Archive

Posts Tagged ‘Federico Fellini’

Che strano chiamarsi Federico, di Ettore Scola

18 settembre 2013 Lascia un commento

La storia di un rapporto. Quello fra Ettore Scola e Federico Fellini. Rapporto di amicizia, di più, di fratellanza. Quella fratellanza intellettuale, spirituale, goliardica, professionale, di una profondità contraffatta dall’ironia, che riscatta la paura e dà appoggio e giustifica le proprie debolezze. Questo è in sintesi “Che strano chiamarsi Federico” (è un verso di una poesia di Federico Garcia Lorca). Non un “ritratto” di Fellini, e nemmeno un’autocelebrazione. Piuttosto sembra che Scola abbia voluto onorare un debito.

Unico sopravvissuto di quella generazione fantastica, cresciuta nelle stanze fumose del Marc’Aurelio, rivista satirica dove si sono fatti le ossa Marcello Marchesi, Ruggero Maccari, Giovanni Mosca, Steno, Age e Scarpelli, senza contare i registi (Rossellini e Monicelli su tutti) e gli attori compagni di strada (Gassman e Sordi, e prima ancora Totò), Ettore Scola ha voluto rendere omaggio prima che al Maestro, a un modo di essere e di vivere.

Il cinema italiano si ricostruì dalle macerie del post-fascismo facendo della Comunità il luogo d’elezione del processo creativo. Il Gruppo, l’Amicizia, la condivisione di valori, idee, progetti, passioni, donne, politica, ha portato sia sul fronte del neorealismo drammatico sia su quello della commedia a risultati che probabilmente non si sarebbero potuti ottenere attraverso un approccio individualistico ed elitario. Questo almeno è quanto dichiarano gli stessi protagonisti (ne posso portare diretta testimonianza, avendo avuto la fortuna di seguire per due anni i corsi di sceneggiatura di Furio Scarpelli al Centro sperimentale di cinematografia), e che questo film suggerisce in modo convincente.

[Continua la lettura su News-art.it]

Questa bellezza salverà il mondo?

30 maggio 2013 2 commenti

[già pubblicato il 28/05/2013 su News-art.it:
http://www.news-art.it/news/questa-bellezza-salvera-il-mondo–di-ezio-tarantino.htm]

toni-servillo-grandebellezzaLa grande bellezza sfiora ma non centra il bersaglio. Ci gira intorno ma, come il lanciatore di coltelli di una scena del film, non colpisce alla figura. Ne disegna il contorno, e se il sangue blu che cola dal pannello dove si sono conficcati i coltelli non può che essere posticcio non è un caso: il film, senza volerlo, è posticcio come i finti nobili che si danno in affitto per conferire dignità alle cene (fasulle in tutto e per tutto: il regista ha dichiarato di essersele inventate, perché quelle che ha frequentato per trarre ispirazione erano in verità noiosissime), fasullo come il finto sangue blu che si addensa sul pavimento.
L’ultimo film di Paolo Sorrentino arriva sugli schermi con circa quarant’anni di ritardo. Se non di più. Pretenzioso e presuntuoso, ambizioso, vacuo e affabulante: come il suo protagonista, Jep Gambardella, La grande bellezza si dispone, con scarso senso della misura, sul piatto di una bilancia che vede, nell’altro, niente di meno, La dolce vitaRoma e Satyricon – la trilogia romana di Fellini. Ma non solo.
Gambardella (il solito Servillo, la cui bravura è ormai implicita nel personaggio cui di volta in volta dà voce e volto) sembra il fratello minore di Massimo De Luca, il protagonista di Ferito a morte, romanzo di Raffaele La Capria del 1961 (quindi quasi coevo della Dolce vita), con il quale condivide l’humus dell’alta borghesia napoletana, ironica, infantile, inconcludente e languida, il bagno a Nisida e un lontano amore idealizzato (Elisa, che ci viene mostrata solo attraverso un flash back rarefatto e deludente, localizzato suppergiù nello stesso specchio d’acqua dove Massimo era stato folgorato dalla sua Carla Boursier).

Leggi tutto…

Viva la libertà!

[pubblicato su News-art.it, il 2 maggio 2013]

Sarà per la frequente contiguità, più o meno esplicita e dichiarata, fra registi e sceneggiatori con il partito comunista (e seguenti), ma sono relativamente numerosi i film italiani che hanno messo e mettono al centro del racconto l’attuale Partito Democratico. In modo affettuoso o riflessivo-intimista nei film di Ettore Scola (C’eravamo tanto amatiLa terrazza), più analitico e critico nei film di Nanni Moretti (La cosaPalombella rossaAprile), per tacere di quelli più prettamente storici, o legati alla Resistenza.
Viva la libertà del palermitano Roberto Andò (tratto dal suo romanzo Il trono vuoto, del 2012) si inserisce in questo sottogenere. Film quanto mai d’attualità, vista la situazione politica e lo psicodramma vissuto in queste settimane dal Partito DemocraticoViva la libertà racconta della crisi di Enrico Oliveri, segretario del “principale partito d’opposizione” (non più), in caduta libera nei sondaggi, messo in discussione al suo interno, ma soprattutto profondamente deluso da se stesso, dal mondo politico, e perciò vittima di una forte depressione. E’ chiaro che ciò che gli manca (a lui e al suo partito) è la forza di rinnovarsi.

Leggi tutto…

Ritorno al futuro

Oggi vi suggerisco di fare un viaggio nel tempo e nello spazio. Salite su una “e” e dopo un elettrizzante giro della morte vi ritroverete a cavallo di una “a”. E così da Cinecittà atterrerete a Cinacittà: dagli studi di Cinecittà sulla Tuscolana, nel 1960, sarete approdati in un anno qualsiasi del futuro prossimo, in una Roma molto diversa da come la conosciamo.

Per fare questo viaggio vi servono due libri: C’era una volta il futuro, di Oscar Iarussi, edizioni Il Mulino, e Cinacittà, appunto, di Tommaso Pincio, edizioni Einaudi Stile libero.

Il libro di Iarussi, giornalista e critico cinematografico della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari è, fatevi conto, un grande telo bianco disteso su un bel pezzo di storia italiana, sul quale sono proiettate, in modo simultaneo, o in un montaggio alternato dal ritmo sincopato le immagini della nostra storia recente. Si comincia dal 1960, l’anno della Dolce vita e si arriva ai giorni nostri, ma forse è il contrario, si parte dai giorni nostri, dalla politica, dal cinema, dalla televisione (soprattutto dalla televisione, cioè dalla politica), e si arriva al 1960. O forse si va e si ritorna su e giù, sopra il telo bianco, senza sottostare a uno schema troppo rigido.
Il tema del libro è la Profezia. Il profeta è Federico Fellini e l’oggetto del suo vaticinio è l’Italia, il suo degrado che oggi definiremmo “televisivo”, ma che cinquantadue anni fa sarebbe suonato come una bizzarria. La televisione era appena nata, e non disturbava i sonni di nessun intellettuale, o quasi (Umberto Eco già stava affilando i polpastrelli: il suo famoso saggio su Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, detto Mike, è infatti dell’anno seguente).

Leggi tutto…