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“Americani so’ forti” (anche nel soccer)

[di RdB]

stadioIllinoisEccoci nel Midwest americano, nell’Illinois, ad assistere a una partita di calcio giovanile (16-17 anni). Si sfidano due scuole pubbliche. Lo stadio è bellissimo, pulito, con una capienza di circa 5.000 posti: due tribune, niente curve. Il campo è di erba sintetica, perché gli inverni di qui rendono complicata la gestione dell’erba naturale. Sul campo prevalgono le linee, per noi incomprensibili, del football americano. Si fa fatica a discernere le linee del soccer, tracciate in giallo. Ci si preoccupa un po’ per l’arbitro: come farà a vedere se un fallo è in area o fuori con tutte quelle tracce sul campo che si sovrappongono come in uno scarabocchio di Paul Klee?

È ora di iniziare. Le due squadre, i bianchi e i verdi, sono disposte al centro del campo. Inno nazionale americano, seguito con attenzione sacra da tutti; per questo è clamorosa negli USA la protesta di questi giorni di alcuni giocatori afroamericani del football che non hanno cantato l’inno (da noi non ci sarebbe stata nessuna polemica, ma con il nazionalismo americano non si scherza). Segue la chiamata individuale dei giocatori da parte dello speaker (si, c’è un commentatore in cabina di regia!), che fanno un passo in avanti e salutano la folla che applaude. Ogni squadra ha tre capitani, per dare più soddisfazioni ai ragazzi: una volta tanto l’America è più cencelliana dell’Italia. Tra i tifosi c’è un’incredibile, per gli standard italiani, presenza femminile: ci spiegano che quando la scuola gioca – e non importa che si tratti di basket, football, o soccer – tutti gli alunni/e devono fare il tifo, indipendentemente dalle competenze tecniche e dai gusti personali. È una delle tante manifestazioni di quella che gli statunitensi chiamano comunità, già intuita da Tocqueville nel suo “Viaggio in America” e sconosciuta in Italia.

Le squadre si radunano intorno alle panchine per gli ultimi consigli dei coach, mentre la musica prosegue: tutto è entertainment negli Stati Uniti. Sono le 19, una parte del match sarà giocata in notturna: l’illuminazione del campo è perfetta (e qui sovviene un ricordo personale, di quanto si affittava il campo in notturna a Roma, ai tempi del liceo, con quelle illuminazioni penose, da terzo mondo, con la palla impossibile da vedere, soprattutto nelle zone vicine alle bandierine dei corner, ma non solo lì). I tabelloni luminosi, dietro le due porte, ringraziano gli sponsor – negli Usa ci sono sempre sponsor privati – e offrono pubblicità.

La squadra dei verdi è prevalentemente ispanica, con figli di immigrati di paesi del Centro e del Sud America. La squadra dei bianchi è multietnica, con ragazzi di origine afro-americana, asiatica, italiana e, naturalmente, wasp. Ma sottolineare queste differenze, come facciamo noi italiani, è politically uncorrect. Tutti i ragazzi si sentono e sono americani.

La partita inizia. I tabelloni segnano il tempo a scendere, come nel basket. Due tempi da 40 minuti, senza recupero, e cambi illimitati, per fare giocare tutti: giustissimo. I verdi sono più tecnici, i bianchi più atletici. Ritmi molto alti: si intuisce che la preparazione atletica dei ragazzi è massacrante (si è capito anche guardando le performance degli atleti americani alle Olimpiadi di Rio). I verdi prendono l’iniziativa del gioco e colpiscono un palo. I bianchi reagiscono e segnano su punizione, approfittando della disattenzione del portiere che stava ancora sistemando la barriera. Poche proteste (in Italia sarebbe scoppiato un finimondo), perché i bianchi non avevano “chiamato la distanza”. Altro palo dei verdi alla fine del primo tempo. All’intervallo i tifosi corrono a mangiare qualcosa in un tavolo preparato ad hoc. Tra gli spettatori ci sono mamme, papà e fratelli/sorelle più piccoli dei giocatori, che vanno sfamati/e.

Inizia il secondo tempo. I verdi calano: avevano speso troppo nel primo tempo. I bianchi assumono l’iniziativa e per poco non raddoppiano. I verdi cercano un assalto disperato nel finale ma la difesa bianca resiste. Gioco corretto, leale, con poche ammonizioni e nessun fallo tattico. Il clima è molto più sereno rispetto all’Italia. Alla fine i giocatori vanno sotto la tribuna a ricevere complimenti e abbracci dei tifosi.

Come diceva Albertone, “americani so’ forti”.

