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Archive for the ‘scrivere’ Category

La scrittura che salva. Homer & Langley, di E.L. Doctorow

24 agosto 2015 1 commento

Due perfetti esempi di come la scrittura possa manipolare la realtà, migliorandola, conferendo alla parola scritta la capacità di aggiungere valore, e penetrare meglio nel mistero della verità delle cose.

In Homer & Langley E.L. Doctorow racconta la “vera storia” di due eccentrici fratelli, Homer e Langley Collyer, uno dei quali cieco, che attirarono l’attenzione dei newyorchesi e della stampa, alla fine degli anni quaranta, a causa del loro stravagante modo di vivere.

Langley Collyer

Langley Collyer

Avevano infatti scelto di recludersi all’interno della loro casa sulla 5th Avenue dove, salvo pochissime sortite nel mondo esterno, vissero e morirono sepolti da tonnellate di immondizia, montagne di libri ed ogni genere di oggetti accumulati nel corso di quasi mezzo secolo, privi dell’elettricità, del gas, e infine anche dell’acqua.

Apriamo Wikipedia: “Homer Lusk Collyer (New York, 6 novembre 1881 – 21 marzo 1947) e Langley Collyer (New York, 3 ottobre 1885 – 9 marzo 1947) sono stati due fratelli statunitensi noti per la loro natura ossessivo-compulsiva, nota anche come disposofobia o “sindrome dei fratelli Collyer”. Leggi tutto…

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Categorie:letture, scrivere

Il mondo come creatività e rappresentazione

Quelli che sostengono che parlar male a prescindere di Masterpiece sia snob hanno qui pane per i loro dentini aguzzi e famelici. Io infatti non ho visto Masterpiece, forse ne vedrò qualche spezzone in futuro, ma lo stesso mi arrogo il diritto di parlarne. Male.

Ho letto molto su Masterpiece. Non i fiumi di Tweet sarcastici di cui si parla (il direttore di RaiTre, Vianello, ne è comprensibilmente entusiasta), ma articoli interessanti e ponderati. Come questo, di Fabio Viola, o questo di Andrea Coccia, che ne ha scritto anche qui (Linkiesta ha dedicato parecchio spazio a questo programma, per la gioia del Vianello, evidentemente).

Le tesi a sfavore si possono riassumere nel concetto che la scrittura, l’atto della scrittura, individuale, intimo, legittimamente autoreferenziale fino a quando non diventa dialogo con un lettore potenziale, non si concilia con un format tipo Masterchef o X-Factor. O anche Amici, o tutti quelli che conosciamo. Con i “Talent”, insomma.

Scrive Fabio Viola:
“Masterpiece è invece un’operazione che fa leva senza il minimo scrupolo sull’ambizione, quella più truce e volgare, quella che non si fa forte del talento, la delusion della creatività, la sfacciataggine con cui siamo arrivati a sentirci in diritto di proporci come scrittori senza possedere i basilari strumenti culturali che ci dissuaderebbero dall’intento per umiltà, rispetto e amore del bello.”
E conclude:
“Di cosa si tratta, allora? Di una parodia della slavina di italiani con velleità scrittorie? Di far esporre per puro sadismo persone illuse di avere un talento? Della versione televisiva di un corso di scrittura creativa – solo che qui, alla fine, se vinci pubblichi con Bompiani? Della conferma ufficiale che in Italia i broccoletti sono il corrispettivo del soma di Huxley? Magari tutte queste cose insieme, e mille altre che non vediamo, accecati dal moralismo. Comunque, con un pizzico di goliardia, Masterpiece lo si poteva chiamare Yes we can! (che in italiano si dice “cani e porci”).”

Da quello che si capisce il problema sta nel fatto che la scrittura, non tanto come atto solipsistico (potrebbe non esserlo, in fondo, e raggiungere comunque un livello almeno dignitoso, sebbene seriale ma con un po’ di fortuna intrigante), ma proprio come atto creativo, non può sottostare alle regole di un talent show. Leggi tutto…

Orizzonti di gloria

Avevo intenzione di scrivere una cosa un po’ provocatoria, ma poi ho letto da qualche parte che il succo di quello che volevo dire l’aveva già detto Pier Paolo Pasolini negli anni sessanta, nel 1967, per la precisione: “non scrivo più poesie da due o tre anni. Questo non me lo sarei mai aspettato. Perché non scrivo più? Perché ho perduto il destinatario. Non vedo più con chi dialogare usando quella sincerità addirittura crudele che è tipica della poesia. Ho creduto per tanti anni che un destinatario delle mie ‘confessioni’ esistesse. Mi sono dunque accorto che non esiste“.

