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Stilos è tornata


Per non saper leggere né scrivere, io mi sono abbonato a Stilos.

Il primato della letteratura

6 novembre 2009 3 commenti

"Ma che significa? Sappi che trascrivere così la realtà non ha senso! Ma neanche un fotografo fa così cacchio! Se qualcosa ti hanno trasmesso ispirato quelle due donne tu non sei riuscito a riferircelo!Perché scrivete così? Non ha valore!"

(commento anonimo, http://www.giuliomozzi.com/archives/2005/04/dramma.html)

Mozzi sono l'ultimo a scendereHo imparato una cosa, fra le altre, dai racconti di Giulio Mozzi, pubblicati prima in rete e ora raccolti in un volume (edito da Mondadori) dal titolo "Sono l’ultimo a scendere" (frase tratta da uno dei pezzi più belli, L’ultimo). Questa cosa riguarda la verità del testo letterario. La sua autenticità assoluta, che nulla ha a che vedere con quella del mondo reale: il testo è vero in quanto tale, non in quanto riferisce porzioni, o insiemi della realtà.

Si è molto parlato della presunta autenticità/non-autenticità di queste storielle. Chi lo incontra non può trattenersi dal domandargli: ma davvero ti è capitato questo? davvero il poliziotto ti ha risposto così? davvero gli hai detto questa cosa qui? ma davvero il tipo ti ha telefonato alle cinque di mattina chiedendoti quella cosa lì?
Non diversamente da tutti gli altri, anche io al principio avevo voluto immaginare queste storie come vere. Anche io, quando uscivano sul blog, mi sono affezionato a Giuse’ e Tonino, sperando che esistessero veramente (la vita sarebbe un po’ più vivibile, quantomeno, se esistessero poliziotti come Giuse’ e Tonino). Poi ho capito. Bastava credergli, a Giulio, che questo ci ha detto e ridetto fino alla nausea.

Il fatto è che Giulio, dicendolo, non era credibile. Per due motivi.

Il primo.
Giulio, come detto, ha pubblicato queste storie in un blog, un diario in rete. Su un blog uno che cosa racconta? cose che gli sono capitate, o che ha sognato, comunque frutto della sua esperienza. E poi venivano commentate come vere (vedi la citazione all’inizio), e non c’era verso: il valore del testo come tale era nulla in confronto al presunto valore documentale che gli veniva attribuito (da commentatori magari anonimi, o nascosti dietro identità fasulle – e sotto questa luce ancora più paradossale risulta l’operazione di Giulio: falsificare il vero all’interno di un mezzo che fa del vero il suo vessillo ma tollerando tuttavia il massimo del falso: fingersi un altro – cosa che infatti Mozzi, nei commenti, ha sempre stigmatizzato).

Il secondo.
Giulio ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per riempire queste storie di elementi autentici (i treni, i suoi "veri", innumerevoli viaggi, l’ufficio della casa editrice Sironi, a Milano, casa sua, lui, il suo nome, il suo numero di telefono). Per farle credere "vere".
Ci è voluto tempo e un po’ di cinico distacco per capire che il Giulio Mozzi dei racconti di Giulio Mozzi è il Nathan Zuckerman di Philip Roth (o meglio ancora: il Philip Roth del Philip Roth di Operazione Shylock, dove ci sono due Philip Roth e nessuno dei due è "vero", men che meno quello che pretende di esserlo di più: l’io narrante, non l’usurpatore, che lo è in modo fin troppo sfacciato, e quindi incredibile).

Non so dire se questo fosse lo scopo primo di Mozzi. Quello, dico, di educare all’estetica della fiction i suoi lettori. Di certo, la sua insistenza sull’elemento "vero", all’interno di una estetica di fiction proclamata (fuori dal testo, però!) fa sì che alla lunga il lettore capisca (si spera!) quanto sia inutile l’esercizio inquisitorio: questa parte qui è vera, da qui in avanti è inventata, questo è successo veramente, dai ammettilo…. E’ inutile e quindi ermeneuticamente sbagliato. Il testo è il testo, ci dice Giulio Mozzi, e va giudicato in quanto tale (lo stesso tipo di operazione che troviamo nel suo precerdente Fantasmi e fughe, ad esempio).