Relativismi

1)

Simone Conte è uno dei due (l’altro è il più noto Diego Bianchi, quello di Gazebo) fantastici animatori della pagina Facebook dedicata alla Roma, Kansas City 1927. Il giorno della tragica finale di Coppa Italia ha twittato: “Una regola che se vuoi parlare delle curve ci dici quand’è l’ultima volta che sei stato in curva, poi valutiamo noi se ascoltarti”. (Twitter, http://twitter.com/SimonteCone/status/462682964028325889).

In italiano corrente: se non sai di cosa parli è meglio che te ne stai zitto. Ma esattamente che cosa si dovrebbe sapere? In risposta ad alcune critiche ricevute, sempre su Twitter Conte replica che le curve sono un mondo complesso che richiede ragionamenti complessi.
Ma è davvero così? Possibile che – al netto della sacrosanta pretesa di una complessità di ragionamento – non si possa, dall’esterno, rivendicare il diritto di piantare dei bei paletti e serenamente disporre al di qua e al di là i termini di un discorso di civiltà?

Che cosa dovrebbe essere negoziato attraverso il filtro della conoscenza? L’odio viscerale per concittadini che, nel caso dei tifosi romanisti, vivono a 200 km più a sud? L’odio razziale? La riesumazione di “ideali” nazifascisti spacciati per “valori”? L’idea di scontro sociale applicato al contesto di una partita di calcio?

2)

Dal palco del Concertone del Primo Maggio la rockstar Piero Pelù attacca il presidente del consiglio e segretario el PD Matteo Renzi definendolo giovialmente “boy-scout di Licio Gelli”, il che naturalmente suscita l’indignazione e le repliche dei fans di Renzi, che lo stesso Pelù bolla come “bastonate da camicie nere”.

La polemiche, in effetti, nei giorni successivi, trascende, facendo schierare molti dalla parte di Pelù. “Io sto con Pelù” in breve sembra diventare un meme identitario. Attaccare Renzi non si può! E’ lesa maestà! Ormai siamo in una dittatura!

Ora, definire Renzi un boy-scout di Licio Gelli mi sembra essere, senza ombra di alcun possibile dubbio, un’idiozia e una offesa che non c’entra con la politica e nemmeno con Renzi. E’ una balla, una menzogna pura e semplice. La domanda è: perciò uno può andare su un palco e davanti a centinaia di migliaia di persone può dire esattamente ciò che gli pare, insultando come gli pare il prossimo? Attaccare Renzi è legittimo e anzi doveroso, ma il modo conterà qualcosa? Il significato avrà o no più importanza del significante? O tutto è, di nuovo, relativo?

E’ giusto, ma non si può

In Argentina-Messico un esemplare caso di conflitto fra diritto e giustizia.
L’arbitro avrebbe dovuto annullare un gol in netto fuorigioco in virtù delle immagini trasmesse dal megaschermo dello stadio?
Ma a lui e al guardalinee il gol era parso regolare, e il regolamento non prevede che si possa cambiare idea guardando le immagini al rallentatore. Annullandolo avrebbe fatto una cosa giusta ma avrebbe violato la certezza del diritto (e se in un’altra occasione il megaschermo non ci fosse stato? le regole devono essere sempre applicabili)

Mondiali. Perché no

Si parla poco dei mondiali di calcio.
Sei impazzito??
Esatto, se ne parla poco. Meglio: se ne parla male. Meglio ancora: non importa a nessuno dei mondiali, e se ne parla a vanvera, con il fastidio di chi è in fondo obbligato a farlo.

Spiegati, ti prego.

Il calcio è un racconto di eroi. Almeno, lo è stato, ma in una consistente fetta di mondo lo è ancora. Da Città del Messico in giù, diciamo. E da Nizza in su.
Qui da noi in Italia il calcio è una merendina rancida, scaduta, che alla fine uno scarta e mangia con un certo disgusto.
–br–
Il calcio è una epopea lirica. E’ sogno e passione, identificazione e nazionalismo.
Qui da noi è campanilismo, quartierismo, palio corrotto, sangue infetto, retropalco dove si conusmano altri delitti, altre vendette.
La Nazionale non importa a nessuno.
Venti milioni di spettatori? Venti milioni di curiosi stanchi. Inappetenti, distratti, cinici.

In Sudafrica sono andati schiere di brasiliani, di argentini, ma anche di olandesi e probabilmente all’appello mancano solo i greci e si capisce perché. Ma non ne sono sicuro perché non ho visto le partite della Grecia.
Gli italiani se ne stanno a casa, davanti alla televisione, a sonnecchiare e a vomitare bile sul commissario tecnico, sui giocatori rimasti a casa.
Il racconto epico del calcio qui da noi è un lontano ricordo. In sudamerica chiudono gli uffici e le fabbriche quando gioca la Nazionale ai Mondiali.

