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Archive for the ‘arte’ Category

Pontormo a Santa Felicita

[RdB]

pontormo1Quando si è a Firenze, si torna sempre a Santa Felicita per rivedere “La deposizione” di Pontormo.

Dove poggiano i piedi dei personaggi nel quadro? I piedi delle tre figure in primo piano, i due che sorreggono il corpo di Cristo e la donna di spalle, forse la Maddalena, sono sul terreno. Ma sono tutti alzati, come se fossero in procinto di preparare un salto.

Pasolini scrisse che il Cristo “è retto sotto le ascelle nella parte più bassa del quadro, da un angelo, mentre un altro, accucciato, gli regge, su una spalla le gambe – guardando verso l’obiettivo. … Questi due angeli riccioloni e un po’ rosci, hanno l’aria contadina ma sono cresciuti in città. Il fondo dell’espressione è perduto o piuttosto citrullo. … Uno, più giovane, quello che regge Cristo sotto le ascelle, un giovincello sui sedici anni, è tutto vestito di quel grigioverde dì cui si vestirono nei secoli quei soldati ora perduti negli ossari del mondo … L’altro, accucciato, un pochino stempiato – con sotto la chioma ricciolona mezza roscia, gli occhi infossati, le ciglia spioventi e le mascelle un po’ troppo tonde e grosse – dev’essere marchigiano, comunque ha spalle, dorso e pancia ignudi, e un manto lo cerchia fino a raccogliersi sulla coscia, giallo grano, sopra la mutanda di quel solito, stinto, crudele, disseccato verdino”.

Gli altri personaggi poggiano sul nulla, volano. La Madonna è circondata da quattro donne, vestite, come lei, di tutte le sfumature del celeste e del blu. Un’altra donna si sporge in avanti, sovrastando la Madonna. A destra, seminascosto, Nicodemo sembra guardare lo spettatore. La croce non c’è: più che una “Deposizione” è un compianto del Cristo morto. Il quadro è fatto, direbbe Shakeaspare, della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

pontormoAccanto alla “Deposizione”, sulla parete contigua, c’è “L’annunciazione”. L’angelo e Maria si guardano. Le due figure sono poste di sguincio e sembrano ballare. Anche qui i piedi dell’angelo e della Madonna non sono piantati a terra ma sono alzati, come se i personaggi, appunto, danzassero. La Madonna sembra una ragazzina che dice all’angelo “a ragazzì, ma che me stai a dì, dici proprio a me?“.

Ci si innamorò subito di Pontormo sul testo di Giulio Carlo Argan e vedendo “La ricotta” con Orson Welles. Aveva già capito tutto Michelangelo, che, secondo Vasari, guardando un dipinto di Pontormo diciannovenne disse “Questo giovane sarà anco tale per quanto si vede, che se vive e seguita porrà quest’arte in cielo”.

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Ai Weiwei a Palazzo Strozzi

palazzostrozzi
[dalla “redazione cultura”]
A Palazzo Strozzi sta per terminare la prima grande mostra personale in Italia di Ai Weiwei. E’ una mostra più piccola, più politica e più fotografica di quella alla Royal Academy of Arts di Londra del 2015-2016.
E’ una esibizione più piccola, perché alcune grandi installazioni di Londra – si pensi al meraviglioso “Straight” dedicato alle vittime del terremoto del 2008 nel Sichuan – avrebbero incontrato problemi strutturali in un edificio rinascimentale qual è Palazzo Strozzi.
E’ una mostra più politica, perché Weiwei ha accentuato il contenuto di protesta delle sue opere: si pensi ai gommoni dei migranti che incorniciano le finestre del palazzo. Si guardi anche al dito medio moltiplicato di fronte alle fotografie di tutte le città del mondo, una trovata che una volta può anche divertire ma che è insopportabile quando viene ripetuta “ad nauseam”. Restando sul dito medio è, tra l’altro, incomparabilmente superiore il messaggio collocato da Cattelan di fronte alla Borsa di Milano, soprattutto per la sua ambiguità. Sono i cittadini che mandano a quel paese la finanza? O è la Borsa che umilia i cittadini? (dicendogli: noi i soldi comunque li facciamo, voi no).
E’ una mostra più fotografica, perché Weiwei ha scelto, diversamente dalla selezione londinese, di mostrare migliaia di foto e di selfie, dalla sua giovinezza a New York fino ai nostri giorni. E’ una scelta legata a Internet, alla possibilità di condividere le foto in rete, ma l’operazione mi è sembrata un po’ fiacca. L’eccezione, inquietante, sono le foto dedicate ai pedinamenti giornalieri ai quali l’artista è sottoposto, con i poliziotti che lo seguono dovunque. Si torna all’impegno politico di Weiwei, la cui storia è ben nota.
img_5030L’opera più bella occupa il cortile di Palazzo Strozzi. Si tratta di un’enorme ala spezzata, formata dai pannelli usati nel Tibet per riscaldarsi. Sopra i pannelli ci sono delle teiere: quando la polizia cinese invita una persona in commissariato a prendere un te, vuol dire che il cittadino deve iniziare a preoccuparsi. L’ala spezzata è il popolo cinese, ma anche il popolo tibetano, che non riesce a volare perché schiacciato dal regime. E’ un’opera tecnologicamente complessa ma insieme intima e commovente.
Weiwei potrebbe vivere ricoperto d’oro a Londra, New York o in qualsiasi altre capitale occidentale, piuttosto che continuare a rimanere a Pechino. La sua battaglia politica ricorda i tempi bui delle tante dittature europee – in Germania, Italia, Spagna, Grecia – che hanno attraversato il Novecento.
Categorie:arte, mostre

