi debbano andare.
In più è stato progressivamente eliminato ogni strumento ad azione meccanica per trasferirsi da un livello ad un altro (le scale mobili, per intendersi). L’ultima scala mobile a fermarsi con un singulto è stata quella su cui stava per (o sulla quale avrebbe voluto) montare la signora sudata.

L’addetto alla Circolazione dei Passeggeri, la liquida sbrigativo: “Signora, non lo vede, è rotta.”
“Rimetta in funzione quell’affare”. La signora si asciuga il sudore da una guancia con la parte interna dell’avambraccio, in un gesto che può anche essere interpretato come una fugace analisi olfattiva dell’ascella*.
“E’ rotta, faccia la cortesia.”
“Io non mi muovo da qua fino a che non la rimettete in funzione.”
“Signora, ho paura che…”
“Ecco, fa bene.”
“A fare.”
“Ad avere paura.”
La signora indossa uno sguardo non può che essere interpretato come un nemmeno tanto velato avvertimento sul fatto a) che la sua innocente borsetta appesa alla spalla destra contiene una calibro 20 e b) che i suoi polpastrelli non vedono l’ora di usarla.
L’uomo la guarda, raccoglie le idee in cerca di una contromossa. In realtà gli sono sufficienti pochi secondi per liquidare la minaccia per quello che è. E non perché sia in grado di fare ricorso alla consapevolezza in virtù della quale possa almeno intuire di poter beneficiare di secoli di progresso culturale per cui ad un cittadino non è più consentito, come nel Far West, di girare impunemente armato. Non ha questa consapevolezza perché l’uomo, come tutti, non andava molto bene a scuola, e in particolare, come tutti, era debole nei “collegamenti”, quella cosa incomprensibile che era la fissazione di tutti i suoi insegnanti, che la utilizzavano per capire se l’alunno imparava tenendo tutto "appiccicato", o aveva veramente capito. Per cui adesso non è in grado di ricorrere ad un’analisi sovrastrutturale e diacronica, ma si deve accontentare dell’intuito. Del resto a salvarlo non è la consapevolezza di essere un ingranaggio di secoli di evoluzione culturale, ma l’evoluzione culturale in sé e per sé, a prescindere dal fatto che chi ne beneficia ne sia consapevole oppure no.
Peraltro, se l’Uomo, o anche la Donna, avessero voluto percorrere un altro importante pezzetto di evoluzione culturale avrebbero anche potuto afferrare il concetto che il disagio di oggi significa un maggior comfort domani, e che quindi forse vale la pena soffrire qualche settimana per poter disporre per un lungo periodo di scale mobili moderne e funzionanti, di un’illuminazione efficace e aria respirabile in ogni mese dell’anno.
Senza contare che l’attuale disagio si accompagna anche, per dirne un’altra, ad una drastica diminuizione (direi all’azzeramento) degli appostamenti da parte degli avidi controllori, dal momento che se oltre ai disagi questi dovessero mettersi lì a elevare contravvenzioni penso che, a prescindere dal grado di evoluzione culturale cui si ritenga di essere consapevolmente o meno approdati, i viaggiatori** finirebbero molto presto con l’azzannarne i polpacci.

* cosa che in effetti è
** me compreso

Incontri

13 gennaio 2010 1 commento

Si siede accanto a me una ragazza alta, parecchio, e bionda. Non è veramente una bella ragazza. Più il tipo che di sé dice: occhio, sono quasi una bella ragazza, ma mi comporto come lo fossi e voi di conseguenza, pure.

Poi salgo sulla linea B. Sale una bella signora. Parecchio. Signora. E bella. Sulla quarantina. Indossa un gessato con pantaloni larghi. E’ il tipo che pur essendo consapevole della propria bellezza si comporta come se questa fosse corrosa dal tarlo di una inadeguatezza, una debolezza che ne ingentilisce l’atteggiamento.
Prendiamo le scarpe. Indossa un paio di scarpine basse di vernice nera, scollate. Il piede è fasciato da una calza scura, di lana (sembra). Ma oggi piove. E fa freddo. Le scarpe sono carine e le stanno bene, ma presto rimpiangerà la scelta. Si inzupperà i piedi, non avrebbe dovuto cedere alla debolezza di mettersi una cosa carina, ma palesemente sbagliata. Non si sentirà a suo agio, ma non saprà dare la colpa alle scarpe. Le scarpe sono un sintomo silente. La spia per chi avrà occhi di apprezzarla. Così com’è.

Presso un Punto Autorizzato Metrebus / 2

E invece me l’hanno cambiata.
Era un uomo. L’ha provata. Non ha funzionato. Mi ha dato un modulo da riempire. "Riempia questo". L’ho riempito. Mi ha consegnato una carta di credito. Stavo per chiedere: "ma…". Ho guardato meglio: era la nuova tessera Metrebus. Volendo è anche una carta di credito.

Presso un Punto Autorizzato Metrebus

21 aprile 2009 1 commento

Questo pomeriggio andrò presso un Punto Autorizzato Metrebus per farmi cambiare la tessera magnetica dell’abbonamento annuale, che da qualche tempo è difettosa.
Funziona una volta sì e dieci no. Ogni volta devo farmi aprire le sliding doors da un addetto che in cuor suo pensa che o non ho la tessera, o che ho l’abbonamento oscaduto e sto facendo la scena. Comunque non potendo provarlo alla fine mi apre. Ma è quantomai imbarazzante, se non umiliante.