Certo, si rimane quantomeno perplessi, di fronte alla vera/falsa trascrizione della realtà in queste storie. Si rimane per forze, implicati nel desiderio di verità (prima ancora che di verosimiglianza: è verosimile una storia che si approssima alla realtà, falsificandone alcuni elementi all’interno di una struttura più o meno autentica, come nel caso del "neorealismo"; in questo caso, invece, per crederle non vere, ma solo verosimili bisogna fare uno sforzo intellettuale e di volontà proattivo: ci si deve proprio concentrare per separarsi dal mondo vero di Giulio Mozzi ed entrare in quello del personaggio Giulio Mozzi).
Voglio dire: è difficile, almeno per me, leggere questi racconti senza trovarsi invischiati in questo gioco dialettico.

Ho detto che Mozzi fa di tutto perché queste storie siano prese per vere. C’è un personaggio (l’io narrante, oltretutto) cui l’autore presta il 90% (forse più) della sua vita reale, a cui però capitano cose che, ci assicura, tranne che in un caso, non sono successe veramente. Anche se avrebbero potuto succedere, e forse sono successe, almeno in parte. Ma non è questo il punto.

La verosimiglianza, la credibilità (dichiarata nel sottotitolo della raccolta, che recita: "e altre storie credibili") non è una banale concessione alle aspettative dei lettori (voi pensate che queste storie siano accadute sul serio, io vi dico di no, ma vi vengo incontro: vi dico che esse sono assai verosimili, effettivamente avrebbero potuto succedere, ci siete andati vicino), ma la chiave per intercettare il rapporto fra  scrittura e finzione, tra vita e letteratura.
Quello che sembra affiorare dallo sviluppo delle vicende di questi racconti è il tentativo (riuscito) di duplicare la realtà, migliorandola. Si legge, fra le righe, il vizio ossessivo compulsivo di lanciare i dadi della realtà e far uscire sempre una combinazione vincente (più divertente, più commovente, più assurda, più utile – a far capire determinate cose), come se la vita "vera" in definitiva sia molto meno interessante o lo sia solo come spunto, fornitrice di materia prima, da manipolare affinché guadagni senso ("per il bene del racconto": si veda questo bellissimo passaggio da "Lune di miele", di Chuck Kinder, pp. 13-14).

La letteratura deve avere una funzione (una qualunque, tutte le estetiche ne prevedono comunque una: di autosufficienza, di relazione con i destini sociali del mondo, eccetera) e per Giulio Mozzi è quella di raccontare una vita possibile, credibile, quasi vera, ma illuminata da significati che riscattano la solitudine del silenzio che regna fra estranei, che qui diventa invece conversazione e quindi compassione, oppure scontro, quasi fisico, comunque: significato).
Da qualsiasi parte la si veda, alla fine è come se nelle sue storie Giulio Mozzi abbia voluto fissare in un quadro morale il mondo che pure – quasi sempre giustamente – castiga con la sua acribia dialettica, la sua severa pedanteria parossistica, da teatro dell’assurdo. Come se abbia voluto censire il peggio dell’umanità che si incontra, molto spesso senza alcun piacere, sul treno, o in autobus, o al telefono, per dargli una parte importante, però, sul suo palcoscenico. Senza sconti. Senza assoluzioni retoriche. Ma dandogli voce, mettendola anche in ridicolo, ma in modo da risultare funzionale alla costruzione di una narrazione, di un discorso, una logica.

Riscatto che, chissà, forse vale anche per il suo autore. Si legge infatti in chiusura del racconto del 12 settembre 2003, Non io, costruito su un ripetuto scambio di persona (innumerevoli volte Giulio Mozzi in questi racconti viene preso per qualcun altro): "Decisamente, ieri ero poco io. O sembravo molti altri. Ma appena si scopriva che ero io, non interessavo più. Mah."

Come in "F for fake" di Orson Welles il massimo grado di finzione non è dunque la fantascienza, ma il massimo possibile di realtà, la finzione che si spaccia per autentica. In questo sta il primato della letteratura per Giulio Mozzi.

La narrativa italiana (e altre annotazioni sulla natura dello scrittore in generale)

2 settembre 2009 7 commenti

I sempre interessantissimi dibattiti sullo stato/tendenze della letteratura (della narrativa, in particolare) italiana (come questo e questo su Vibrisse) mi confermano tutte le volte quanto penso da tempo, e cioè che il nostro spazio letterario (in senso esteso, comprendente scrittori, critici, lettori forti, commentatori di lit-blog) sia popolato da persone dotate di grandi capacità sul terreno della speculazione teorica, ma da pochissimi buoni narratori.