Braque al Gran Palais (e a Houston dal 16 febbraio all’11 maggio)

di RdB

braque18Alla fine del 1974 avevamo visto a Villa Medici una mostra su Braque (su ebay e amazon si può comprare il catalogo). Erano gli anni del ginnasio e si scopriva il centro di Roma (ancora non si andava all’estero). Cercavamo il barocco, Bernini, Borromini, la pittura umanista e rinascimentale e, naturalmente, Caravaggio. Mentre si scopriva “la Grande Bellezza”, fummo investiti dalla rivoluzione cubista (e dai giardini di Villa Medici). Poi Braque lo si è rivisto tante volte, prevalentemente in mostre di esportazione francese sul cubismo (spesso operazioni di marketing), un po’ schiacciato da Picasso. Come un grande giocatore (Maldini) schiacciato da un fuoriclasse (Van Basten) che gli fa ombra.

La mostra che si è chiusa al Grand Palais di Parigi all’inizio di gennaio ha tributato un omaggio a Georges Braque (1882 – 1963), una sorta di consacrazione di quello che è stato forse il più grande pittore francese del Novecento. La mostra è stata, come spesso accade a Parigi, una manifestazione di “Grandeur” francese, ma va bene così, con pezzi arrivati da tutto il mondo: magari avessimo anche noi una “Grandeur” italiana non dedicata al calcio o alla cucina.

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Categorie:arte, riccardo db Tag:

Antonello realista, ovvero l’immagine pasoliniana

18 giugno 2006 1 commento

Vista la mostra di Antonello da Messina. In extremis (chiude i battenti il 25).

Velocemente un’impressione che mi farebbe piacere sapere se ha precedenti critici.

I ritratti di Antonello sono giustamente famosi per l’espressività accentuata, il "colore" caratteriale che riescono ad avere le facce dei suoi modelli.
Quello che mi ha più sorpreso sono stati in verità i quadri di argomento sacro, i quali denotano, direi a dispetto del Tema, la loro derivazione molto concreta e viva, anche questi, di "ritratti".
I volti del Cristo morente, o di San Sebastiano, o della stessa Madonna nella celeberrima Annunciata, lasciano trapelare in modo quasi impudico, la natura cruda, anagrafica, di uomini e donne impegnati in un compito molto al di sopra delle loro possibilità e certamente dei loro destini.
L’innocente popolinità di molte espressioni sembra vogliano ricondurre l’esperienza dell’arte a duro, concreto fatto di bottega piuttosto che ad allusioni ultraterrene.

N036_Ecce_Homo_NY24_EcceHomo_piacenzaN035B_Ecce_homo_NYNegli Ecce homo dipinti nel corso della sua carriera, in momenti diversi, l’impressione è che non si tratti di "raffigurazioni di Cristo" (quale, in verità, lo può essere?) ma, rinunciando alla mediazione convenzionale delegata alla percezione artistica, sia proprio il ritratto di Tizio e di Caio, pescatori di Milazzo, a cui un pittore un po’ strambo ha affidato il ruolo vicario, nientemeno, che del Salvatore del mondo.
Come gli sfondi rinascimentali che fanno da scenografia in tutti i quadri di argomentoSansebast_dettaglio religioso del rinascimento, così anche i volti dei personaggi rinunciano a fingere un realismo impossibile, a spacciarsi per altro da sé.

