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Posts Tagged ‘a fari spenti’

Regali

19 ottobre 2011 1 commento

Ogni regalo è un atto di fede.

Fare un regalo è anche ricevere un regalo, nello stesso gesto.

Un regalo è come una pietra miliare, che non indica quanto manca alla destinazione, ma quanta strada si è fatta. Qualche volta è un po' sbilenca, coperta dai rovi, perché non si fa più la manutenzione.

Un regalo è una radice.

Un regalo è un invito.

Ogni regalo è invadente.

Ogni regalo è uno specchio.

Il regalo divide il tempo, divide lo spazio, è un moltiplicatore. Ogni regalo divide e unisce allo stesso tempo.

Il regalo vive di vita propria e di luce riflessa, come la luna.

Ogni regalo lancia nello spazio una domanda. Non si sa se torna indietro.

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Aguzzate la vista

26 agosto 2010 10 commenti

Queste due vicende si differenziano in un tot di piccoli particolari. Quali?

Tre operai di Melfi lottano con le unghie e con i denti per mantenere il loro posto di lavoro alla Fiat (di cui non condividono nulla in termini di strategie industriali, etiche, rapporti sindacali ecc.).

Vito Mancuso e altri vogliono andarsene dalla Mondadori, il loro editore (di cui non condividono nulla in termini di stategie industriali, etiche, editoriali ecc.)

La narrativa italiana (e altre annotazioni sulla natura dello scrittore in generale)

2 settembre 2009 7 commenti

I sempre interessantissimi dibattiti sullo stato/tendenze della letteratura (della narrativa, in particolare) italiana (come questo e questo su Vibrisse) mi confermano tutte le volte quanto penso da tempo, e cioè che il nostro spazio letterario (in senso esteso, comprendente scrittori, critici, lettori forti, commentatori di lit-blog) sia popolato da persone dotate di grandi capacità sul terreno della speculazione teorica, ma da pochissimi buoni narratori.

Questo perché per essere bravi speculatori (e nei commenti ne trovo ogni volta di bravissimi, e mi sento in difficoltà di fronte alla loro preparazione e acribia) basta in fondo lo studio, la passione e l’applicazione passiva (oltre a ovvie, naturali doti di intelligenza), mentre per essere un buon scrittore, fra altre cose che ora non mi vengono in mente, occorre di sicuro conoscere a fondo l’animo umano, vivere intensamente una vita di profonde relazioni, avere una Visione del Mondo, molta cultura (ottima conoscenza dei classici oltre che dei contemporanei), molta tecnica, amore per il prossimo, una grande fiducia in se stessi e nello strumento della scrittura, molta fantasia, non avere paura dei fantasmi e dei mostri (quelli che popolano la propria e l’altrui coscienza), sapersi scegliere un Maestro cui far riferimento senza pudore, condividere la propria passione con un gruppo di simili, essere dotati di qualche lieve turba psichica, oltre che a un grande desiderio di raccontare delle storie.

A me pare che in Italia quasi mai si verifichi la presenza simultanea di tutte queste caratteristiche.
Eppure basta che ne manchi una soltanto e la qualità del narratore inesorabilmente scade.
L’unico argine allo scadimento del valore dello scrittore a fronte della carenza di una o più delle suddette caratteristiche è essere un genio. Purtroppo troppo spesso sembra che lo scrittore italiano faccia ricorso a questa estrema risorsa, in mancanza di altre, come fosse un bene disponibile e duttile e non come un dono del cielo.

La presenza di buoni scrittori è contagiosa. Per cui la carenza di buoni scrittori è un buon motivo per giustificare la carenza di buoni scrittori.
Un buon giovan scrittore infatti deve possedere anche questa caratteristica, quella di saper emulare (copiare?) sia il proprio maestro, sia il vicino, l’amico che ha sfondato.
Bisogna saper imparare dai propri simili, a chi compie lo stesso tratto di strada. E’ un talento pure questo.

Mi si dirà: ma visto che la letteratura è una, essendo distribuita attraverso le traduzioni in tutto il mondo, questo effetto di reciproca illuminazione non può avvenire anche a distanza?
No. Primo, perché, come è noto, esistono misteriose alchimie che tengono stretti l’uno all’altra stile, lingua e contenuto. Per cui non è sufficiente copiare lo stile di David Foster Wallace o di Dave Eggers per dire di essere come loro e traghettare la letteratura verso le sponde di una maturità espressiva di respiro internazionale.
Secondo, perché – di nuovo – l’aspetto emulativo in molti casi agisce in assenza di una o più delle caratteristiche sopraenunciate, divenendo l’unico ancoraggio (estremamente debole) al quale lo scrittore si appiglia.

Io sono pessimista.

