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Archive for the ‘internet’ Category

“Ich kann”, o “Sie können”? das ist die Frage

Oggi sul bolg (forse in onore del suo ispiratore, Robert Musil) si parla tedesco. Potremmo dire che l’articolo è gentilmente offerto da Google Translator… (vi aiuto: “Io posso” o “tu puoi”? Questo è il dilemma)

Parto dalle conclusioni. Io trovo francamente molto più pericolosa, per la collettività, la diffusione incontrollata e virale, pandemica, della disinformazione con velate, e nemmeno tanto, connotazioni populiste, di un’opinione che riteniamo anche profondamente sbagliata. Anche offensiva (e questo, si è capito dopo, non è il caso) e razzista. Perché nel famoso “tritacarne” della disinformazione ci può finire chiunque, con esiti più o meno drammatici (a seconda di quante si hanno le spalle larghe o coperte). Un’opinione può essere controbattuta con un’altra opinione. Mentre la cattiva moneta scaccia sempre, come si sa, quella buona. E una volta avviato il turbine  della “macchina del fango” non se ne emerge più.

Sto riferendomi alla nota dichiarazione del presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem a proposito delle inclinazioni dei popoli del sud europa a spassarsela con donne e alcool, invece di rimettere a posto i propri conti. Dichiarazione che, come si può leggere in un articolo su Linkiesta (non so se a sua volta l’abbia  tratta da altre fonti. Successivamente se n’è accorto, per esempio, anche Il Foglio) si è rivelata falsa. O comunque molto, molto diversa da come è stata diffusa worldwide.

“Dijsselbloem will die Troika auflösen”. Questo il titolo che la Frankfurter Allgemeine ha dato all’articolo che passerà alla storia come l’ennesimo esempio di post-verità giornalistica diffusa a macchia d’olio in tutta Europa, mica solo in Italia (per una volta). “Dijsselbloem vuole sciogliere la Troika”. Accidenti! Verrebbe da dire. Zucchero per il palato dei greci e degli spagnoli (fra breve degli italiani?). La dichiarazione, proveniente dal presidente dell’Eurozona, uno pensa, certamente farà il giro delle redazioni e dei siti web meno favorevoli alle politiche economico-monetarie europee.
Manco per niente.

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Categorie:Informazione, internet

Muccino, Pasolini e la parodia della democrazia

pasolini (1)

Un giorno, in un futuro lontano, studieranno quello che è successo nei giorni scorsi nelle facoltà di sociologia della comunicazione. Per adesso ci limitiamo a guardare al tutto con un po’ di incredulità.

Allora, riassumendo: Gabriele Muccino sostiene che Pasolini non solo è un letterato prestato al cinema, ma che con la sua esperienza di dilettante allo sbaraglio ha, forse involontariamente – si spera – causato danni irreparabili alla nobile settima arte italica che aveva vissuto, almeno fino all’apparire sulla scena del poeta friulano, una stagione fulgida, presa ad esempio da tutto il pianeta (sia cinematicamente che cinematograficamente: cosa vuol dire non si sa, ma Muccino sembra che debba dimostrare di essere un po’ più colto di quanto uno non sarebbe portato a credere vedendo i suoi film).

Ora, si possono avere cento idee tutte diverse riguardo al cinema e alla maggior parte delle forme espressive, cinematiche e cinematografiche. Tutte legittime, se criticamente sostenute con argomenti e ragionamenti sostanziati da un’analisi critica per lo meno passabile. Sostenere però che il cinema di Pasolini (Mamma Roma, Accattone, La ricotta, Il Vangelo Secondo Matteo, Uccellacci uccellini….) sia un maldestro esercizio di stile di un fortunato dilettante dotato più di arroganza intellettuale che di talento, e che con il suo esempio ha contribuito a distruggere l’arte e l’industria cinematografica italiana è dire un’idiozia assoluta. E’ una tale sciocchezza che non consente neppure di essere discussa criticamente. E’ come se, è stato detto, Balotelli criticasse Roberto Baggio; o Bocelli Pavarotti. O Allevi, Beethoven. Una cosa così.

