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Modena informale

20 marzo 2006 7 commenti

Allora, volete sapere com’è Modena?
Per quanti sforzi possiate fare non ci metterete mai più di cinque minuti per andare da un punto qualunque ad un altro punto qualunque del centro della città.
Un posto tranquillo. Molto tranquillo. Veramente molto tranquillo.
I cinema aprono alle otto e mezza. La gente svanisce un po’ prima. C’è un gran bel silenzio. Si mangia bene senza spendere.
Mi ci trasferirei, davvero, se avessi qualcuno o qualcosa di cui avere paura.

Se capitate a Modena non mancate (a parte il bellissimo Duomo e la bellssima Galleria Estense) di visitare la bella mostra "Informale" (fino al 9 aprile), al Foro Boario (è gratis).
Non vorrei aprire qui la caricatura di un dibattito sul valore dell’informale rispetto al formale, dell’astratto rispetto al figurativo.
Certo è che le opere di Dubuffet, Tancredi Parmeggiani, Burri, Fontana, Accardi, provenienti dalla Fondazione Guggenheim, lasciano ammirati e pieni di dubbi. Lasciano sospesi gli occhi in un interrogativo imbarazzante. Ci si chiede da dove nasca il piacere. Non ci sono appigli. Si cerca di classificare il gusto, ma senza successo.

Diceva Dubuffet: "L’arte si dirige allo spirito, non agli occhi. E’ un linguaggio, uno strumento di conoscenza e di comunicazione". E Bice Lazzari: "Io dico che i segni sono parole".
Strana questa lingua: esprime il "piacevole", oppure "l’oscuro", oppure "l’ostico", oppure "l’inquietante", oppure "il grandioso", oppure "il fastidio"… Una lingua di sostantivi astratti anche quando – o forse soprattutto –  usano l’inchiostro degli oggetti più duri (plastiche, sacchi, pezzi di  ferro trattati con la fiamma ossidrica). I sostantivi sono mero significante.

Mi sembra eluso il problema dell’Uomo. Al di là della problematicità dell’interpretazione, mi manca il dolore di una cosa capìta. La maschera dell’intelligenza è calata e quel che resta sono neuroni allo stato puro.

Il paradosso: il destino di queste opere che programmaticamente rifiutano ogni opzione descrittiva, è di  non poter essere altro che descritte.

Guardate il catalogo, o il libretto di acompagnamento o l’apparato critico sul sito. Il curatore della mostra, Luca Massimo Barbero, nel consegnarci le chiavi interpretative delle opere non può che limitarsi a descriverle: "… tutto incentrato  sulle tonalità bruno rossastre, vivificate  da tocchi di un colore rosso più intenso, la superficie dell’opera risulta divisa in tre parti da filamenti…."; "l’artista ha ormai maturato  la sua ricerca sul segno, che si staglia qui con particolare evidenza su grandi macchie di colore dalle tonalità cupe, organizzate verticalmente e orizzontalmente…"; "… cerchi  incompleti di colore puro, si irradiano partendo da punti cardine e vorticano per tutta la tela; questi si intrecciano a campiture rettangolari, e il tutto si ricompone in un sistema di luce e di colore che crea, nei vari contrasti, l’illusione di una profondità abitata da forma sospese".

Opportunamente si tiene lontano da possibili letture che siano altro da ciò che si vede. Non cerca, e questo è apprezzabile, di cercare di "spiegare", di trovare il "significato". E tuttavia questo determinismo oggettivo, questo rispetto assoluto per il segno, questa opportuno passo indietro rispetto al detto, lascia come privati di un aiuto.
Della mappa. Ci lascia con il sospetto che ci sia qualcosa da capire che sfugge. Siamo soli davanti all’inconsueto. Al più possiamo storicizzarlo, e non è poco.
Comunque, per tutto questo: interessante. Molto.

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Categorie:arte, italia, mostre, pittura