E’ un bene o un male?
Forse è un bene. Ma forse no.
E’ un segno. Di un paese cambiato e non credo in meglio. E’ morta la passione popolare, sono rimasti i soldi e la squadra che vince tutto è una multinazionale apolide senz’anima.
in Italia non c’è più un’anima calcistica, non c’è un mito, neppure una sua controfigura, perché quelle che ci sono l’attuale commissario tecnico le lascia a casa. Contento lui.
L’Italia gioca un pessimo calcio, orrendo, noioso e privo di fantasia. E questo è un corollario di quello di cui sopra. Come potrebbe essere diversamente? La passione è morta anche per questo. Dove sono finiti gli eroi? Anche quelli fasulli, gli eroi sporchi e incoscienti delle nazionali sudamericane, gli Higuita, i Chilavert, i Valderrama, i Cubillas, gli Hugo Sanchez, angeli dalle facce sporche. A loro però la passione insana non è venuta meno. Anche senza eroi chiudono fabbriche e uffici. Perché la Nazionale è la speranza di un paese, è la gioia secca e folle di un riscatto che ha in sé la scommessa del fallimento, delle lacrime di un intero popolo.
L’Italia è una squadretta che somiglia al suo Paese. Solo i telecronisti della Rai sembra che non se ne accorgano. Le loro sembrano le telecronache di gente che non ha mai visto prima una partita di calcio. La più insignificante giocata diventa un’azione memorabile, i difetti sono veniali e alla fine il risultato è bugiardo.

In generale sono dei brutti mondiali. E il motivo è semplice: le squadre, anche le peggiori, hanno imparato tutte a difendersi. Difendersi bene non è facile, ma sempre più facile che attaccare.
E attaccare squadre arroccate in difesa non è mai facile. Impossibile se non si hanno campioni e fantasia.

Oggi ho visto l’Argentina. Ci gioca un certo Di Maria. Non lo conoscevo. Leggo che gioca (giocava) nel Benfica, in Portogallo. E’ fortissimo. E’ quello che un tempo si sarebbe definita un’ala. Oggi si dice esterno alto. Salta l’uomo, è rapido. Scopro che ha il passaporto italiano (almeno così sembrerebbe). E che oggi se lo è comprato il Real Madrid. Non ho detto: nell’Argentina gioca Messi, o Higuain (oggi 3 gol). Ho detto Di Maria. L’Italia non ce l’ha un Di Maria, neppure per sbaglio.

Ho visto la Germania. Ci gioca un certo Mesut Ozil, 22 anni, di origini turche. Un gran bel giocatore. Vivace, con personalità, libero di creare e di divertirsi. Da noi non ce n’è uno simile, neppure per sbaglio. Forse sì, ma sta a casa.

l’Italia è parcheggiata in un limbo dove si intravedono i campioni degli altri, che giudichiamo con la supponenza e la superbia di vecchi nobili falliti.

Poi, magari, i Mondiali li vinciamo noi. Perché la palla è rotonda.

Categorie:discorsi, football

Posticipo

11 gennaio 2009 4 commenti

A sorpresa una nuova poesia informatica

Nun ciò Sky
E manco Mediaset
(quella mai)
tremando sulla sedia
Me tocca da seguì
La Gazzetta sul piccì.

Paul Gascoigne

3 gennaio 2009 7 commenti

Paul Gascoigne era un genio. Lo pensavo pure quando giocava nella Lazio, la squadra nemica, per me romanista. A quei tempi pensavo: ma perché non lo abbiamo comprato noi? Questo qui è un genio.
Paul Gascoigne è un alcolista all’ultimo stadio e un drogato, più o meno come Maradona, ma mentre Maradona, almeno per ora, ce l’ha fatta, lui sembra irrimediabilmente perduto.
Paul Gascoigne è un uomo onesto perché sinceramente ammette: so che devo smettere, ma non so se ce la farò.
Paul Gascoigne ha una moglie che manda un figlio di dodici anni alla televisione a dire: vorrei che Paul Gascoigne non fosse mio padre, so che morirà presto e speriamo che presto sia prima possibile.
Paul Gascoigne picchia duro i fotografi all’uscita dei pub, e ogni tanto Paul Gascoigne va in galera.
Paul Gascoigne passa la notte di Natale chiuso in una stanza d’albergo, da solo, ubriaco, ce l’ha a morte con la moglie e piange per quello che ha detto il figlio (che, per inciso, lui sa che è la verità).
Paul Gascoigne entra ed esce dalle cliniche e gioca come un pazzo con Nintendo Wii.
Io sto con Paul Gascoigne.

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Spagna campione

Viva la Spagna e abbasso l’alemanno….

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