Quello che avrei voluto scrivere era più o meno la stessa cosa. Non riferita a me stesso, ma al romanzo, alla letteratura in genere, così come la si pratica in Italia. Desidero spezzare una lancia in favore degli scrittori italiani, che pure fanno poco, nella stragrande maggioranza dei casi, per meritare tanta benevolenza.

Penso che  in Italia (più che altrove) sia estremamente difficile che si produca buona letteratura innovativa, che dica cose nuove in un modo nuovo, perché è praticamente impossibile che possa parlare ad un destinatario che capisca quello che si vuole raccontare perché, appunto, il destinatario non c’è. Perché la gente è sostanzialmente stupida. O meglio: instupidita, avendo avuto cancellate dalla televisione e da altri generi di conforto distribuiti dall’industria diciamo così culturale intere zone di materia cerebrale.

Si parlava una volta di “orizzonte d’attesa”, fortunata espressione coniata da Hans Jauss, nel suo fondamentale “Perché la storia della letteratura?”, scritto, guarda caso, nel 1967 (fra l’altro il titolo originale è molto più incisivo e pertinente: “Literaturgeschichte als Provokation der Literaturwissenshaft”: la storia della letteratura come provocazione della letteratura).

Quale può essere l’orizzonte d’attesa di uno scrittore che oggi voglia scrivere un romanzo che non assecondi il gusto corrivo dominante? Non ci può provare neanche. Scrivere, ce lo dice in modo chiarificatore Pasolini, è un dialogo con un lettore. Un dialogo è un rapporto alla pari. Se questo rapporto è inficiato dal sospetto che non di dialogo si tratti, ma di un monologo, o peggio, di una lezione cattedratica, lo scrittore dovrà necessariamente tacere. Per scelta, come per Pasolini, o per una forma di implicita afasia, di impossibilità apriori di esprimersi in un idioma condiviso (per idioma mi riferisco a lingua, idee, forme).
Ogni tentativo, apprezzabile e benvenuto, scende dall’alto come un miracolo, ma non semina, e men che meno produce un raccolto.
Questi tentativi purtroppo non sono sufficienti. Non basta né la buona volontà, né la necessaria arroganza tipica di ogni avanguardia culturale. Non si semina su un terreno pietroso.

(tutto questo vale anche per il cinema)
(dall’accusa di stupidità sono ovviamente esclusi tutti i lettori di questo blog)

Cose che non mi piacciono nei romanzi (italiani)

Agosto. Nella serena quiete dell’estate (karaoke che iniziano alle 2:30 am, discoteche che non chiudono mai, fanciulli schiamazzanti sulla spiaggia, zanzare fameliche a ogni ora del giorno e della notte, incuranti di zampironi e Vape) cosa c’è di meglio che levarsi qualche sassolino dalle ciabatte rigorosamente non-infradito a proposito di come si scrivono romanzi in Italia (e non)?

Quello che segue è un elenco provvisorio di vezzi e malcostumi che mi piacerebbe che i nostri giovani autori fossero in grado di evitare. Si tratta, in genere, appunto, di vizi/vezzi, concessioni modaiole che con un minimo di autocontrollo, sono sicuro, potrebbero essere tranquillamente espunte, in modo da rendere più personale lo stile di ciascuno.

  1. Nei dialoghi, esplicitare le pause in questo modo:
    – Hai capito cosa ti ho detto?
    –  …
    –  …
  2. Usare il font Arial 12 quando si cita una e-mail, trascrivendone intestazione e destinatario come fosse davvero una e-mail.
  3. Coniare formule aggettivali come “molto milenesco” (relativo a Milena): se lo fa David Foster Wallace non solo non significa che lo si debba fare anche noi; significa che non dobbiamo farlo anche noi.
  4. Titolare i capitoli con riassuntini settecenteschi: “Qui comincia l’avventura – dove Ciccio Formaggio incontra Tazio Ruvidelli e ne trae una lezione di vita…” Se quest’abitudine è stata eliminata dal romanzo novecentesco un motivo ci deve essere.
  5. Eccedere in corsivi significativi (come ho fatto io in questo post), per suggerire che quello che si sta scrivendo sotto-sotto nasconde significati assai profondi che danno un senso del tutto diverso alla corrività dell’enunciato.
  6. Rendere personaggi altrimenti descritti come poco intelligenti, improvvisamente ironici e autoconsapevoli, regalandogli in modo del tutto inappropriato l’ironia e la consapevolezza dello scrittore, che proprio non ce la fa a starsene tranquillo e invisibile dietro i fatti che racconta (evidentemente poco interessanti di per sé e che secondo lui necessitano, quindi, di essere nobilitati con una sovrabbondanza di acume psicologico che l’autore, osservante di regole postmoderne – discutibili o no, non lo so – non ritiene abbastanza moderno attribuirsi esplicitamente).

Per ora è tutto, credo.

