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Chi non ha votato in Sicilia?

31 ottobre 2012 2 commenti

Siamo sicuri che il non-voto siciliano sia interamente da ascriversi a disaffezione per la “vecchia politica”, che sia stato un non-voto di protesta?

Io penso che almeno una buona parte dei siciliani che non hanno votato lo hanno fatto perché non avrebbero saputo con chi e per che cosa scambiare il loro voto. Venuto meno il fine utilitaristico del voto (con chi la mafia avrebbe potuto apparentarsi? con il sicuramente perdente Miccichè? con il sicuramente perdente Musumeci dello sgangherato PdL? Certo – almeno lo spero – non con il favorito Crocetta).

Così, libero di fare come gli pareva, e privato di qualche buon motivo per farlo (la casa, il lavoro, la protezione), il siciliano di andare a votare ha fatto volentieri a meno.

Perciò, di fronte al 52% delle astensioni è inutile e bizzarro, come ha fatto qualcuno, ipotizzare quale dei candidati abbia beneficiato del voto “della mafia” (Grillo? l’UDC?). Come se il voto della mafia fosse altro dal voto (in questo caso: dal non-voto) dei siciliani (di certi siciliani). La risposta è lì. E forse non è una brutta risposta: il voto di protesta è quello di chi ha votato.

Finitòria al Salone del libro di Torino

11 maggio 2011 1 commento

5705002819_43daa280ea Domenica pomeriggio, alle 16,30, presso lo stand di Simplicissimus Book Farm (uno dei più agguerriti sostenitori della diffusione degli e-book in Italia), verrà presentato il mio nuovo romanzo, Finitòria, pubblicato dall'editore Nulla die, di Piazza Armerina.

Per ora il libro è disponibile solo in formato e-book, ed è acquistabile qui:
http://ultimabooks.simplicissimus.it/finitoria.

Ma cos'è Finitòria?
Cominciamo dal titolo.
Finitòria, in alcuni dialetti meridionali, fra cui quello siciliano, significa “alla fine”, “verso la fine”, "rimanenza". Si può riferire a cose o a situazioni. O a sentimenti.

E' una storia siciliana, molto siciliana e al tempo stesso poco siciliana (almeno spero). Un tentativo di far parlare siciliani che non parlano in dialetto, che vivono nella/contro la mafia ma senza picciotti e lupare. Un libro contro la mafia come sottocultura diffusa. E non solo in Sicilia. Un sogno di riscatto fallito. O forse no.

Professionisti dell’antimafia

I professionisti dell’antimafia esistono. Ma non sono “professionisti”, come in un modo assai imprudente e leggero volle intendere Leonardo Sciascia, per strumentalizzare per i propri scopi personali la loro attività, appunto, professionale. Non per trasferire da un piano pubblico ad uno privato la loro missione.
I professionisti dell’antimafia sono professionisti in opposizione ai dilettanti dell’antimafia; o per meglio dire, ai farisei dell’antimafia. O per dire ancora meglio: ai parassiti dell’antimafia.
Chi sono, costoro? Sono la stragrande maggioranza dei siciliani ignavi, onesti fra le loro linde quattro mura con balcone sguarnito di piante e fiori. Nel loro metro quadrato di parcheggio dei caravan in disuso dove passano l’estate nell’una volta immacolato litorale che accompagna Palermo verso le montagne; sul ciglio della strada che sale a Monte Pellegrino dove il Primo Maggio, o a Pasquetta, o il 25 aprile apparecchiano tavolini imbanditi di ogni bendiddio utile a sfamare tre generazioni di esseri quasi-umani sovrappeso; come peraltro sulla spiaggia di Mondello, o di Capaci, o Cinisi, dove gazebo chiusi ai quattro lati con pesanti teli da mare proteggono il sonno avido e arrostito dal vento bollente, di arancine agonizzanti, di timballi di pasta al forno massacrati da bocche sformate.

Facile fare della facile ironia sulla popolanità straripante e immarcescibile del siciliano (del palermitano, in particolare) medio. Ma la natura barbara, o quantomeno pre-moderna della Sicilia mafiosa va cercata fra gli usi e i costumi eternamente ripercorsi da generazioni che da quelle precedenti ereditano il piacere del vizio grossolano, ma soprattutto dell’ignavia, della più assoluta indifferenza verso il mondo, verso ciò che non è consumabile nell’ambito della propria cerchia familiare allargata (ai cognati, ai generi, alle nuore). Un mondo deforme e replicato all’infinito che non garantisce alcuna possibilità di redenzione sociale. Né la cerca. Un mondo di gentilezze insospettabili, pigrizia atavica e menefreghismo. Di insofferenza verso ogni forma di stato: leggi, regole, rispetto degli altri. Un mondo che esiste, credo, in ogni società, e sotto qualsiasi latitudine, ma che qui si eleva a sistema, si fa maggioranza, coincide con la società stessa, non ne è un’appendice folkloristica e, in fin dei conti, innocua.

