Finitòria

Finitòria
(Edizioni Nulla Die, 2011)
Estratto dal primo capitolo [indietro]

I due uomini si appartarono.

Ruggero Sanvitale e Salvatore Margiotta avevano appena finito il caffè. Amaro, Sanvitale, Margiotta dolce. Sanvitale indossava una canottiera blu, calzoncini da tennis bianchi e ciabatte di gomma. Margiotta pantaloni grigi ben stirati e camicia celeste, senza la cravatta. Sanvitale abbronzato, Margiotta pallido, i capelli grigi svolazzanti, elettrizzati. Sanvitale no, ondulati, lucidi, bianchissimi, come la peluria sulle braccia robuste, sulle gambe, sul petto, sulla schiena. Profumava. Margiotta no. Margiotta era sudato. Era più alto, molto più alto. Si doveva inchinare. Parlava inchinandosi, rispettosamente. Il vantaggio degli uomini bassi. Avevano i baffi entrambi, Margiotta e Sanvitale. Grigi, il primo, folti, come svogliati. Tagliati e pettinati il secondo, Sanvitale, bianchissimi come i capelli. Margiotta passò un fazzoletto ripiegato sulle labbra, accuratamente sotto i baffi, due o tre passate, poi lo guardò, distratto. Sanvitale camminava a piccoli passi rumorosi. Margiotta con passi lunghi e silenziosamente insicuri. Sanvitale scacciò il cane, Bekki, un pastore tedesco eccitato dal muso umido. C’era vento. Il cielo ampio e sereno. L’ombra del giardino li proteggeva dal caldo del mattino. Avanzavano con la precauzione di un differente silenzio. Margiotta pareva avesse a che fare con un problema per cui stava cercando le parole adatte. Sanvitale aveva la testa alta e i concetti chiari espressi nello sguardo obliquo.
Uscì Angela Sanvitale. Nel patio. Scese i gradini, si sedette al tavolo. Aveva gambe lunghe, ciabatte di legno, un pigiama chiaro, capelli assonnati. Si guardò intorno, pensò qualcosa sul vento, poggiò il telefonino sul tavolo, lo accese, lo fissò. Accolse il cane con una carezza che ne seguì il profilo, dal muso fino al collare. Bekki, bekki, sussurrò, dispensando una vendicativa complicità. Il cane mise le zampe sulle cosce scure e magre della ragazza, all’altezza dei pantaloncini del pigiama, annusandola, annusando poi il tavolo della colazione.
Uscì Giuseppe, e uscì infine Rosaria Sanvitale, in vestaglia, carezzò sulla nuca i figli, Angela e Giuseppe. Uscirono i gatti. Il patio, protetto dalla tettoia in legno e canne di bambù, si riempì di voci che non erano ancora una conversazione. Trascinando gli zoccoli, Giuseppe andò verso la cucina esterna, appoggiata al muro di cinta, aprì il frigorifero, fu raggiunto dalla madre. Indossava una maglietta grigia sopra il costume da bagno da surfista. “Dov’è papà?” chiese Rosaria. “Di là con Salvatore”, rispose Angela, “al tennis”. I gatti si mordevano le orecchie e pareva che ridessero.
Angela raggiunse gli altri due, trascinandosi il muso di Bekki nel palmo della mano. “Mi scaldi il latte? O non ce n’è?” “Perché non ce n’è?” fece il fratello, sottovoce, collegandosi ad un recidiva polemica. Angela lo scostò con il braccio, facendosi largo tra il suo corpo e quello della madre, rimasta a fissare i figli come se si fosse ricordata qualcosa sul loro conto, su loro due come coppia, subendone la presenza simultanea.
Giuseppe, di due anni più piccolo, era molto più alto di Angela. Sfiorava le tegole spioventi che coprivano il piano cottura. Aveva i capelli neri, lunghi e arricciati, tirati indietro, con una profonda ammaccatura davanti: il segno del cerchietto di spugna che portava quando andava al mare.
Il giorno prima erano stati festeggiati i diciotto anni di Angela, e la casa pareva ancora rilasciare gli odori e i suoni della festa che era durata, sobria e perbene, fino a tarda notte.
“Vi siete alzati presto?” disse la madre, interrogativa non volendo.
“Ci passa a prendere Totò, andiamo fuori col gommone di Salvo”, rispose Giuseppe tornando verso il tavolo con una tazza di latte freddo in mano. Angela fece: “M-mm…” confermando la sua presenza.
“Andate insieme?” domandò la madre aprendosi per la prima volta in un sorriso, “evento!” Li accarezzò con lo sguardo, resistendo alla tentazione di convalidare con successivi spostamenti dell’umore la precedente vena di malinconia.
Furono tutti e tre seduti al tavolo e proseguirono la colazione in silenzio. Giuseppe chiese a un tratto alla sorella se non si dovesse per caso depilare, e rise. “Quanto sei cretino.” “Non ti vai a depilare?” Lo trovava molto divertente. “Certo non ci devi andare tu, guardati, sembri una pallina da ping-pong.”
Rosaria Sanvitale aveva capelli biondi, raccolti sulla nuca con un elastico di spugna, indossava una vestaglia azzurra e portava ciabatte di gomma colorate. Fece colazione svogliatamente. C’entravano i diciotto anni della figlia, forse. “Fuori dove?” Domandò.
“Capo Feto, vediamo”, disse il ragazzo.
“Con questo tempo?” Disse la madre.
“Con quale tempo?” Si innervosì Giuseppe. “C’è sempre questo tempo.” La madre alzò le spalle, offesa e sconfitta. Il sole dall’altra parte della casa abbagliava il muro di calce bianca.
Si sentirono le urla dei due uomini. Ma non le parole.