San Sebastiano, in particolare, pare essere davvero un ragazzo di strada (non so se di vita) a cui Antonello, come Pier Paolo Pasolini 5 secoli dopo, ha regalato una provvisoria-eterna santità. La bocca semiaperta, non dolente, ma in-dolente, la postura inclinata, appoggiata sul fianco sinistro che squilibra l’immagine prospettica con una punta di in-sofferenza, sembrano sottolineare come un impaccio, una difficoltà a calarsi nel ruolo, e la cosa sorprendente è che Antonello, anziché aggirare questa inettitudine, la rende immortale, la descrive, ne fa oggetto del dipinto.
Il ragazzo si offre per quello che è, con le sue mutande attillate, che sembrano essere state indossate per farci un bagno fra Scilla e Cariddi, e dopo essere sgattaiolato via dal letto della sua ragazza.

Categorie:arte

Modena informale

20 marzo 2006 7 commenti

Allora, volete sapere com’è Modena?
Per quanti sforzi possiate fare non ci metterete mai più di cinque minuti per andare da un punto qualunque ad un altro punto qualunque del centro della città.
Un posto tranquillo. Molto tranquillo. Veramente molto tranquillo.
I cinema aprono alle otto e mezza. La gente svanisce un po’ prima. C’è un gran bel silenzio. Si mangia bene senza spendere.
Mi ci trasferirei, davvero, se avessi qualcuno o qualcosa di cui avere paura.

Se capitate a Modena non mancate (a parte il bellissimo Duomo e la bellssima Galleria Estense) di visitare la bella mostra "Informale" (fino al 9 aprile), al Foro Boario (è gratis).
Non vorrei aprire qui la caricatura di un dibattito sul valore dell’informale rispetto al formale, dell’astratto rispetto al figurativo.
Certo è che le opere di Dubuffet, Tancredi Parmeggiani, Burri, Fontana, Accardi, provenienti dalla Fondazione Guggenheim, lasciano ammirati e pieni di dubbi. Lasciano sospesi gli occhi in un interrogativo imbarazzante. Ci si chiede da dove nasca il piacere. Non ci sono appigli. Si cerca di classificare il gusto, ma senza successo.

Diceva Dubuffet: "L’arte si dirige allo spirito, non agli occhi. E’ un linguaggio, uno strumento di conoscenza e di comunicazione". E Bice Lazzari: "Io dico che i segni sono parole".
Strana questa lingua: esprime il "piacevole", oppure "l’oscuro", oppure "l’ostico", oppure "l’inquietante", oppure "il grandioso", oppure "il fastidio"… Una lingua di sostantivi astratti anche quando – o forse soprattutto –  usano l’inchiostro degli oggetti più duri (plastiche, sacchi, pezzi di  ferro trattati con la fiamma ossidrica). I sostantivi sono mero significante.

Mi sembra eluso il problema dell’Uomo. Al di là della problematicità dell’interpretazione, mi manca il dolore di una cosa capìta. La maschera dell’intelligenza è calata e quel che resta sono neuroni allo stato puro.

Il paradosso: il destino di queste opere che programmaticamente rifiutano ogni opzione descrittiva, è di  non poter essere altro che descritte.

Guardate il catalogo, o il libretto di acompagnamento o l’apparato critico sul sito. Il curatore della mostra, Luca Massimo Barbero, nel consegnarci le chiavi interpretative delle opere non può che limitarsi a descriverle: "… tutto incentrato  sulle tonalità bruno rossastre, vivificate  da tocchi di un colore rosso più intenso, la superficie dell’opera risulta divisa in tre parti da filamenti…."; "l’artista ha ormai maturato  la sua ricerca sul segno, che si staglia qui con particolare evidenza su grandi macchie di colore dalle tonalità cupe, organizzate verticalmente e orizzontalmente…"; "… cerchi  incompleti di colore puro, si irradiano partendo da punti cardine e vorticano per tutta la tela; questi si intrecciano a campiture rettangolari, e il tutto si ricompone in un sistema di luce e di colore che crea, nei vari contrasti, l’illusione di una profondità abitata da forma sospese".

Opportunamente si tiene lontano da possibili letture che siano altro da ciò che si vede. Non cerca, e questo è apprezzabile, di cercare di "spiegare", di trovare il "significato". E tuttavia questo determinismo oggettivo, questo rispetto assoluto per il segno, questa opportuno passo indietro rispetto al detto, lascia come privati di un aiuto.
Della mappa. Ci lascia con il sospetto che ci sia qualcosa da capire che sfugge. Siamo soli davanti all’inconsueto. Al più possiamo storicizzarlo, e non è poco.
Comunque, per tutto questo: interessante. Molto.

Categorie:arte, italia, mostre, pittura