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Archive for the ‘Cartoline da Londra’ Category

Cartoline da Londra (reloaded). 3, La Wallace collection

26 agosto 2016 1 commento

millenniumBridgeLondra stupisce sempre per il rapporto inversamente proporzionale fra l’incredibile offerta di posti dove mangiare e la qualità del mangiare stesso. mayflowwerFortunatamente questo blog non si occupa di cibo e non aggiungerò altro su questo affascinante argomento. Dirò solo che domenica a pranzo siamo andati in uno dei più vecchi pub di Londra, il Mayflower, sulla riva del Tamigi, un bel po’ oltre Tower Bridge. Fantastica passeggiata lungo la banchina (dal Millennium Bridge sono circa 4 chilometri), passando per la Tate Modern, il Tower Bridge, appunto, e assopiti quartieri residenziali. Il pub è piccolo e buio. Dopo le 18 viene illuminato solo dalla luce delle candele, per restituire il fascino antico dell’ottocento. Servito un ottimo mezzo pollo arrosto, vitello gallese (entrambi per 14 sterline) con ottime patatine fritte (e birra, ovviamente).

Fra i tanti musei da visitare ce n’è uno piccolo, ma ricchissimo e affascinante, La Wallace Collection, nel bellissimo quartiere di Marylebon (tra Hyde Park e Regent’s Park), in Manchester Square (una di quelle tipiche piazze con un grande giardino al centro… privato! gli abitanti del luogo ne posseggono le chiavi, e possono trascorrervi lunghi riposanti quarti d’ora sulle sedie a sdraio).

walalce2La Wallace ricorda il Soane’s Museum o la Frick Collection di New York. Si tratta di piccole collezioni ospitate in quella che era stata la residenza del collezionista. Visitarli significa rivivere la stessa esperienza (raffinata e un po’ malata) di questi ricchissimi gentiluomini di fine ottocento, primi novecento, che impegnavano gran parte delle loro fortune personale nell’acquisto dei più bei quadri disponibili nei mercati dell’arte.

Come il Soane’s anche la Wallace è ad accesso gratuito, per espresso desiderio del fondatore.

Nelle stanze della sua abitazione, oltre a collezioni di oggetti d’arte, armature ecc., troviamo un gran numero di dipinti del Seicento spagnolo (Murillo, Velazquez), qualche bellissimo Rembrandt (l’uno di fronte all’altro un autoritratto e il ritratto del figlio), Tiziano, Rubens, Canaletto,  Guardi, Fragonard, Poussin, Gainsborough. Un riassunto emozionante della storia della pittura europea.

A questo link una selezione di fotografie (niente di che, le solite che si scattano in questi viaggi)

 

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Categorie:-, Cartoline da Londra

Cartoline da Londra (reloaded). 2, La Tate Britain

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Il monumento al viaggiatore, alla King’s Cross Station

Il titolare del blog è dunque tornato a Londra, dopo che il nostro infaticabile Redattore, qualche mese fa, ci aveva regalato quattro utilissime cartoline che ci avevano aiutato a orientarci meglio nell’eccezionale offerta culturale della città.

Ai suggerimenti di RdB (British Museum, Victoria and Albert Museum, Soan’s Collection, Tate Modern) che ovviamente abbiamo (in parte) seguito (essendoci già stati cinque anni fa), possiamo aggiungerne un altro paio, irrinunciabili: la Tate Britain e la piccola ma meravigliosa Wallace Collection.

 

La Tate Britain, vale a dire la sede originaria della Tate gallery, divisa qualche anno fa in due sezioni (arte contemporanea, ospitata nella nuova Tate Modern e appunto la Tate Britain, che continua ad esporre dipinti e arti varie rappresentative della storia artistica della Gran Bretagna)  va vista essenzialmente perché conserva e ci propone “the world’s largest collection of Turner’s work”. Una meraviglia per gli occhi (e per lo spirito).