Nessuno disse più niente. Dal terreno dei vicini ricominciò l’assordante rimbombo della pala pneumatica. Durava pochi secondi, seguiti da una pausa di assoluto silenzio occupato solo dall’eco del frastuono che si richiudeva su se stesso. Poi ricominciava, cupo, ossessivo, profondo. I Sanvitale ci avevano fatto l’abitudine e non fecero commenti. A seconda del tipo di roccia che incontrava, il rumore cambiava volume e frequenza. I muri tremavano, lo sforzo meccanico faceva vibrare l’aria calda. Orecchie allenate riconoscevano le diverse tonalità dell’attacco alla resistenza della terra. Sembrava non dovesse finire mai. “Meglio delle tortore” aveva detto una mattina Giuseppe. “Cosa ci devono costruire?” Aveva chiesto Angela. Dicevano una piscina, ma a Ruggero Sanvitale la fossa pareva troppo profonda, voleva vederci chiaro. Una cosa che lo mandava in bestia. Un argomento da non affrontare più in sua presenza.
Rosaria si alzò da tavola con le tazze dei figli e andò a lavarle sospirando. I ragazzi sparirono.
Ruggero Sanvitale e Salvatore Margiotta ricomparvero, a testa bassa. Ruggero toccò il braccio alla moglie, che richiuse il rubinetto. Salvatore Margiotta chiese se era avanzato del caffè. No, era finito, “lo rifaccio, che ci vuole”.
“E’ morto Nicola, Rosaria.”
“Nicola?”
“Nicola tuo nipote. Veramente l’hanno ammazzato, povero figlio.”
Rosaria si portò la mano alla bocca e con lo sguardo costruì un ponte con gli occhi del marito, scavando nelle sue orbite l’istantaneo terrore che non era ancora dolore. Dopo qualche secondo allentò la presa, si strinse la vestaglia e si guardò attorno, come se qualcosa lì nel patio in quel momento potesse tornare utile. “E come è stato?” “Non si sa.” “Un incidente?” “Sì, un incidente…” sospirò il marito, involontariamente beffardo. “Chiamo i ragazzi, dovevano andare al mare.” “No, aspetta.”
“I Carabinieri stanno facendo le indagini”, disse Margiotta.
“I Carabinieri? Perché i Carabinieri?” chiese Rosaria, come risollevata per un breve attimo dalla prospettiva di un’inchiesta che avrebbe fatto luce su quella notizia assurda.
“Lo vuoi fare questo caffè?” Le disse il marito, riconducendo il dramma nel mondo concreto delle cose possibili. Rosaria lo fissò percependo la sua voce e il significato delle sue parole da un livello molto profondo della coscienza e piangendo preparò il caffè. Continuava a voltarsi verso il marito che a testa bassa s’era diretto verso il tavolo, preoccupato di non calpestare uno dei gatti. Quando la caffettiera fu sul fuoco, Margiotta la abbracciò, “mi dispiace”, disse, elaborando la formalità delle condoglianze, ormai mature. Fece poi due passi indietro, rispettoso del lutto. Dignitoso, pensò.
Il frastuono del martello pneumatico montato sulla ruspa volteggiava con la sua ottusa reattività sulle loro teste, alzando nuvole di polvere di tufo giallo dalla parte del campo da tennis.

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