Questo perché per essere bravi speculatori (e nei commenti ne trovo ogni volta di bravissimi, e mi sento in difficoltà di fronte alla loro preparazione e acribia) basta in fondo lo studio, la passione e l’applicazione passiva (oltre a ovvie, naturali doti di intelligenza), mentre per essere un buon scrittore, fra altre cose che ora non mi vengono in mente, occorre di sicuro conoscere a fondo l’animo umano, vivere intensamente una vita di profonde relazioni, avere una Visione del Mondo, molta cultura (ottima conoscenza dei classici oltre che dei contemporanei), molta tecnica, amore per il prossimo, una grande fiducia in se stessi e nello strumento della scrittura, molta fantasia, non avere paura dei fantasmi e dei mostri (quelli che popolano la propria e l’altrui coscienza), sapersi scegliere un Maestro cui far riferimento senza pudore, condividere la propria passione con un gruppo di simili, essere dotati di qualche lieve turba psichica, oltre che a un grande desiderio di raccontare delle storie.

A me pare che in Italia quasi mai si verifichi la presenza simultanea di tutte queste caratteristiche.
Eppure basta che ne manchi una soltanto e la qualità del narratore inesorabilmente scade.
L’unico argine allo scadimento del valore dello scrittore a fronte della carenza di una o più delle suddette caratteristiche è essere un genio. Purtroppo troppo spesso sembra che lo scrittore italiano faccia ricorso a questa estrema risorsa, in mancanza di altre, come fosse un bene disponibile e duttile e non come un dono del cielo.

La presenza di buoni scrittori è contagiosa. Per cui la carenza di buoni scrittori è un buon motivo per giustificare la carenza di buoni scrittori.
Un buon giovan scrittore infatti deve possedere anche questa caratteristica, quella di saper emulare (copiare?) sia il proprio maestro, sia il vicino, l’amico che ha sfondato.
Bisogna saper imparare dai propri simili, a chi compie lo stesso tratto di strada. E’ un talento pure questo.

Mi si dirà: ma visto che la letteratura è una, essendo distribuita attraverso le traduzioni in tutto il mondo, questo effetto di reciproca illuminazione non può avvenire anche a distanza?
No. Primo, perché, come è noto, esistono misteriose alchimie che tengono stretti l’uno all’altra stile, lingua e contenuto. Per cui non è sufficiente copiare lo stile di David Foster Wallace o di Dave Eggers per dire di essere come loro e traghettare la letteratura verso le sponde di una maturità espressiva di respiro internazionale.
Secondo, perché – di nuovo – l’aspetto emulativo in molti casi agisce in assenza di una o più delle caratteristiche sopraenunciate, divenendo l’unico ancoraggio (estremamente debole) al quale lo scrittore si appiglia.

Io sono pessimista.

Un miracolo

Di certe cose è meglio essere consapevoli. Permette di evitare errori, e di coltivare illusioni.
Io, di come funziona una casa editrice, delle scelte editoriali, del gusto del pubblico, delle strategie di marketing, del "fiuto", e forse della letteratura in genere non capisco assolutamente nulla. E’ bene che me lo ficchi nella zucca. E vi dico anche perché.

Se fosse capitato fra le mie mani il manoscritto di Uomini che odiano le donne, dopo che per circa 230 pagine non è successo praticamente nulla di interessante (se non un debole colpo di scena peraltro ottenuto grazie ad una scorrettezza, a un furbata dell’autore – ma non vi dirò quale, al più vi posso rimandare al bel saggio di Giulio Mozzi) non credo che l’avrei mai proposto per la pubblicazione.
Sbagliando della grossa, evidentemente.

E tuttavia è proprio così.
Succede una cosa interessante verso pagina 100, poi di nuovo nulla. Descrizioni dei personaggi appena introdotti (un po’ di background storico-psicologico, un po’ di descrizioni esteriori: come vanno vestiti, dove abitano ecc.), fatti raccontati in uno stile piano, leggiadro, inconsistente. Lo stile ottocentesco più collaudato.

Un libro vincente.
Un miracolo, ai miei occhi.