Come era ovvio, il post, uscito su Facebook, è stato seppellito da una valanga di critiche e di insulti (così sostiene il regista, personalmente non ho fatto a tempo a leggerli), con al conseguente immediata chiusura del profilo (dopo aver dichiarato che avrebbe serenamente continuato a dire quello che pensava, ostinatamente e orgogliosamente fuori dal coro, a Muccino qualcosa deve avergli fatto cambiare idea).

Perché penso che se ne occuperanno le facoltà di sociologia della comunicazione?

Perché è un perfetto esempio della falsa democrazia della rete e dei problemi che questa asimmetria comunicativa si porta dietro.

Muccino è un personaggio pubblico, abbastanza popolare, un regista di successo, con i suoi alti e bassi, comunque uno che gira negli Stati Uniti, eccetera. Muccino scrive in modo abbastanza provocatorio un post pieno di evidenti idiozie. Rivendica il diritto di esprimere il suo pensiero e in sostanza lamenta che questo diritto non gli sia stato concesso. Il fatto è che se un Muccino, un regista, e non un panettiere, o un giornalaio, o un dentista se ne esce con tali sciocchezze a proposito di un altro regista, considerato generalmente un grande regista, è naturale che diventi il bersaglio del dileggio, prima ancora che della critica. Ma Muccino, di fronte alla folla inferocita e dileggiante rimane comunque sul piedistallo dove stanno le celebrità. La folla ululante è indistinta, è vorace, vuole il sangue, ma è pur sempre folla, e alla fine Muccino chiude il profilo e la folla resta a bocca asciutta, facendo ritorno nell’ombra dell’anonimato. Muccino può passare da vittima della volgarità della folla che popola la rete. Può arrivare a sostenere, il Muccino, che in pratica non abbia il diritto di esprimere quello che pensa (aggirando abilmente il fatto che proprio il contenuto del suo pensiero è stata la causa del putiferio, non il diritto di esprimerlo o meno), pena la famosa gogna mediatica.

La comunicazione è comunque asimmetrica, e i commentatori hanno solo l’illusione di porsi sullo stesso livello della star, solo perché ne invadono la bacheca sbraitando. Il che è ovviamente un problema, perché l’aggressività verbale è comunque un dato di fatto oggettivo che nessuno dovrebbe essere costretto a tollerare. Dal suo punto di vista Muccino non ha fatto male a sbattere la porta: perché continuare ad aprire uno spazio perché migliaia di persone possano entrarvi insudiciandolo con un livore francamente insopportabile? Perché lo spazio di un possibile civico dibattito è sempre – o quasi sempre – occupato interamente dallo schiamazzo? Sarebbe stato diverso se le sue opinioni su PPP le avesse dette nel “salotto” di Fabio Fazio? La rete ha una specificità tale da veicolare meglio le stupidaggini? Evidentemente no. Rispetto al mondo analogico, quando c’erano solo la TV e i giornali, la rete dà alla folla il diritto di replica immediato (non-mediato). Questo ovviamente spiazza chi sta sul piedistallo, ma non cambia la natura della comunicazione. Perché aizzata, in questo caso dalla sciocchezza detta da una celebrità, la folla fa uso dei mezzi che ha: i forconi. Se un panettiere o un dentista avesse espresso quegli stessi concetti sarebbe stato bellamente ignorato. Ma Muccino è una regista, è un tipo di personaggio pubblico che, oltretutto, genera invidie o risentimenti a prescindere da quello che può o non può dire (fa film “facili”, non è “allineato”, non è nerd, è un po’ uno sfigato di successo). Uno come lui non può che ricevere il trattamento che ha ricevuto. Il che mette in luce in modo esemplare i limiti della Rete, che può armare perfino su argomenti squisitamente culturali o di costume eserciti disposti a tutto.

A tutto? Spento il PC Muccino torna a fare film, e noi a tirarci su le coperte perché la casa è fredda e domani ci aspetta una lunga giornata di lavoro.