La novità è che molti di costoro sono nel frattempo diventati simpatizzanti dell’antimafia.
Non frequentando, per meri motivi di non-opportunità, il mondo mafioso (non sono titolari di negozi, non hanno fatto debiti, non vivono nei quartieri malfamati), hanno sviluppato una mediocre sintonia con il sentire comune nazionale, che vede nella mafia il cattivo e nei giudici e nella polizia il buono che salva gli onesti (tutti noi).
Un cattivo che resta tale fino a quando non entra, per qualche motivo, nella propria vita, e allora le carte vanno rimescolate, s’intende.
Il giudizio su Falcone e Borsellino è unanime. Il cordoglio altrettanto. Ma di cosa stiamo parlando? Della delega in bianco e assoluta di un dovere civico per il resto totalmente assente. Una declassificazione (paradossalmente) del problema mafia a un fatto di omicidi, traffico di droga, crudeltà efferate e facilmente esecrabili come quella di far sciogliere un ragazzino nell’acido. Tutto questo è male. Chi, fra i buoni, onesti appartenenti alla pancia grassa della piccola borghesia siciliana non si direbbe d’accordo, ormai?
Messa a posto la coscienza (giudici, “professionisti dell’antimafia”, siamo con voi, continuate così, la mafia va colpita, i cattivi vanno assicurati alla giustizia!), assicurato il problema oscuro della Mafia a un piano “alto”, remoto, non intersecante neppure per sbaglio la propria dimensione esistenziale (nessuno – che non sia effettivamente colluso – dice più: “la mafia non esiste”, la mafia esiste e fanno bene a combatterla: gli altri), l’esercizio dell’antimafia farisea, annacquata e delegata convive serenamente con la più radicale incultura civica che si può riscontrare nell’Europa occidentale (probabilmente in coabitazione con quella accertabile in altre regioni dove la criminalità organizzata è più forte dello Stato, ma non avendone diretta esperienza, come invece ho della Sicilia, non azzardo confronti). Coesiste con l’ancestrale disprezzo per la cosa pubblica, con la chiusura opulenta e miserabile ad ogni richiamo alla partecipazione a tutto ciò che è culturalmente moderno (la regolazione per legge dei rapporti interpersonali, l’accettazione di cambiamenti sociali ormai acquisiti come l’omosessualità, la maturazione del ruolo della donna…: cose banali, ma non qui). La società, la mentalità, per dirla facile, siciliana è irrimediabilmente ancorata a schemi eterni che convivono, collidono, coincidono con il sentire, con la cultura mafiosa, insomma ne costituiscono le solide fondamenta.
Purtroppo.
E non la gita fuoriporta, o l’allegra brigata sulla spiaggia di Mondello, ma la sporcizia che viene placidamente dispersa sì, il vuoto di un inesistente altro da questo, sì, l’incredibile ottusità e arroganza che rende sciolti da ogni vincolo di legge e si ritiene giusto fare quello che più pare e piace, questo sì.
Ogni giorno, in ogni momento la vita in una grande o piccola città della Sicilia mette i siciliani alieni, i resistenti coraggiosi quanto tragicamente prossimi al fallimento (e infatti molto spesso emigrano), di fronte all’incultura paramafiosa che ingrassa il meccanismo perverso e primitivo di questa terra. Nel quale i “cattivi” sguazzano e comandano indisturbati, perfino tolleranti. Si dice che in alcune città, medio-grandi, i commercianti non paghino il pizzo perché il capomafia – nato da quelle parti – così ha stabilito, assicurandosi la fedeltà implicita di tutti i cittadini-sudditi che godono della pax mafiosa come un regalo di un principe, magari invisibile, ma poi nemmeno tanto sconosciuto e misterioso.
La regola numero uno di questa convivenza civile sui generis è non mettersi nei guai pubblicamente, non ostacolare il legittimo diritto di chiunque a fare ciò che vuole, mai rivolgersi alle forze dell’ordine per rivendicare un diritto. Le cose si appianano diversamente, o si sopporta, oggi a me domani a te.