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Visitatori alla Tate Britain

Joseph Mallord William Turner, il grande pittore della luce, vissuto fra Sette e Ottocento, visionario, anticonformista, anticipatore, straordinariamente quanto in qualche caso imprevedibilmente moderno. Le sue tele (il museo ne conserva più di cento) infatti in molti casi ci appaiono come visioni impressioniste ante-litteram, ma solo perché Turner era solito presentarle incompiute al pubblico della Royal Academy; solo successivamente l’artista vi tornava sopra per portare a termine il lavoro abbozzato. Alla sua morte nel suo studio ne furono trovate molte, che oggi vengono esposte ed apprezzate, non malgrado, ma forse proprio in virtù della loro audacia e della loro immaginifica esplosione di luce allo stato grezzo.

Dei dipinti di Turner mi piace citarne tre (cliccare sull’immagine per ingrandirla): lo straordinario “Guerra e pace”, con un Napoleone meditabondo in un lago di luce e sangue;

1-napoleone

 

 

 

 

 

 

 

 

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IMG_1105una visione del Foro Romano (visto dal Colosseo verso il Campidoglio, che dedichiamo alla neo sindaca, visto che lì in fondo si intravede il Palazzo Senatorio, ovvero la sua amena residenza);

 

 

 

 

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IMG_1108e una curiosa immaginaria scenetta che ritrae Raffaello, nelle Stanze vaticane, alle prese con il suo lavoro allietato dalla gentile presenza della Fornarina (dettaglio).

 

 

 

 

 

Detto velocemente degli altrettanto imperdibili bellissimi bozzetti dei preraffaelliti (in mostra fino alla primavera del 2017), ricordo che vale per la Tate Britain quello che vale per tutti i musei pubblici londinesi: l’ingresso è gratuito. E’ richiesto un contributo di 5 sterline (se si vuole), e di una sterlina per la Guida. C’è un’ottima wireless e un ottimo sito web interattivo ci accompagna nella visita. Come al solito si ha l’impressione che tutto funzioni a meraviglia, che anche se tutto crollasse, l’impero britannico resisterebbe, magnifico ed efficiente come sempre.

[Continua…]

Cartoline da Londra (reloaded). 1, Londra, appunto.

19 agosto 2016 1 commento

IMG_1125Da dove iniziare? Da Rudolph Giuliani, forse. L’ex sindaco di New York, ora sostenitore di Donald Trump, ha detto che un suo amico, che stava andando a Londra, gli aveva confidato di avere paura, molta paura (concludendo: questo è il mondo che ci ha consegnato Hillary Clinton).

Chiaramente questo amico è un’invenzione retorica, non esiste e soprattutto, se pure fosse esistito, è evidente che a Londra non ci è mai arrivato, perché se fosse arrivato, come tutti sarebbe stato travolto dalla sfrenata voglia di vivere, dalla energia inesauribile di una città che sotto il caldo sole di agosto, colorata delle mille fioriere appese ai lampioni delle strade e alle finestre dei pub, sembra non accorgersi neppure per sbaglio che da qualche parte esiste una cosa che altri chiamano “minaccia terrorista”.

IMG_0936All’aeroporto i tristi controlli post-Schengen sono rapidi e scrupolosi. Per i restanti sei giorni non ho visto alcuna camionetta dell’esercito, solo un paio di soldati armati (un paio, non scherzo) nessun “Bobby”, nessun agente del traffico (Londra è un delirio di traffico di macchine, biciclette e pedoni che si autogestisce in modo piuttosto complicato, ma evidentemente soddisfacente per quelli che ci abitano). Mi auguro che quantomeno fossimo circondati da agenti in borghese che non volevano dare nell’occhio.
Le sera del venerdì e del sabato il centro storico si presentava (esattamente come uno se lo aspetta) come un’unica indistinta massa di giovani, turisti, studenti, ragazzotte brille delle periferie, artisti, professionals della City con la cravatta slacciata (ne ho trovata una sotto un sedile della Metro, la domenica mattina). Un lungo corteo colorato che entra ed esce dai pub, dai locali, invade le piazze e le strade per il puro piacere di stare lì.