[Aggiornamento ore 12:57]: Il profilo Facebook è ricomparso. Non era stato lui a chiuderlo, ma era stato sospeso da Facebook. Muccino insiste. Ha visto la Ricotta ma continua a ribadire che i suoi maestri sono altri: De Sica, Woody Allen, Bob Fosse, Altman, Griffith, Scorsese, Kubrick, Leone, Cassavetes…. E fin qui nulla da dire. Ognuno si sceglie i maestri che vuole. Peccato che questo non significhi non riconoscere la grandezza di quelli che non ti hanno all’atto pratico insegnato niente pur rimanendo grandissimi maestri. Io adoro Fellini ma – se avessi continuato a scrivere cinema – mai avrei scritto nulla di felliniano. Ma va oltre, il Muccino, qunado dice: “o ho criticato il Pasolini regista che ha di fatto impoverito e sgrammaticato il linguaggio cinematografico dell’epoca (altissimo sia in Italia che nel resto del mondo), per rendere (involontariamente) il mestiere del cineasta accessibile a chi di cinema sapeva molto poco o niente (come quasi tutti quelli che ora si divertono a deridermi o attaccarmi). Ecco, questa è e continua ad essere proprio un’idiozia.

Il trionfo dell’ignoranza

22 settembre 2015 Lascia un commento

Più dell’invasione barbarica degli imbecilli lamentata recentemente da Umberto Eco, trovo davvero un orrendo segno dei tempi il livello di approssimazione e di superficialità informativa diventato ormai lo standard dell’informazione ufficiale in rete.

Altro che social e blog.

Un esempio piuttosto tipico sono le “Gallerie fotografiche”.

Le fotografie sono raggruppare per grandi temi: I Palazzi Più Strani Dove Non Vorreste Mai Andare A Vivere, Le Specie Animali Che Credevamo Estinte, Gl Orribili Mostri Delle Profondità Oceaniche, Le Capigliature Più Stravaganti, I Tatuaggi Più Estremi, Nudi In Bicicletta Per La Cura Del Cancro… e così via.
Il più delle volte le fotografie si susseguono una dopo l’altra senza didascalie che le illustrino. A che serve? Servirebbe se chi le ha pubblicate a) ha una minima idea di cosa sta pubblicando; b) ha qualche minimo interesse che il lettore impari qualcosa. Purtroppo la risposta è c) più fotografie pubblichiamo più clic riceviamo, più clic riceviamo più guadagniamo con la pubblicità.

E il lettore manda avanti il rullo delle immagini, tutte bellissime, tutte interessantissime, del tutto assuefatto al ruolo passivo che il fornitore di informazioni gli ha assegnato: l’utile beota che osserva senza capire, che ritiene soddisfatta la sua basilare necessità “conoscitiva”, fatta di immagini senza contenuto, di mappe di colori. E così, soddisfatto il più superficiale del piacere sensoriale, come il turista giapponese che vola, letteralmente, fra le sale degli Uffizi o del Louvre, impastandosi la retina di immagini indistinguibili le una dalle altre, procede nella sua carrellata, fino all’ultima. Poi dimentica tutto quello che ha visto e torna beato alle sue occupazioni.

Esempi ce n’è a bizzeffe. Troveremo queste Gallery su Repubblica.it, sul Corriere.it e così via. Proprio oggi, tramite Facebook, posso scoprire quali sono “le strade più assurde del mondo“. Ovviamente non saprò mai dove siano. Basta guardarle, dire “ah”, e andare avanti. Delle panchine più strane del mondo non sapremo mai il nome del designer, o il parco dove potremmo trovarle. Basta guardarle e dire: oh! oppure: ah ah!

Aggiornamento 31/01/2016: Le dogane fantasma (da Il Post)

Trasferimento di conoscenza uguale a zero. Valore aggiunto uguale a zero. Un po’ meno utile del vecchio Reader’s digest.

Categorie:Informazione, internet

Ma Newsroom non vi ha insegnato niente?