Meccanismi

27 ottobre 2008 2 commenti

Conoscere il funzionamento di un determinato meccanismo non basta a modificarne la natura o, peggio, ad eliminarlo, perché la mera conoscenza non è sufficiente a rimuovere le cause che lo producono.

Categorie:-, a fari spenti Tag:

E’ la stampa, bellezza

7 luglio 2008 1 commento

In un commento a questo articolo di Giulio Mozzi su Vibrisse Bollettino, Gianluca Minotti, a prposito di moralità dei giornali, riporta il modo con il quale alcuni giornali locali hanno trattato la morte di un macellaio di Frosinone, deceduto dopo una lunga agonia in seguito ad un incidente stradale: di ritorno dal mare aveva travolto e ucciso una mucca che si era trovato in mezzo alla strada, perdendo il controllo della macchina e finendo fuori strada. Minotti stigmatizza la facile ironia con cui è stato trattato il caso (l’associazione fra macellaio e mucca; le foto a corredo dell’articolo pubblicato sull’edizione loclae de Il Tempo: un paesaggio alpino con pascolo in primo piano). E si chiede se sia morale trasformare in una cosa ridicola e grottesca una tragedia.

La mia riflessione, sempre nei commenti, è stata la seguente:

L’episodio della tragedia del macellaio di Frosinone se non fosse vero sarebbe sublime. Degno di "è la stampa, bellezza". Io ho smesso da tempo di associare "stampa" a "moralità". Peraltro non trovo banale ne’ scontata la conclusione. Il dramma del macellaio è un doloroso fatto privato dei suoi familiari. Il giornale lo fa diventare un "racconto", dai tratti intrinsecamente ironici, e lo tratta con lo stesso cinismo che – mi sia concesso – chiunque avrebbe usato nel raccontarlo al bar.
Ora, un giornale nel raccontare una storia di questo tipo puo’ permettersi di utilizzare lo stesso cinismo di una conversazione privata? E la conversazione privata, nel caso in cui alle nostre spalle, in quel bar, si fosse trovata a passare una sorella/figlia/moglie della vittima sarebbe stata meno volgare? E ancora: l’episodio del macellaio di Frosinone è davvero una "tragedia" o solo uno sfortunatissimo incidente dalle crudeli conseguenze? O diventa una "tragedia" nel momento in cui viene raccontato dal giornale? E ci sarebbe stato giornale al mondo che avrebbe trattato la notizia in modo più "rispettoso"? E anche quando il giornale non avesse fatto commenti (né con le parole né con le immagini a corredo) non avrebbe comunque inflitto una violenza ai familiari (lasciando trapelare, fra le righe, un’autentica macabra ironia nel fatto)? E onestamente: quanti giornali locali al mondo avrebbero omesso di dare la notizia (l’unico modo che mi viene in mente per rispettare davvero il dolore dei parenti della vittima)?
C’è una inevitabile discrasia fra pubblico e privato. O no?

Minima poetica

Mi domandavo, l’altra sera, come e se una poetica potesse poggiare le proprie fondamenta su concetti come caos, anarchia, incoscienza e odio. E cercavo esempi in proposito.
Ho pensato a certi modelli di letteratura d’avanguardia, a poeti (artisti in genere) maledetti, alla cultura underground. Ho pensato a un certo tipo di teatro, a poeti più o meno etilisti o dediti all’assunzione (creativa, ça va sans dire) di sostanze allucinogene di varia natura….

[continua su La poesia e lo spirito]

Cult, clan e furbetti del quartierino…

18 marzo 2007 4 commenti

Antonio D'OrricoSe devo avere un’ossessione, parlando di letteratura, penso sia quella di battermi fino alla distruzione fisica, mia o di chi mi ascolta, o legge, per affermare un’idea di letterature, una pluralità di letterature e non per un’idea unica e sola di Letteratura, quella che piace a me.
Oggi sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore Luigi Sampietro se la prende con la parola cult, che invita a leggere come fosse clan. Il libro cult è in realtà un libro di/per un clan.
Ora, io non arrivo a capire. Sarà certamente vero. Ma è utile dircelo? Da quale prospettiva si sta guardando la questione? E da questo punto di vista si riesce a distinguere la qualità, o ci si preoccupa solo dell’atteggiamento del lettore? In che modo l’atteggiamento di una ristretta, o ampia schiera di lettori ci dice qualcosa sulla qualità di un libro, di un autore? La quantità di copie vendute è un elemento da considerarsi utile a stilare canoni e classifiche?
Se un libro raccoglie attorno a sé un cenacolo di eletti vuol dire che è brutto? o che è bello? E se ne raccoglie un numero molto molto ampio è brutto per forza?
Insomma, esistono tante letterature; ognuna ha sue regole e suoi lettori.

