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Posts Tagged ‘terremoto’

Cari ragazzi

27 aprile 2009 1 commento

Chi lavora nell’università sa che troppo spesso gli studenti sono "sopportati", sono "pesanti" nelle loro rivendicazioni, nelle loro richieste.
Non è sempre così, non è ovunque così. E’ logico.

Non so quale fosse il rapporto fra i docenti dell’Università dell’Aquila e i loro studenti. Immagino che non debba essere stato diverso da quello di altre università. I migliori professori dedicavano loro la giusta attenzione, si rendevano disponibili ai colloqui secondo il calendario e non mancavano alle lezioni; altri, immagino, avranno avuto un atteggiamento un po’ più brusco se non di fastidio.
Come dappertutto.

Leggendo i blog improvvisati per gestire l’emergenza dopo-terremoto, si leggono molti post dei docenti che si rivolgono agli studenti per comunicare loro l’evolversi della situazione (esami da concordare, tesi da correggere, darsi appuntamento nella Tendopoli a Coppito per una sessione di laurea, gestire insomma la quotidianità) con espressioni tanto comuni, quanto significative.

"Cari ragazzi", "cari allievi", "cari studenti".
Si percepisce una attenzione davvero affettuosa, davvero fondata sul rapporto Maestro-allievo che troppo spesso nelle nostre aule è piuttosto sfilacciato, se non del tutto assente.

E’ chiaro che la preoccupazione principale di chi lavora nell’università dell’Aquila è non vedersi abbandonare proprio ora da ragazzi giustamente preoccupati per il loro futuro. Molti non si reiscriveranno, per non parlare di coloro che debbono scegliere di farlo per la prima volta.

Ma non c’è alcun calcolo di sopravvivenza dietro quelle formule.
C’è la condivisione del dolore, la voglia di ricominciare e, forse, chissà, la riscoperta di una partecipazione alle preoccupazioni altrui che può essere la rifondazione (o la conferma) di un rapporto, la stipula di un nuovo patto fra generazioni.
Io ci vedo la scoperta della fiducia in questi ragazzi spauriti, troppo spesso veramente troppo "ignoranti", opportunisti e scansafatiche. Ma che deboli erano prima, debolisissimi sono ora, con il futuro improvvisamente colorato dell’azzurro delle tende e, in qualche caso, con la memoria improvvisamente adulta, a dover far i conti con la morte di un amico, del fidanzato, di un parente.

Spero che non abbandonino la loro Scuola, perché i legami che li uniranno per sempre ai loro maestri non credo che potranno trovarli in nessuna nuova università che li accoglierà come nuove immatricolazioni, numeri, ma non saprà niente di loro, e con loro non potrà condividere né il passato né il futuro.

[nella foto, una delle sedi della Facoltà di Lettere]

Andata e ritorno

Siamo andati e tornati. Partiti alle otto e venti, alle due e mezza eravamo di nuovo a Roma. Un blitz nella città del silenzio.
Recuperata Bea, la gatta, che con pazienza ha aspettato per dieci giorni in cortile.

I crolli, come ferite ancora aperte. Cosa si può dire a un reduce moribondo? Gli auguri di una pronta guarigione? Una stretta di mano? Preferisco il pudore della paura, del ragionevole pessimismo. Pensavo di non scattare altre fotografie (oltre a quelle di cui è pieno il Web). Non mi pareva opportuno infierire ancora. Ne ho scattate il minimo indispensabile a impadronirmi della memoria.

– Camminiamo al centro della strada.
I tre vigili del fuoco di Parma ci precedono cauti. Le strade sono piene di calcinacci. Abbiamo superato il check-point dell’esercito e abbiamo iniziato la salita di via Sallustio, una delle strade più colpite. Istintivamente guardo in alto, i cornicioni, le finestre mute. Davanti a noi un vigile del fuoco di un’altra squadra è salito sulla scala allungata sulla palazzina pericolante. Sta uscendo dalla finestra al quinto piano con una valigia piena. Ha fatto lui la scelta delle cose da portar via. Ha aperto l’armadio, ha preso i vestiti, tutti, senza stare troppo a guardare. E’ come tornare sul campo di battaglia, durante una tregua, per recuperare i corpi dei propri compagni caduti.