Categorie:apprendista, scrivere

I racconti (di John Cheever, in particolare – con qualche spoiler)

Quando ero un aspirante scrittore avevo il complesso del racconto. Un complesso che si accompagnava a un paradosso. Il complesso era quello di non ritenermi in grado di scrivere dei buoni racconti. Il paradosso consisteva, e consiste ancora, nel fatto che sebbene sia risaputo che i racconti non li legge nessuno, tanto più quelli di un esordiente, e ancora meno di un gruppo di esordienti, o giù di lì, l’unica cosa che di tanto in tanto ti viene richiesto di scrivere, o sei costretto a scrivere, sono proprio i racconti. Perché sono brevi, perché non sono impegnativi, perché è più facile montare una raccolta di racconti a tema (il caffè, i sogni, la carta dei diritti universali dell’uomo, il calcio, gli ABBA), che non impegnarsi nella pubblicazione di un romanzo di un perfetto sconosciuto. Nessuno leggerà i primi, come nessuno leggerà il secondo, ma almeno dieci autori garantiscono un bacino di utenza un po’ più ampio di uno solo (fratelli, genitori, amici, cugini). Funziona così: l’autore ne compra o, se è fortunato, ne riceve un certo numero di copie. Quando gli arriva a casa il pacchetto con le sue venti copie, lo apre con una certa emozione, ne apre una copia, legge solo il proprio racconto, quindi, soddisfatto, lo richiude sognando di vendere le altre copie ad amici compiacenti al termine della presentazione che terrà in una piccola libreria alternativa.

Quindi, se da una parte ero consapevole della mia limitatezza, racconti ho sempre dovuto scriverne: per partecipare ad un concorso, o accogliendo la richiesta di un amico. Devo dire, con alterna fortuna. Di qualche racconto sono soddisfatto, o anche molto soddisfatto, qualcuno è stato pubblicato da qualche parte, o si è ben piazzato in un concorso nazionale. Ma questo non è stato sufficiente a rendermi mai pienamente soddisfatto del mio modo di scrivere racconti. Per questo ogni volta che leggevo (leggo ancora oggi) una raccolta di racconti non mi limitavo a godere di una bella esperienza di lettura; ma li studiavo, ne analizzavo la struttura, le clausole ricorrenti, i trucchi, la perfetta dinamica interna dei personaggi, lo sviluppo del climax, gli incipit e gli explicit, convinto che un bravo scrittore di racconti in serie (alla Carver, alla Hemingway) debba avere per forza una cassetta degli attrezzi, un codice segreto che gli permetta di produrre racconti in serie, soccorrendolo in caso di un deficit di immaginazione.

Purtroppo non sono mai riuscito a scoprire alcun trucco, alcuna formula magica. Un bel racconto, come dice Cortàzar, deve essere come un incontro di pugilato che si concluda con un KO, e questo accade non così frequentemente e sempre per merito di un’intuizione narrativa, non certo di uno schema. E quello che ho scoperto, leggendo racconti, è che ogni bel racconto è un’opera unica e irripetibile. E quando capita di leggere una raccolta di 61 racconti, quasi tutti bellissimi di John Cheever, non resta che accettare il fatto che si tratta di 61 racconti diversi l’uno dall’altro e ognuno con una specificità, carattere, forza narrativa.

E’ vero che quasi sempre vi si trovi un  gruppo familiare, all’interno del quale spesso covano contrasti e risentimenti; è vero che spesso i protagonisti sono messi in rapporto con avvenimenti fuori dalla norma per vedere che tipo di reazioni hanno.
Ma se in “Addio fratello mio” Cheever non giocasse in modo eccezionale fra la verità dell’Io narrante e quella del fratello Lawrence, proponendoci come indiscutibilmente “vera” la prima ma lasciandoci percepire fra le righe che invece è il fratello ad aver  capito tutto della loro famiglia; se in “Una radio straordinaria” il risentimento fra un marito affettuoso e premuroso, e una moglie apparentemente  pudica e sorpresa dalla insospettabile cattiveria del mondo non esplodesse all’ultima pagina rivelandoci come il marito ne abbia piene le tasche dell’ipocrisia della moglie che non ha titolo alcuno per criticare la meschinità del mondo dopo quello di cui si è macchiata nel loro recente passato; se in “Oh, città dei sogni infranti!”, al di là del topos del provinciale che cerca di fare fortuna a Broadway, uno dei produttori cialtroni in cui si imbatte il protagonista non venisse colto nell’atto di spazzarsi da solo la lurida anticamera del ancor più lurido ufficio, e la segretaria offrire al giovane scrittore uova fresche che porta ogni mattina dal New Jersey; se non fosse grazie ad una cameriera che involontariamente ascolta una discussione fra i protagonisti di “Gli Hartley” che veniamo a sapere che i due non vanno assolutamente d’accordo come vorrebbero far credere, e come l’autore – pur onnisciente! – avvalora, non fornendoci alcun indizio su come stiano realmente le cose, e che anzi si sono già separati una volta e la loro vacanza in montagna non è che un patetico tentativo di lui di ripercorrere luoghi dove una volta erano stati felici, nella speranza di rivitalizzare il loro matrimonio in agonia; se insomma non ci fossero i dettagli, o un’improvvisa, inattesa sterzata del punto di vista, se insomma non ci fosse una tecnica narrativa fuori del comune, un’intuizione emotiva, un rovesciamento che spiazza il lettore, una deviazione dallo standard, non basterebbero i temi ricorsivi, le strutture portanti ripetute a fare dei racconti di John Cheever ognuno un piccolo capolavoro.