21 gennaio 2015 2 commenti

Nella serie tv “The Newsroom” si fa della ricerca delle fonti di una notizia da pubblicare una specie di religione, quasi una mania ossessiva: una notizia non si pubblica se non ci sono almeno due fonti sicure, altrimenti niente; anche se fosse già nelle breaking news di tutti i network concorrenti. La producer Mackenzie McHale su questo è irremovibile.The-Newsroom-Emily-Mortimer

E’ chiaro che questi ferrei principi si applicano (o dovrebbero applicarsi) a organi informativi “professionali”, non a blog, web-zine, testate di propaganda politica o ideologica e tutto ciò che infesta internet e gli smartphone con la pretesa di informarci (Twitter, Facebook eccetera).
Tralasciando per un momento il fatto che anche per le prime il problema della affidabilità delle fonti sembra essere un fastidio del tutto trascurabile, Il fatto che siano proprio le seconde, quelle irregolari le fonti da cui ciascuno di noi riceve le notizie, rende la questione piuttosto delicata. Internet, nella sua globalità, è una unica enorme Fonte di Informazione (LA fonte di informazione per moltissimi), la cui “redazione” è composta da entità che non devono mettere le loro coscienze di fronte ad alcuna deontologia professionale, avendo come fine quello di diffondere, diciamo così, idee, non notizie, pre-giudizi, fango, imbrogli. Il modo con il quale le non-notizie, o bufale, costruite in modo più o meno consapevole, si diffondono è abbastanza chiaro ed è stato sufficientemente studiato. La gente non cerca altro che essere rafforzata nei suoi convincimenti e dà credito a qualsiasi cosa, proveniente da qualsiasi fonte, vada in questa direzione. La “bufala” non viene mai messa a confronto, non se ne cercano conferme. Se la bufala incontra il nostro pregiudizio viene automaticamente accettata come autentica.

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Costituzione, internet, saperi

Scrive cose molto belle, rivoluzionarie e appassionate, Stefano Rodotà nel suo già giustamente molto citato articolo su una Costituzione per  Internet.
Ad esempio:  "Non si può, in nome dell’efficienza, modellare il rapporto tra le amministrazioni e i loro cittadini adottando il solo criterio della ‘soddisfazione del consumatore’ o seguendo la via pericolosa di grandi collegamento tra le banche dati in mano pubblica." Dove mi sembra molto interessante l’enunciazione di un conflitto d’interessi tutto interno ai consumatori, i quali sono i primi ad accettare di vedere liquidati i propri diritti in nome di una via facile alle cose.
E aggiunge: "Non si possono far prevalere in Internet le logiche puramente di mercato, deprimendo appunto le utilizzazioni "civiche" e facendo nascere vecchie e nuove forme di censura". Scarosanto.
E conclude:  "Non si può recintare la conoscenza, attribuendo un primato a superate logiche proprietarie. Non si può, in definitiva, far sì che le tecnologie del controllo oscurino quelle della libertà." (corsivo mio)

Confesso che quando ho letto queste ultime due frasi ho fatto un metaforico sobbalzo sulla sedia.
Per lavoro mi occupo e ho un ruolo anche di un certo rilievo (modestamente) nel movimento che si occupa della diffusione secondo un nuovo modello ("open access") della letteratura scientifica.
In questo contesto ci si batte per riuscire a far tornare nelle mani dell’accademia (che la produce con finanziamenti pubblici) i risultati della ricerche, ora nelle mani dei grandi editori internazionali, che a fronte di spese di pubblicazione ridotte dal graduale ma incessante passaggio all’elettronico, aumentano di anno in anno i costi dell’accesso alle pubblicazioni, con il risultato che l’università X paga 2 volte la ricerca pubblicata sulla rivista Y (con i fondi asegnati al ricercatore e poi abbonandosi alle riviste: si tratta sempre e comunque soldi pubblici, provenienti dalle tasse dei cittadini).

Non sono sicuro di avere capito bene quanto afferma Rodotà. In tutto l’articolo si riferisce essenzialmente ai pericoli che corrono i consumatori di internet in relazione alla violabilità dei loro diritti di privacy. L’uomo tracciato non è un uomo libero.
Qui però, mi pare, vada oltre.
E dice: il cittadino cibernauta non solo è controllato; non solo è vittima di un sistema che non gli dà garanzie di accesso democratico. Ma è anche vittima di una ingiusta allocazione dei diritti di proprietà delle risorse messe in gioco nella comunicazione virtuale. E questo è un pericolo per la diffusione della conoscenza. Rodotà sembra insomma mettere insieme controllo  nel senso di ‘ispezione’ e controllo nell’accezione di ‘detenzione di diritti’, di ‘dominio’.