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IMG_0934Cosa meglio della metropolitana per raccontare una città?
Quella di Parigi è poetica; quella di Londra è difficile da capire (per gli stessi londinesi), è vecchia, austera, non ti regala niente, le mattonelle bianche dei cunicoli sanno di rifugio della seconda guerra mondiale, ma alla fine, dopo un corpo a corpo devastante, ti porta dove devi andare. Ne vieni a capo. E così è questa città dalle mille possibilità, dalle insidie e dalle infinite lusinghe. Alla fine sembra che ci sia posto per tutti.

Sugli autobus c’è il numero da chiamare per un colloquio di lavoro per diventare driver; in uno dei punti vendita della sconfinata catena di fast-food di qualità Pret à mangerc’è il Recruitment center, per  gli aspiranti camerieri. Ovunque si ha l’impressione di trovarsi in un palcoscenico sul quale non si capisce se sei un o spettatore o un attore (e se non lo sei, se lo puoi diventare da un momento all’altro).

E’ una città dura, può essere spietata e non ci si deve far condizionare dal sentimento. Ci si può trovare a vivere a più di un’ora di metropolitana dal centro, in un sobborgo (immacolato, funzionale e spettrale) lontano da ogni altra cosa ti venga in mente possa esistere a parte le casette a schiera che già dall’aereo si impongono nella loro tetra ripetitività, come lische di pesci che si snodano per chilometri, casette per lo più malandate, con una fetida moquette che attutisce i passi sulle scale che portano a un secondo piano traballante. Case abitate anche da dieci famiglie ispaniche o indiane, con un solo bagno in comune. Periferie dove ogni razza umana è rappresentata, ma dove sembra che la sopravvivenza sia basata su un mutuo accordo di non belligeranza.

[continua…]

Cartoline da Londra, 4. Sir John Soane’s Museum

"Soane Museum 1". Licensed under Public Domain via Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Soane_Museum_1.jpg#/media/File:Soane_Museum_1.jpg[dal nostro corrispondente culturale]

Ci sono al mondo molte case museo spettacolari. Sono abitazioni riempite di opere d’arte dai loro proprietari. Forse la più ricca in assoluto è la Frick Collection di New York: Velazquez, Cimabue, Duccio di Buoninsegna, Filippo Lippi, Piero della Francesca, Giovanni Bellini, Tiziano, Bronzino, Paolo Veronese, Memling, Holbein, Van Dyck, Rembrandt, Vermeer, El Greco, Turner (ci fermiamo qui). Bellissima è la Wallace Collection di Londra, per il “Cavaliere che sorride” di Hals, ma anche per la collezione d’armi.

Ma la casa più ricca di sorprese è il Sir John Soane’s Museum, sempre a Londra: “The supreme example of the house-museum in the world”.

Soane è stato un architetto visionario, vissuto nel culto delle antichità classiche, reinterpretate in senso barocco, con eccessi e sovrabbondanze: cupole, archi, colonne, rovine, architravi, cappelle, orti, giardini, nicchie, campanili, guglie, cancellate, portali. Ha sempre mischiato le tre P: il Pantheon, Palladio e Piranesi.

Quando si entra nella casa (cfr. la foto in alto) non si ha la minima idea di quello che si troverà dentro. Non è un museo, né una collezione d’arte: è il trionfo dell’eclettismo e dell’eccentricità britannici. Si inizia dalla sala da pranzo dove il più grande architetto inglese dei tempi (1753-1837) incontrava ospiti e committenti: cineserie, ritratti di Joshua Reynolds, vasi del quarto secolo prima di Cristo provenienti da Lecce (uno apparteneva al re di Napoli). Si passa nello studio di Soane e nella dressing room, piena di frammenti di marmi antichi.