– Entriamo prima noi, se la casa è agibile potete entrare anche voi.
Si capisce subito che la casa è in ottimo stato. Complimenti a chi l’ha costruita, nella prima metà dell’ottocento. Si sente ogni minimo scricchiolio, le scarpe che trascinano rami secchi e foglie.
– Fate pure con comodo.
I tre vigili si guardano attorno, commentano e misurano lo spessore delle mura (ottanta centimetri).
Tutto intorno macerie e silenzio. Un nulla ferito, inconcepibile. L’Aquila non è un paese di montagna, ma un capoluogo di regione, che io ricordo frenetico, convulso, vivo (l’ho frequentata quotidianamente oltre quindici anni fa).

I morti, da dove stanno, e i sopravvissuti possono solo ringraziare, insieme ai progettisti, ai direttori di cantiere e ai palazzinari che ora si leccano le dita sporche di sangue, tutti coloro che hanno irriso la prevsione del terremoto; possono stringere la mano a chi non ha ritenuto opportuno diramare neppure i più semplici suggerimenti di buon senso, la linea di condotta prudenziale per evitare, quantomeno, gli errori causati dal panico, dallo shock.
Del resto la protezione civile, ha detto il suo capo questa sera, è il "pronto soccorso del paese". Interviene solo a danno compiuto. Non spetta a lei fare pevenzione. Ma allora che protezione è? E allora perché il 31 marzo il capo della Protezione civile ha partecipato alla riunione della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi? E poi sostenere che non è possibile prevedere in alcun modo il verificarsi di un terremoto e "che non c’e’ nessun allarme in corso" e che "le scosse avvertite dalla popolazione in data odierna fanno parte di una tipica sequenza di terremoti, del tutto normale in aree sismiche come quella dell’aquilano"?
Una cosa è ritenere che non sia possibile "prevedere", altro è non fare nulla per prevenire anche una "remota possibilità" di un cataclisma.

I tre vigili del fuoco di Parma danno gli ultimi consigli. Tirano fuori le macchinette digitali e scattano alcune foto, colpendo (shooting) le stesse case che sto riprendendo io. Tornati a casa le faranno vedere ai loro cari. Poi saliamo in macchina, parcheggiata sotto l’unico palazzo di via Sallustio che sembra dare garanzie di stabilità almeno il tempo necessario a mia sorella per riempire le valigie dello stretto indispensabile. Passando il check-point salutiamo con un cenno del capo il soldato che lo presidia.

I palazzi colpiti dalla furia della terra ora riposano estenuati, brutalizzati, in un sole di primavera cui fa contorno, come sempre in aprile a L’Aquila, la cornice delle vette delle montagne ancora piene di neve abbacinante.

Qui di seguito due esempi di prima e dopo. Le foto qui sotto sono scrennshot di Google Streetview. Cliccandoci sopra potete vedere come sono oggi.

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L’Aquila

6 aprile 2009 1 commento

L’Aquila non vola.

Ho lavorato a L’Aquila quasi tre anni. Ci ho vissuto sette mesi, gli altri li ho passati sul pulman, in autostrada.
A L’Aquila piove, a L’Aquila fa freddo, nevica, si gela davvero. A L’Aquila si va a dormire presto, d’inverno, ma si fa tardi a capo Piazza o a piedi Piazza, l’estate.
E’ piena di ragazzi, L’Aquila, era piena. Ora l’università è in macerie, gli uffici di Palazzo Carli, sede del Rettorato, dove la mattina del 5 marzo 1991 sono andato a prendere servizio, divenendo un funzionario dello stato, sono implosi. Le altre sedi chissà che fine hanno fatto, lassù a Roio, o a Coppito. E i miei colleghi? Daniela ogni tanto legge questo blog. Non so nulla. Sembra che tutti siano in salute.

A L’Aquila vive mia sorella Laura. In una bella casa centrale, zon San Domenico. Con una gatta di nome Bea. Una gatta rossa, scontrosa, altera, impaurita. La casa è ancora lì. La gatta, forse, nascosta sotto qualche divano, come fa sempre. Attorno, morte e detriti, aria rinsecchita dalla polvere dei calcinacci. E silenzio.

Quando il letto ha cominciato a tremare, qui a Roma, alle 3 e 32, ho pensato: potrebbe non essere a L’Aquila. Potrebbe essere stato un lieve terremoto sui Castelli. O uno forte più lontano. A L’Aquila erano giorni che la terra tremava incessamente. Ma chi poteva dire se e quando sarebbe arrivato Il Terremoto?

E’ uan cosa che uno si aspetta, il terremoto. Poi quando arriva tutto diventa  il Terremoto. Non sembra che ci possa essere una realtà diversa dal Terremoto, si convive con il Terremoto come in guerra.

Noi non sappiamo niente del Terremoto.

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