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Miti

18 giugno 2008 6 commenti

A RadioTre, tutti i giorni alle 18,00 vanno in onda le repliche di un mini-corso di scrittura creativa, per così dire, di Giuseppe Pontiggia.

Nella puntata di ieri il compianto scrittore ha molto polemizzato, con il suo consueto nordico garbo, con coloro che, considerandoli "merce", "prodotti" paragonano i libri alle "saponette".
Un confronto, questo, che al Pontiggia proprio non andava giù. Ha impiegato circa tre o quattro minuti (in radio una enormità) per individuare tutte le differenze sostanziali che intercorrono fra una saponetta e un libro. Per quanti sforzi si possano fare, sembrava essere la tesi dello scrittore, la saponetta e un libro sono decisamente due cose  diverse: una serve a a lavarsi, a "dilatare i pori della pelle" (è – era – pur sempre uno scrittore, il Pontiggia), l’altro nutre lo spirito. Come diamine si fa a trovarvi delle somiglianze?
Effettivamente provateci voi a lavarvi con un libro e ad addormentarvi leggendo una saponetta Camay.

Non pago della sua acribia ermeneutica, ha calato alla fine il suo asso, spendendo altrettanti minuti a spiegare come e perché, oltretutto, la "saponetta" non è affatto quell’oggetto privo di valore per il quale la spacciano che coloro che la paragonano al libro.
La saponetta può essere un oggetto prezioso, non facile da ideare. Una piccola opera d’arte… Lui conosceva un tale, a Milano, che iniziando da umili origini, ha fatto una fortuna diventando un vero e proprio magnate della saponetta (in ossequio al vecchio detto…). Aveva una sola cosa in testa: le saponette. Ne ha progettate e prodotte non so quante, tutte diverse, dalle profumazioni più esotiche e invitanti.

Dunque basta con queste imprecisioni oltretutto poco documentate. Se qualcuno d’ora in poi vorrà paragonare il libro ad una saponetta si astenga, o sappia quello che sta dicendo!

Poco dopo Pontiggia se l’è presa anche con quegli scrittori che quando vengono intervistati nei salotti televisivi commettono l’impudenza di voler far passare l’idea che scrivere sia un atto di semi-incoscienza creativa (mentre chiunque sa che questo è falso). Ma perché lo fanno? Per com-piacere i loro lettori forti.
E chi sono i lettori-forti in Italia (e forse dovunque)? Le donne.
Lui, Pontiggia, ha sostenuto di averne visti a decine, a centinaia, di questi scrittori che frequentano i talk show con quell’aria un po’ maudit, stillante sofferenza creativa da ogni poro (adeguatamente dilatato poco prima, in camerino) per far colpo sulle donne (lettori-forti, o deboli? si è chiesto, sornione, il Nostro).
Chiamali fessi.

Scrivere secondo Abraham Yehoshua. Il senso del racconto

"La questione è il senso del racconto. Non è mai difficile trovare una storia, io mi sono sempre basato sull’immaginazione, non ho mai avuto bisogno di cercare altrove un racconto. Il problema è piuttosto come creare una storia importante. Secondo la mia definizione personale, la letteratura è un’arte il cui valore intrinseco consiste nell’esprimersi attraverso la lingua e la complicità creando un piacere estetico. Storie ce ne sono tante. Ogni vita è una storia […] Il problema è che bisogna dare un senso al racconto, e per il lettore deve avere la stessa importanza che ha per lo scrittore."

Abraham Yehoshua, Il lettore allo specchio. Einaudi 2003, p. 22-23

Scrivere secondo Abraham Yehoshua

20 marzo 2008 2 commenti

La mia grande ammirazione per Abraham Yehoshua sta trovando conferma nella lettura de Il lettore allo specchio, un libretto Einaudi dove sono raccolte le conversazioni sul romanzo e l’arte di scrivere che Yehoshua ha avuto alla Scuola Holden di Torino.

Yehoshua mi sembra sempre di più un punto di riferimento imprescindibile. Non per seguirne i passi come un discepolo, ma come portavoce di un modo di raccontare perfetto.

Le parole sono impegnative, ma non scelte a caso. Per questo sono entrambe in corsivo. Yehoshua racconta, e lo fa come pochi. Racconti a tutto tondo, densi, divertenti, drammatici, pieni di senso. La sua scrittura è nitida e classica.
Qualcuno potrà dire: troppo classica. Sì, ma… Non saprei, e comunque non è questo il punto. Il punto è che comunque è una pietra di paragone.

Trascriverò qui sul blog, a partire da oggi, le citazioni a mio giudizio più interessanti.

"So bene che agli editori non piacciono i racconti, preferiscono pubblicare romanzi perché si vendono meglio, ma questa è una pressione indebita delle case editrici sullo scrittore, che viene incoraggiato a scrivere un romanzo prima che sia veramente maturo per farlo.
Io ho sempre avuto il massimo rispetto per il romanzo. Non basta avere in mente una storia per scrivere un romanzo, ci vuole anche una certa visione del mondo, una certa comprensione della realtà; se uno scrittore non capisce la realtà, il suo romanzo sarà, di fatto, un racconto breve diluito."

(p. 10-11)

Stravaganze

26 novembre 2007 1 commento

"Ora mi conosco, so di essere realista, piatto, quasi noioso. Mi conviene partire da materiale estremamente eccentrico, tanto tendo a renderlo il più plausibile e realistico possibile.
Ho voglia di partire lontano per arrivare al documentario. Voglio partire dalle stravaganze.
Se partissi dal documentario nei miei film non accadrebbe nulla".

(François Truffaut)

Non fare niente oggi, perché farai domani

Dice Ian McEwan (in un’intervista pubblicata sul Venerdì di Repubblica di questa settimana, ovvero come un’intervista può diventare una breve ma a tratti illuminante lezione di scrittura creativa):

"Se ho un’idea nuova ci lavoro per molto tempo fino a visualizzarne tutti i dettagli [fin troppi!, ndb]. Se descrivi correttamente i dettagli visivi senti l’emozione, entri nell’atmosfera. E’ necessario lavorare piano, non buttare giù la prima cosa che ti viene in mente, e in questo modo puoi arrivare a descrivere con squisita finezza la coscienza, cogliere gli snodi minuti del pensiero. Per rendere convincente un personaggio bisogna dargli coscienza tessendola con finissima tela, e per farlo devi sapere aspettare, seduto, tranquillo, che le parole vengano. Non fare niente oggi, perché farai domani."

Seduta spiritica double-face

Su La poesia e lo spirito grazie ad una tecnologica seduta spiritica si è materializzato un dialogo mai avvenuto (o forse sì) qualche anno fa (o qualche secondo fa, dipende dalla velocità di connessione del vostro provider con il passato – d’altronde se internet è un medium….) tra un Apprendista stregone e lo scrittore coronato Biondillo Gianni.

La presunta e sedicente chiacchierata è il secondo appuntamento della serie Double-face, critica letteraria a quattro mani.

Ancora in onda bellissime poesie di Emily Dickinson.

Clementina

30 ottobre 2007 2 commenti

Non mi piace. Mi fa paura. Non mi sembra proprio una persona equilibrata. Nulla di male, ce ne sono tante persone poco equilibrate. Ma lei fa il giudice.
L’ho sentita più volte parlare in televisione. Enfatica, aggressiva, polemica, alterata, sulla difensiva, la voce rotta dall’emozione, il labbro tremolante, il sorriso aperto ma intorbidito da un retrogusto di supponenza. Le lacrime, la rabbia.

Insomma, un bel personaggio.