Si arriva poi a uno dei pezzi forti, la stanza delle pitture. Bellissimi Canaletto, stampe di Piranesi e del Tempio di Vesta di Tivoli (Sir Soane si rivolterebbe nella tomba se venisse a sapere che accanto al tempio c’è da molti anni un ristorante). C’è la serie completa di A Rake’s Progress di William Hogarth, dove il pittore racconta la storia di un giovane della campagna inglese prima ricco e poi finito in miseria. Sir Soane stupiva gli ospiti perché nella piccola stanza un sistema di pareti mobili consente di vedere più di 100 quadri. Siamo già al cinema. Spalancando una parete l’effetto meraviglia si amplifica, guardando dall’alto il Monk’s Parlour, un salottino dove Soane prende in giro il ritorno al gotico (resta fondamentale “The Gothic Revival” di Sir Kenneth Clark). C’è un tavolino rosso e l’atmosfera fa venire in mente occultismo e fantasmi, con Sir Soane che scherza sulle sedute spiritiche. In realtà Soane era un tipo malinconico, soprattutto dopo la morte prematura della moglie nel 1815. Da allora si aggirava solo nella casa, accumulando oggetti e ristrutturando ambienti.

soane_the_sarcophagus_room_iln_18641Un’altra stanza incredibile è la cripta, dove Soane ricostruì l’interno di un monumento funebre o di una catacomba romana, sovraccaricando l’ambiente di marmi, urne, busti, sculture, colonne, vasi (la foto qui sotto riproduce un’illustrazione dell’epoca; poco è cambiato). Al centro della cripta c’è il sarcofago d’alabastro del re egiziano Set I (1303-1290 prima di Cristo). Soane acquistò l’opera nel 1824, battendo la concorrenza del British Museum e celebrando l’arrivo del sarcofago con tre giorni di feste. Ci furono mille invitati; trecento lampade a olio illuminarono la casa.

Durante la visita  si possono fare domande ai dipendenti del museo, che vivono nel culto dell’architetto. Alla domanda di cosa restasse dell’edificio della Bank of England, al quale Soane lavorò per 45 anni, ci siamo sentiti rispondere “Gli esterni mantengono parti della costruzione originaria, ma gli interni sono stati distrutti: è stato il più grande crimine architettonico del Novecento”. La battuta è di Nikolaus Pevsner e non possiamo che condividerla: nessun architetto ha saputo riprodurre come Soane le atmosfere, insieme inquietanti e grandiose, di Piranesi.

Cartoline da Londra, 3. Il British Museum, la festa dei morti e il tempio di Xanthos

 

Iniziamo il nuovo anno con un’altra “Cartolina da Londra”, dal nostro impagabile corrispondente culturale.

British_Museum_Great_Court,_LondonLa scena più bella di “Spectre”, l’ultimo film di James Bond, è la prima. Non tanto per i trucchi meravigliosi ma soprattutto perché è ambientata durante la festa dei morti a Città del Messico. È una festa spettacolare, molto sentita nella comunità messicana. Le persone si travestano da scheletri, portando maschere di tutti i tipi.

Che cosa ha fatto il British Museum a inizio novembre? Ha prestato le sale del museo ai messicani di Londra. Il “British” è stato invaso da scheletri e teschi di tutte le fogge e colori, di legno, di plastica, di paglia, di ferro.

Dal 1998 la British Library non è più al British Museum.  Lord Foster ha costruito al suo posto la più grande piazza coperta d’Europa, la Queen Elizabeth Great Court, inaugurata dalla Regina nel 2000 (vedi foto sopra).  È un‘opera imponente, circondata da bar e ristoranti. A novembre anche la Queen Elizabeth Great court è stata invasa da costumi messicani.cor_ax932768_web.630x360

La festa proseguiva all’interno del British. Accanto alla grande stanza con i marmi del Partenone di Fidia, c’è una stanza più piccola, con un tempio importante, proveniente dalla città di Xanthos, in Licia, oggi Turchia. È il tempio delle Nereidi, risalente al 400 avanti Cristo.  Un viaggiatore inglese, Fellows, scoprì il sito nel 1838. In due successive spedizioni, portò al British il tempio e molti altri reperti.

Il primo novembre anche lo spazio antistante il tempio (cfr. foto sotto) era pieno di signori con buffi cappelli di piume, che suonavano  tamburi senza sosta, con bambini che disegnxanthos-nereid-br-museum-Lavano e ballavano.