Tutte sono necessarie, non accessorie o surrettizie. Necessarie. A me non interesse proprio niente se un libro di Pynchon è letto da lettori "anoressici" che però si riservano il gusto di farcelo sapere (che l’hanno letto) o bulimici. Non solo non interessa, ma soprattutto non mi è di nessuna utilità per farmi un’idea di Pynchon. E’ un’informazione del tutto inutile, dietro la quale, tuttavia, leggo un fastidio critico che diventa giudizio: ci deve essere qualcosa che non va in Pynchon se i suoi lettori sono un clan formato da gente che legge poco, e quello che legge è pure difficile, per non dire illeggibile (e Joyce? e Musil?)

A proposito di parole, Sampietro ci ricorda però di fare attenzione a non cadere in facili, e magari sbagliate, interpretazioni.
Ad esempio, un tempo l’aggettivo "impegnato" si riferiva ad un libro "politicamente orientato". Oggi invece l’accezione più propria è quella, più letterale, di "impegnativo".

Curioso. "Impegnato" ha calorosamente rivendicato di essere, anche Leonardo Colombati nella sua appassionata e per certi versi sorprendente autodifesa  di ieri su Vibrisse bollettino. Io, ha urlato – letteralmente – Leonardo, sono uno scrittore IMPEGNATO! Proprio nel senso di "impegnativo", di uno che si impegna.

Due volte curioso.
Infatti, sempre Colombati, da una parte rivendica il suo "impegno" nel senso postmoderno di "impegnativo" (in qualche modo dando preventivamente ragione a Sampietro) senza, nello stesso tempo rinunciare alla sua appartenenza politica (a sinistra, o almeno non a destra).
Dunque essere uno scrittore impegnato, oggi, significa questo, rassegnamoci (o rallegriamocene): studiare, faticare, sudare, fumare parecchio, applicarsi.
Curioso – due volte curioso – perché nella sua orazione Colombati in qualche modo assume in sé i caratteri dello scrittore postmoderno: apolitico con la mano destra, politico con quella sinistra. Diviso a metà, ma sostanzialmente libero e "irresponsabile" nei confronti di un certo mondo intellettuale, di cui non si preoccupa di far parte.
Cosa questa che non gli viene perdonata.
Ma una ragione c’è. E la mette bene in evidenza Girolamo di Michele in un commento. La ragione si chiama Antonio D’Orrico.
Perché D’Orrico, nella sua ormai famosa "recensione" (http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=756) ha descritto Colombati come un perfetto idiota (e Piperno e Saviano in compagni di merende mezzi tonti), alimentando l’antico equivoco del Colombati di destra, pur essendo di sinistra (almeno così sostiene e noi gli crediamo, anche perché il riferimento politico per il quale è stato poi accusato di grave violazione in tema di politically correctness, è di aver sostenuto che Berlsuconi è l’unico personaggio politico italiano contemporaneo meritevole di un approfondimento letterario, mentre D’Alema o Prodi no: mi pare che abbia ragione – anche Nanni Moretti la pensa così, si direbbe – e negli Stati Uniti non è lo stesso? voi scrivereste una tragedia su Bush o su Kerry? o su Al Gore? E la fareste su Jospin o su Sarkozy?).

Il problema di D’Orrico e di Colombati e di Piperno (cosa c’entri Saviano mi sfugge: ma questa è la "prova" che l’articolo di D’Orrico è una polpetta avvelenata) non è Berlusconi, è di "posizionamento".
Parlare dei ricchi va benissimo. Ma per raccontare che cosa? Da quale punto di vista? Gettare fango verso la letteratura etica può andare già meno bene, ma comunque in nome di che cosa? Lamentarsi con impudica leggiadria del fatto che le ragazze ai tuoi tempi non te la davano può ringalluzzire giovani o ex giovani già o ancora pariolini nelle loro pizzate dei vent’anni della maturità. Ma quale idea di letteratura c’è dietro, oltre a quella della "sincerità"? e della rivendicazione post-ideologica di chi si può sfogare: "finalmente qui si parla dei ricchi" (tutte domande che la lettura del libro di Pieprno mi ha stimolato, senza darmi risposte; non ho invece letto ancora Rio).
Insomma il problema non è essere di sinistra, o di destra. Ma di quale idea di letteratura essere portavoce. E siamo sicuri che sappiamo di cosa stiamo parlando? A me sembra molto etico Lansdale (che parla dei poveri, molto poveri della sperduta america amara), molto etico Jonathan Coe (che parla, anche, dei ricchi, ricchissimi e odiosi neo-laburisti). Molto etico tutto ciò che racconta la verità con onestà, forza metaforica, capacità di analisi.
C’è una bella differenza fra Vanzina e Dino Risi.
Whose side are you on? cantavano qualche anno fa i Matt Bianco.