In questa melma senza risurrezione ogni anno vengo, come un innamorato pervicace, a misurare il mio grado di attaccamento alle origini. E alimentare il desiderio di essere vicino agli amici siciliani che, strenuamente, con le loro cento agende rosse, cercano di essere altro, di non essere tifosi dei professionisti, ma professionisti essi stessi, con l’esempio quotidiano, dimostrando che se un'altra Sicilia è impossibile, almeno altri siciliani sì.

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Bonaccia

Al quarto giorno di bonaccia cominciai a non riconoscere i miei compagni.
Non sapevo più i loro nomi ed ero affascinato dalle loro fattezze mostruose. Non erano mostri degli abissi, questo mi era chiaro. Non quelli del mare, almeno.

Cominciarono a raccontare storie, ognuno una diversa. Pezzi della mia vita, fatti e incontri che io stesso non ricordavo o non sapevo affatto di aver vissuto.
Aspettavamo insieme, esaurendoci.
Come se ci sia una speranza, in fondo alla candela che si assottiglia.

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Giuseppe Gati

3 febbraio 2009 16 commenti

E’ morto due giorni fa Giuseppe Gati, il ragazzo di Campobello di Licata che un mese fa, nel corso di una manifestazione ad Agrigento, contestò vivacemente, e con una straordinaria passione civile, Vittorio Sgarbi che aveva preso le difese di personaggi politici siciliani inquisiti dal pool antimafia.
Giuseppe è rimasto folgorato da un cavo elettrico nel terreno di proprietà del padre
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Davanti al mare

Se c’è una cosa di cui non mi stanco (quasi mai), è di starmene seduto, sulla mia seggiolina da spiaggia, in riva al mare, a guardare il mare. Non è che io proprio stia lì a guardare il mare.

Le cose che faccio standomene lì, apparentemente immobile e in uno stato d’ozio profondo, sono svariate.

Certo, lo guardo il mare: a Mazara il mare è molto bello, pieno di colori diversi, per via del fondale bianco, vicino la riva, poi verde scuro, poi azzurro profondo. E’ riposante guardare a lungo una cosa bella.
Poi lo ascolto il mare. Poi osservo le persone che mi passano davanti, e quelle che mi sono sedute intorno (un numero fortunatamente sempre molto esiguo, a Mazara, sulla spiaggia libera, dalle 13 alle 15, il periodo in cui scendo in spiaggia). Guardo i bambini che giocano, le barche (pochissime) che passano, studio il cambiare della direzione del vento e della corrente. Poi ogni tanto leggo. Poi chiudo gli occhi e penso.

Un sacco di cose.
Spesso mi succede di raccontare a me stesso tutte queste cose. Raccontare significa imbastire una specie di filo logico, se non una trama. Una premessa, il contesto di un racconto che quasi mai si svilupperà. Nella maggior parte dei casi questi abbozzi di racconti descrittivi, queste ipotesi di biografie, di studi analitici proiettati su sfondi congetturati e lasciati cadere subito dopo, non vedranno mai la luce, neppure in modo estemporaneo, sotto forma di appunti. Semplicemente saranno dimenticati.

Ma non lo considero un esercizio inutile, o una perdita di tempo. Sono invece un utile allenamento, come quando giocavo a tennis e palleggiavo per ore contro il muro: per trovare l’automatismo, il gesto perfetto, l’impatto rotondo, il suono morbido e la potenza limpida. E’ una pratica che tornerà vantaggiosa quando mi servirà per davvero. Costruisce un modo di pensare, di rapportarsi con le cose che succedono. Lasciano intravvedere significati e relazioni, permette di costruire classificazioni e riempirle invece che, per dire, limitarsi a giudicare il seno di una bella donna, o i bicipiti di con rozzi criteri estetici. E’ quello che ho fatto quest’estate, più degli altri anni. In altri termini mi potreste dire: non hai fatto un cazzo. Bravi. Avrei dovuto? Perché?

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Rapido aggiornamento 2

salemiSabato pomeriggio infine siamo andati a Salemi, paesone agricolo cone qualche bel palazzo, un bellissimo castello federiciano, un Museo civico con almeno un paio di statue meravigliose e un duomo venuto giù con il terremoto del ’68. Bello. Gran panorama fino al mare. Una bellissima aria fine.

vsCi ha guidati nella visita il sindaco in persona  (che potete vedere in una tipica espressione – se ci cliccate sopra lo potete vedere meglio), incontrato casualmente davanti al Castello, e che ci affabilmente e simpaticamente accolto e guidati con gentilezza e simpatia (lo credereste? eppure  è così).

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