All’inizio ho gridato al sacrilegio, anche perché era complicato avvicinarsi al tempio. Poi ho pensato che si trattava di un’ottima idea, riflettendo sulle comunità straniere di Roma (e dell’Italia): filippini, ucraini, albanesi, rumeni, marocchini etc. Presteremmo uno dei nostri musei per far conoscere una festa di una di queste comunità? Siamo pronti a offrire agli stranieri che vivono in Italia simili occasioni di integrazione ?

Cartoline da Londra. 2. Raffaello, Hirst e Hoyland

londra3 [riceviamo e pubblichiamo]

Si passa sempre con piacere al “Victoria and Albert Museum”. Ci si può arrivare in tanti modi, anche, quasi per caso, da un orrendo corridoio della fermata della metropolitana di
South Kensington, dove avrete paura di incontrare Charles Bronson uscito da uno dei suoi filmacci degli anni Settanta (“Il giustiziere della notte”). Il vantaggio di questa entrata sotterranea al V&A è che vi ritrovate in tre minuti nella stanza dove sono custoditi i 7 cartoni di Raffaello, preparatori degli arazzi custoditi in Vaticano. Le luci sono basse, per non rovinare i cartoni. Sono tempere su carta, di circa 15 metri quadrati l’uno. Ci sono soggetti noti, come la meravigliosa “Arazzi_di_raffaello,_cartone_04Pesca miracolosa” (cfr. sopra), e temi più esoterici, come “La morte di Anania” (cfr. pure sopra). Si esce dal V&A e si ringrazia ancora una volta la quasi-gratuità dei musei inglesi: lasciamo un’offerta, per far sì che questa modalità di fruizione dell’arte – entrare in un grande museo e soffermarsi per mezz’ora su alcuni capolavori –  non venga mai meno.

Prendiamo la metropolitana e raggiungiamo la Newport Street Gallery, la nuova galleria che Damien Hirst ha aperto nel quartiere di Vauxhall. Siamo a 15 minuti a piedi dalla sede dell’MI5 immortalata negli ultimi film di James Bond. Hirst non vende più le sue opere ai prezzi incredibili di una decina di anni fa. Potete pensare quello che volete dei suoi teschi (a me non piacciono), dei suoi animali in formalina (una volta andava bene, ma la ripetizione è stata noiosa), dei suoi armadi pieni di medicinali (sono bellissimi, perché trasmettono tutta l’ansia verso la paura della malattia). Nella nuova galleria non ci sono suoi lavori. Hirst è diventato ricco e ora vuole mostrare la sua collezione di opere, che conta più di 3.000 pezzi. Ha comprato un edificio di archeologia industriale, che serviva per costruire scenografie. La ristrutturazione è stata affidata agli architetti della Tate Modern, che hanno adottato un approccio minimalista. Il nuovo spazio è organizzato in poche grandi stanze, dipinte di un bianco accecante.

hoyland_22_8_66_0La Newport Street Gallery è stata inaugurata lo scorso ottobre, con l’esibizione “Power Stations” dell’artista inglese John Hoyland, aperta fino al 3 aprile 2016. Hoyland (1934-2011) è stato un esponente dell’espressionismo astratto. I suoi quadri sono grandi macchie di colore, geometriche prima, sfrangiate poi (cfr. sotto). Anche se lo stile di Hoyland è più ingenuo, vengono in mente Mark Rothko e Nicolas de Stael, ma anche lo scultore Anthony Caro.

La galleria era piena di giovani impiegati, cortesi e disponibili, provenienti da tutti i paesi. Decine di migliaia di giovani italiani si sono trasferiti a Londra per lavorare. Il Regno Unito è in piena espansione e ha un mercato del lavoro che funziona. È una piccola lezione per noi.