Che questo si cominci a dire nel mondo generalista della cultura tout-court, e non soltanto di quella specialistica della ricerca scientifica, mi sembra cosa veramente molto buona e molto giusta.

Categorie:cultura, internet

Vero o falso?

Christian Raimo e Nicola Lagioia firmano e dunque, si presume, hanno scritto un racconto, ora pubblicato su Nazione Indiana 2.0 nel quale un io narrante racconta determinate cose.

I salaci commentatori si scatenano senza dubitare un solo secondo che la materia raccontata siatotalmente autobiografica.

Come Giulio Mozzi in almeno due occasioni (quelle che io ricordo) è dovuto intervenire uno dei due autori a calmare gli animi rivelando (!) che fatti, nomi e circostanze sono frutto della fantasia e ogni rapporto con la realtà e puramente casuale.

Ora, io trovo interessante questo fraintedimento reiterato. Anche se nel caso di Raimo-Lagioia lo trovo anche francamente imbarazzante (per chi ha scritto i commenti).
Questa ostinazione a credere che sia sempre tutto vero.
Manifestata da gente che normalmente si firma nei modi piu’ fantasiosi e sulla cui identità nessuno potrebbe garantire alcunché.
Come se solo gli scrittori – o assimilati, nel mio caso – siano tenuti a dire la verità, solo la verità nient’altro che la verità. Con il risultato, un po’ triste, di ridurre la letteratura (online in particolare) ad un indovinello enigmistico o, se vogliamo vedere la cosa da un piano ontologico – di fraintendere la funzione della letteratura, che attiene alla Verità, e non alla verità.
Un testo pubblicato su un blog di quanti asterischi ha bisogno per instradare il lettore verso la sua corretta interpretazione? Se non basta neppure la firma di scrittori veri? Possibile che i lettori di blog siano in possesso di una così modesta dotazione di strumenti ermeneutici?

Cui prodest?

Venticinque anni fa un critico cinematografico, o un regista  che per il suo lavoro avesse avuto la necessità di visionare determinati film, doveva mettere in conto faticose richieste in luoghi poco accessibili come cineteche nazionali in posti probabilmente lontani da casa sua; e alla fine si sarebbe accontentato di documentazione indiretta, come libri, riviste eccetera. Poi sono arrivate le videocassette e poi i DVD e tutto è cambiato.
Lo stesso con internet (con Google, in particolare). Chiunque abbia bisogno di confermare un dato utile a ciò che sta scrivendo (la data di nascita di uno scrittore poco famoso, la bibliografia completa delle opera di Husserl, e cose così) senza alzare le chiappe dalla propria comoda, o scomoda (come nel mio caso) sedia, in pochi secondi soddisfa le sue necessità senza dover lavarsi, vestirsi, prendere l’autobus, o il treno, e andare alla più vicina biblioteca nazionale.
Bene. Questa facilità di accedere alle fonti a vostro parere ha migliorato la qualità di ciò che si vede, di ciò che si legge?

No.
Allora non serve a niente?
L’aumento della disponibilità di dati, materiali o immateriali, inevitabilmente raggiunge lo strato medio della popolazione interessata al suo consumo (giacché chi pratica professioni intellettuali, o di ricerca, se ne giova solo per motivi eminentemente pratici, non sostanziali: alla più vicina biblioteca/cineteca nazionale ci sarebbe comunque andato). E dallo strato medio, non ci si può attendere altro che risultati medi.
La grandezza attinge dallo scarto della probabilità.
Laddove “il mediocre è sempre anche probabile e l’uomo medio è anche il sedimento di ogni probabilità.”
(Musil, L’uomo senza qualità, p. 1061)

Categorie:cultura, discorsi, internet