David FoRster Wallace

21 settembre 2008 6 commenti

Qualcuno in un commento al post precedente si diceva che si sarebbe potuta mettere la mano sul fuoco sul fatto che TuttoLibri della Stampa avrebbe dedicato il numero di ieri al grande scrittore scomparso.

Tutto quello che invece si è potuto leggere su DFW è stato un estemporaneo riferimento fatto da Antonio Scurati, all’interno di un lungo articolo in cui parlava di libri e lettura in generale e dove, peraltro, lo scrittore viene ripetutamente chiamato David Forster Wallace (forse Scurati aveva in mente  E. M. Forster, l’autore di Camera con vista, Passaggio in India, Maurice? o l’ottimo attore Robert Forster, o Marc Forster, il regista di Neverland e del Cacciatore di aquiloni?)

David Foster Wallace (e Repubblica.it)

15 settembre 2008 11 commenti

Ho appena inviato questa inutile mail al direttore di Repubblica.it, Vittorio Zucconi (il quale, come è noto, vive oltretutto negli States)

La morte di David Foster Wallace

Ho aspettato con fiducia fino a da ora (sono le dieci meno un quarto, qui in Italia). Ancora non ne vedo traccia sul sito di Repubblica.
Capisco che le notizie da dare siano innumerevoli. Che l’attualità sia pressante. Ma David Foster Wallace è uno dei maggiori scrittori a cavallo dei 2 secoli (certo, non è Grisham o Le Carrè – cavolo, stava per passare al KGB, sono scosso).
Si è suicidato a Los Angeles, qualche ora fa. Io non so quale sia il grado di popolarità di DFW, non so quanto popolare debba essere un personaggio pubblico perché, quando muore suicida a 46 anni, Repubblica.it se ne occupi; non sono un giornalista, ma sono un lettore che credeva nella diversità di Repubblica: nella sua diversità culturale.

A che serve sbandierare cifre, contatti/giorno, pubblicità a enne zeri, se io, che ingenuamente credevo di essere un target di Repubblica, per trovare la notizia della morte di un equivalente di Don Delillo, o Philip Roth devo districarmi fra missitalia, fantacalcio, Bruni-Sarkò e l’immancabile Doctor Rossi, e trovare un lancio di agenzia AGI seminascosto in pagina interna? (trovato solo perché "cercato" – se non la avessi appresa da altre fonti mai me ne sarei accorto).

Naturalmente avete ragione voi e le mie esigenze sono di nicchia, e un po’ snob. I numeri vi danno ragione. Continuate pure così.
Il fatto è che i numeri non spiegano la validità del prodotto. Ne attestano semplicemente il grado di popolarità. Tautologicamente, le ragioni per cui un giornale è popolare sono intrinseche al fatto che è popolare…. Per esempio, se vuole essere popolare, Repubblica.it deve parlare di spogliarelli sulle strade australiane, o di missitalia, e non della morte di David Foster Wallace. Tutto quadra (anche lamentarsi, quando capita, del livello culturale della Nazione).

Patrie lettere

11 settembre 2008 Lascia un commento

Uno dei sintomi del malessere che affligge la letteratura italiana è che dei libri che si leggono (quelli che vendono molto) non si dovrebbe parlare.
Invece in Italia perché un libro venda (ma per vendere deve già possedere le caratteristiche di un libro che vende: facilità, abbondanti dialoghi, personaggi tipizzati e, ma questo non è necessario, numero di pagine superiore alle 500) si deve anche parlare: se ne deve scrivere sui giornali, lo si deve "pompare".

Uno pensa che sui giornali si dovrebbe parlare di quei libri che di loro non avrebbero le caratteristiche del libro popolare. E che quindi avrebbero difficoltà a farsi largo nel mercato. E tuttavia presentano alcune caratteristiche interessanti e culturalmente rilevanti tali da meritare che critici e giornalisti culturali ne parlino. Tutti gli altri si dovrebbero vendere da soli, con le loro stesse forze e gambe.

Il problema è che se non si fosse lanciato Faletti, Faletti (che ha le caratteristiche per vendere per suo conto) non avrebbe venduto. Così per Tullio Avoledo, per Paolo Giordano. Costui ha avuto addirittura bisogno di importanti premi letterari.

In Italia si deve parlare di un libro italiano perché si venda. E poiché alla fine si vendono i libri che si vendono, in Italia si parla solo dei libri che si vendono.