Un po’ di citazioni sull’argomento “racconti”. http://it.search.wordpress.com/?q=racconti&site=eziotarantino.wordpress.com

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Calchi postmoderni (Jennifer Egan e David Foster Wallace)

4 aprile 2012 4 commenti

Jennifer EganIl tempo è un bastardo, di Jennifer Egan  è stato definito “un’enorme epopea ottocentesca travestita da pastiche postmoderno” (Cathleen Schine su The New York Review of Books). Non saprei dirlo meglio. E’ questa cosa qui.  Ma se il libro è un bellissimo libro (perché lo è davvero) non è solo in virtù della sua forma, ma di quello che ci sta dentro. Non so se sia una epopea ottocentesca. Di  sicuro i personaggi che lo attraversano come puntini schizzati di un’entropia controllata, sono memorabili, le loro storie durature e l’ambientazione così nitida da apparire quasi abbagliante.

Non ho ancora finito il libro, quindi non ne parlerò e non mi sogno di darne un giudizio definitivo. Tuttavia sono arrivato a un punto sul quale avrei due parole da spendere. Proprio a proposito del pastiche postmoderno.
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La regola violata del Truman Show

Continuiamo la lettura del romanzo di Raoul Montanari, Chiudi gli occhi.

A pagina 45 l’autore introduce un personaggio nuovo: don Alfio. A pagina 47, dopo 87 righe, e 9 scambi di battute con Dora e Gilberto, in parte puramente “di ambiente”, in parte legati al nucleo principale della storia (il ritorno in paese di Andrea Livolsi, presunto assassino della sorella di Dora), veniamo a conoscenza di una serie di particolari segreti e incoffessati: “Si sentiva un macigno dentro, quacosa che lo trascinava sul fondo della memoria. O di quello che una volta chiamava coscienza”; “questo è il mio vecchio incubo che ritorna, pensò. Credeva di aver sistemati i conti” (pag. 47).
Questo commento introspettivo è il primo che l’autore dedica a don Alfio, di cui fin ora si era “visto” qualche gesto, e “sentita” la voce, e nulla più. Di qui in avanti assistiamo a un crescendo di informazioni “extradiegetiche” sul personaggio che lasciano pochi dubbi al lettore. Pochissimi.
“Io sono uno specialista della finzione” (pag. 48, riga 3); “tutto quello che faccio dalla mattina alla sera è una fnzione” (48, 4-5); “ma fingere con te stesso è diverso” (48,6); “la faccenda di 13 anni fa è stata troppo schifosa” (48,7); “ecco una mano, esce dal fango e ti tira giù” (48,10).
Diavolo di un prete.

Ma c’è bisogno di avere subito, immediatamente, tutte queste informazioni? Non si poteva giocare con questa figura rassicurante, retta, e piano piano farci incuriosire? Nessun margine al dubbio, all’immaginazione, al sospetto. Niente aria intorno, nessuna divagazione, false piste, suspance: una brutale tomografia assiale computerizzata.
No, non ce n’è bisogno. Anzi, avremmo bisogno proprio del contrario.

Lo scrittore ha il compito di trasmettere dei segnali. Un codice complesso che deve fecondare nell’immaginazione del lettore. Non dati di fatto.  O almeno, una consapevolezza che comunque sposti il baricentro dell’attenzione dal dato all’idea del dato.
Il lettore vive in un regime di libertà condizionata, felicemente inconsapevole attore di un misterioso e affascinante personaleTruman Show.
Il grado di soddisfazione del lettore, insieme ad altre caratteristiche (la famosa sospensione dell’incredulità ne è una), è il prodotto della capacità dello scrittore di individuare il punto di equilibrio prima del quale la messa in scena risulta smascherata, e oltre il quale viene smarrito ogni contatto con il racconto (In entrambi i casi c’è una perdita di contatto con la magia del racconto).

Per l’Apprendista Scrittore: mentire, sviare, differire, ingannare, divagare, separare.
Con calma; senza fretta, con compassione, non conidentificazione.

[già pubblicato  sul blog Apprendistastregone.splinder.com, il 25/10/2005]