Cartoline da Londra. 1. Pop Art, Rotko, la Grande Ruota e Shrek

[riceviamo e pubblichiamo]

londra1Si torna volentieri alla Tate Modern. Il Millennium Bridge è spettacolare, anche se forse un po’ kitsch. E l’ex centrale elettrica impressiona sempre, soprattutto se ci entrate dal lato corto, non arrivando dal Tamigi. L’opera che occupa il ground floor della Tate è un’enorme distesa di terra. È  divisa in piccoli orti, innaffiati con cura maniacale. Si prova già a immaginare che cosa succederà quando l’erba inizierà a crescere.

La mostra del momento è “The World Goes Pop”, alla Tate Modern fino al 24 gennaio 2016. Niente Warhol e altri nomi noti, tipo Lichtenstein, ma tanti artisti del Brasile, dell’Argentina, della Spagna franchista, dei paesi dell’Est europeo. La pop art è stata un mezzo per criticare i regimi, utilizzando le manifestazioni più estreme della società dei consumi. Sono artisti figli di Marx e della Coca Cola. E poi molto femminismo, perché la pop art fu usata per parlare di liberazione delle donne. Tra i quadri più belli, ci sono quelli dell’artista islandese Errò, che immagina nel 1968 gruppi di vietcong che entrano in tranquilli interni borghesi americani (cfr. sopra). Bello anche il quadro del collettivo spagnolo Equipo Cronica, che mischia socialismo reale e pop art per parlare della guerra in Vietnam (cfr. sotto).

Le altre sale della Tate sembrano in ristrutturazione (sta per nascere New Tate Modern, i cui edifici sono già a buon punto). C’è l’arte povera italiana, un famoso Lichtenstein, un bell’autoritratto di Warhol, dei Leger, un Mirò, dei soliti Mondrian.

Ma la vera sala imperdibile è quella con le 9 grandi tele di Rotko, che esplorano il colore rosso. Il pittore donò i quadri al Regno Unito come tributo all’arte inglese, in particolare a Turner. Accostando Rotko e Turner si fa fatica a pensare ad altri pittori che si siano spinti così a fondo nello studio dell’essenza del colore, fino alla dissoluzione di ogni forma. Ci sono “meditation room” di Rotko nei musei americani, ma quella della Tate non si dimentica.

Rimanendo sulla South Bank si fa una passeggiata sul lungo fiume, con aree pubbliche rimesse a nuovo. Umberto Eco ci ha insegnato a unire cultura alta e cultura bassa. Forse inconsapevolmente è quello che hanno fatto gli inglesi. Quindi condomini esclusivi con vista sul Tamigi e, sotto, piste in cemento con sali-scendi per skateboard di ragazzi sottoproletari zozzi e sdruciti. Poi si arriva alla London-Eye, alta 135 metri, la più alta ruota del mondo, con file incredibili di turisti. È piazzata lì, e sulla riva opposta c’è la House of Parliament: basta rivedere la scena finale dell’ultimo 007, “Spectre”. Negli edifici lungo il Tamigi ci sono attrazioni per bambini. Colpisce, tra le altre, Shrek’s adventure, un viaggio nel mondo di Shrek: è ospitato dentro la County Hall, il palazzo del Comune di Londra.

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Immaginiamo che qualcuno proponesse di ospitare una mostra su “Le avventure di Pinocchio”, o “Il fantastico mondo di Pollicino” negli edifici che si affacciano su Piazza del Campidoglio a Roma. O se qualcun altro proponesse di installare una grande ruota davanti al Parlamento italiano. Si scatenerebbe l’inferno. Non sto proponendo di fare queste cose a Roma: sto dicendo che il senso pratico degli inglesi li ha portati a non pensarci su due volte. Nulla turba il piacere di tornare a visitare la National Gallery, la Wallace Collection, il British Museum, il Victoria and Albert, la Tate vecchia e quella nuova, ma, a pochi metri di distanza da questi templi dell’arte, Londra appare come una grande Dysneyland, una fantastica macchina per fare soldi, un meccanismo per la gioia di piccoli e grandi (ma non dovete stare troppo attenti al portafoglio, visti i costi delle attrazioni).Chapeau, senza fare troppo gli schizzinosi.