Appoggiando la tessera sul sensore, anziché illuminarsi di verde e aprire le porte, il tornello comincia a ululare un fischio acutissimo e minaccioso, la luce rossa comincia a lampeggiare e le porte ovviamente restano sbarrate. Dietro di me si forma una coda di viaggiatori spazientiti, e a me tocca farmi da parte, riprovarci, due tre volte. Se sono fortunato all’improvviso, come per magia, la luce si fa verde e le porte si aprono come le acque del Mar Rosso. Ma, appunto, di miracolo, vero e proprio, si tratta.
Ho già provato a farmela cambiare una volta, ma l’addetto l’ha provata sul suo tester e quella volta, manco a dirlo, ha funzionato perfettamente.
Ogni volta che vado al Punto Autorizzato Metrebus la  maledetta  funziona sempre.

"Gliela posso anche cambiare", mi ha detto quella volta l’addetto, "ma le costa cinque euro, perché  per me è buona".
"No, lasci perdere", ho risposto incassando la testa nelle spalle insieme alla delusione.

Così oggi pomeriggio andrò lì intenzionato a farmene dare uan nuova senza pagare neppure un centesimo, ovviamente.
"Non funziona", dirò all’addetta dai capelli biondi con una divisa maschile che non le dona. "O meglio, funziona una volta su dieci, ma non ne posso più, oltretutto mi fa perdere un sacco di tempo."
L’addetta dai capelli biondi la proverà sul suo tester e mi dirà: "per me è buona, ma se vuole ne può fare un duplicato, le viene… "
"Cinque euro, lo so, ma la tessera, mi creda, non funziona. Non può dire che funzioni una tessera che funziona una volta sì e dieci no. Non le pare?"
"Per me funziona, non posso dargliene un’altra", mi dirà lei.
"Senta, lei mi deve credere. Non funziona."
"Ma io che ci posso fare?"
"Cosa ci può fare?" le domanderò io. "Me la cambi. Prende questa, la taglia in due con le forbici come si fa con la carta di credito scaduta, scrive sul suo modulo che era guasta e me ne dà una che funzioni, questo può fare. Ma lo sa qual è il problema?" Lei mi guarderà con l’occhio smarrito. "Che lei non mi crede. Non crede che questa tessera funziona una volta sì e venti no. E sa perché non mi crede? Perché per lei io non sono un cliente, ma un fastidio, un peso, un costo addirittura, se non fosse che sono io che scucio 240 euro all’anno per avere una tessera che non funziona e che mi costringe ad umiliarmi ogni mattina chiedendo all’addetto del box di stazione di aprirmi le porte con il pulsante segreto che tiene nascosto sotto le gambe. E io non sono un cliente perché in questo settore non esiste concorrenza, cara signora o signorina, e non essendoci concorrenza io sono un servo, non un cliente e lei non avverte la necessità di accontentarmi, non gliela insegnano proprio questa attitudine, anzi forse le insegnano il contrario, perché lei sa, voi sapete benissimo che non ho alternativa. Che alternativa ho? A chi posso rivolgermi, se nel trasporto locale non c’è concorrenza? Che alternativa ho? Andare a piedi? Così mi tocca", continuerò mantenendo una calma che a poco a poco la manderà fuori giri, "prendere questa pulciosissima metropolitana, accettare il fatto di aspettarla sei minuti nell’ora di punta – roba da quinto mondo – di stingermi fra i cappotti e le ascelle degli altri passeggeri e farmi sentire dire allontanarsi dalla linea gialla di sicurezza tutte le mattine e non ostacolare la chiusura delle porte treno in partenza! A me! O accettare di ascoltare quella voce orrenda, uscita lato…. sinistro! (chiunque abbia preso la Metro A  Roma sa di cosa parlo), ma chi avete scelto come speaker? Cino Tortorella? Giovanni Muciaccia con la voce di quando sarà in pensione?  A chi deve sorprendere ogni volta con quel tono furbetto e gioviale da festa di bambini delle elementari? E tutti quei jingles nelle stazioni, e i notiziari di Roma Radio Notizie, e le canzoni anni ottanta? ma chi le sceglie? Ma non si può avere un momento di raccoglimento? una pausa dal frastuono e dal logorio della vita moderna? E’ mai stata a Berlino?" le chiederò dopo una breve pausa teatrale, "A Berlino, ha capito bene. Lassù la metropolitana è silenziosa. Nelle stazioni periferiche si sentono i passi dei pochi viaggiatori che aspettano (un paio di minuti al massimo) che arrivi il treno. Si sente il lieve ronzio degli impianti di areazione e uno starnuto risuona come un segnale antiincendio. Nei vagoni prende il segnale del telefonino, ma i viaggiatori lo usano con discrezione e le stazioni sono annunciate senza farti venire l’ansia. Devo andarmene da questa città, da questo paese per sentirmi considerato degno della attenzione di qualcuno? Lei dunque mi suggerisce di emigrare? Di cercare fortuna altrove?
Avanti, mi cambi questa tessera e non la faccia tanto lunga."

Filosofo

15 ottobre 2007 2 commenti

Scritta dipinta a colori vivaci e con caratteri molto grandi su una fiancata di un vagone della Metropolitana di Roma, Linea B.

"Non so’ che’ fare
Tutto nascie
e poi muore"

(apostrofi e scorrettezze morfologiche sono dell’anonimo estensore)