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Lacrime

Un paio di settimane fa, durante la prolusione in occasione dell’apertura dell’anno accademico dell’Università La Sapienza, al rettore Luigi Frati, nel pronunciare la seguente frase: “.. dobbiamo tenere presenti sempre quei principi di solidarietà che ci fanno riflettere, sempre, sui sacrifici di tante famiglie che credono nell’università come ascensore culturale e sociale, anche di fronte alle crescenti difficoltà economiche di questi tempi. Non vogliamo  perdere questi ragazzi per problemi di bisogno….” si è  rotta la voce (inaspettatamente, mi sentirei di dire dato che Frati siamo abituati a vederlo più spesso negli atteggiamenti documentati nella foto qui accanto), soffocata da un rigurgito di pianto, e con gli occhi umidi ha portato a termine il discorso fra gli applausi di convinta (mi sentirei di dire) solidarietà.

Ieri, come tutti sanno e molti hanno visto, il ministro Elsa Fornero non ce l’ha fatta a pronunciarla quella parola, sacrifici, è si è impantanata anche lei fra i singhiozzi.

Frati e Fornero hanno un paio di cose in comune (non di più, mi sentirei ancora di dire): gestiscono un significativo potere, e sono docenti universitari. In quanto docenti universitari sono persone abituate a confrontarsi, da una posizione di sicuro privilegio, formale e sostanziale, con i ragazzi che con le unghie e con i denti, con passione e incoscienza cercano di costruirsi un futuro. Per molti di loro si tratta di un futuro che vorrebbe riscattare una posizione sociale dei loro genitori che non sono stati altrettanto fortunati. Ma come sappiamo si sbagliano. I loro genitori, forse non si saranno laureati, ma hanno potuto godere di un sistema sociale che li ha in qualche misura garantiti, cosa che non è e certamente non sarà per questi ragazzi.

Il ministro Fornero e il rettore Frati, donna e uomo di potere, si sono trovati davanti il fallimento della loro missione, di educatori, di formatori, e di scienziati. La realtà non combacia con la teoria, quando si è chiamati concretamente a modificarla e non solo a disegnarne le coordinate ideologiche che ne dovrebbero essere l’architrave, scrivendone sulle riviste specializzate.  La contraddizione ha scatenato in entrambi un corto circuito, personalmente e oggettivamente virtuoso, perché sarebbe facile accusarli di ipocrisia, quando invece (mi sentirei di dire) si è trattato di una fuoriuscita inattesa di una debolezza profonda e autentica che non va utilizzata per giustificare, derubricare, correggere il giudizio critico sul merito delle loro azioni politiche o gestionali, di cui rispondono pienamente al netto di ogni sentimentalismo; ma che può essere utile per ricostruire un rapporto con il potere, che il berlusconismo ha compromesso rendendo i cittadini succubi di una falsa e stucchevole farsa populista fatta di grasse risate, volgarità e pacche sulle spalle che pagheremo per chissà quanti anni ancora. Di fronte all’inattesa epifania di quello che, se si vuole, può essere definito mero e inutile senso di colpa, mi trovo solidale, intanto perché non mi ritengo migliore di loro. E poi perché sinceramente alla verità , quale che sia (e quelle lacrime erano vere) ritengo sia doveroso dare credito.

La Riforma?

Aprite il link qui sotto. Due paginette dell'Associazione Italiana di Psicologia, molto chiare e concise. E mi evita di doverne scrivere (come avevo intenzione di fare).

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Cari ragazzi

27 aprile 2009 1 commento

Chi lavora nell’università sa che troppo spesso gli studenti sono "sopportati", sono "pesanti" nelle loro rivendicazioni, nelle loro richieste.
Non è sempre così, non è ovunque così. E’ logico.

Non so quale fosse il rapporto fra i docenti dell’Università dell’Aquila e i loro studenti. Immagino che non debba essere stato diverso da quello di altre università. I migliori professori dedicavano loro la giusta attenzione, si rendevano disponibili ai colloqui secondo il calendario e non mancavano alle lezioni; altri, immagino, avranno avuto un atteggiamento un po’ più brusco se non di fastidio.
Come dappertutto.

Leggendo i blog improvvisati per gestire l’emergenza dopo-terremoto, si leggono molti post dei docenti che si rivolgono agli studenti per comunicare loro l’evolversi della situazione (esami da concordare, tesi da correggere, darsi appuntamento nella Tendopoli a Coppito per una sessione di laurea, gestire insomma la quotidianità) con espressioni tanto comuni, quanto significative.

"Cari ragazzi", "cari allievi", "cari studenti".
Si percepisce una attenzione davvero affettuosa, davvero fondata sul rapporto Maestro-allievo che troppo spesso nelle nostre aule è piuttosto sfilacciato, se non del tutto assente.

E’ chiaro che la preoccupazione principale di chi lavora nell’università dell’Aquila è non vedersi abbandonare proprio ora da ragazzi giustamente preoccupati per il loro futuro. Molti non si reiscriveranno, per non parlare di coloro che debbono scegliere di farlo per la prima volta.

Ma non c’è alcun calcolo di sopravvivenza dietro quelle formule.
C’è la condivisione del dolore, la voglia di ricominciare e, forse, chissà, la riscoperta di una partecipazione alle preoccupazioni altrui che può essere la rifondazione (o la conferma) di un rapporto, la stipula di un nuovo patto fra generazioni.
Io ci vedo la scoperta della fiducia in questi ragazzi spauriti, troppo spesso veramente troppo "ignoranti", opportunisti e scansafatiche. Ma che deboli erano prima, debolisissimi sono ora, con il futuro improvvisamente colorato dell’azzurro delle tende e, in qualche caso, con la memoria improvvisamente adulta, a dover far i conti con la morte di un amico, del fidanzato, di un parente.

Spero che non abbandonino la loro Scuola, perché i legami che li uniranno per sempre ai loro maestri non credo che potranno trovarli in nessuna nuova università che li accoglierà come nuove immatricolazioni, numeri, ma non saprà niente di loro, e con loro non potrà condividere né il passato né il futuro.

[nella foto, una delle sedi della Facoltà di Lettere]

Oggi sciopero semantico

14 novembre 2008 4 commenti

Oggi c’è lo sciopero del mondo universitario contro i tagli già divenuti legge sello stato (L. 133/2008) e contro le proposte di riassetto dell’università.

Nel merito: sono ovviamente d’accordo. L’università è un pantano, la colpa è della casta baronale in combutta con quella politica, una sinergia devastante, altro che corporativa: massonica, direi.
La Gelmini, ormai lo sanno anche i sassi, non interviene sulla casta, sugli sprechi. A parole, certo, Nei fatti, taglia fondi alla ricerca, al personale, a tutte le strutture che producono scienza e conoscenza.

Qualche risultato la protesta lo ha ottenuto, sarebbe puerile e autolesionista non riconoscerlo (ma molto italiano: non si prendono mai per buoni i risultati ottenuti alzando la voce: quasi che ci sia più gusto a protestare che a vincere). Nulla sul fronte della scuola elementare (lì Tremonti aveva fissato evidentemente la linea del Piave). Qualcosa in più per l’università (tale era l’enormità delle decisioni prese).

Ho una certa età. Credo più nel dialogo che nell’autoaffermazione consolatoria. Mi sarebbe piaciuto che la protesta fosse consistita in un dibattito con il ministro, da svolgere all’università, per esempio nell’Aula magna della Sapienza, ripreso da telecamere impietose che avesse messo Gelmini con le sue spallucce al muro. Punto su punto, decretino su decretino. La forza della parola l’avrebbe schiacciata. Ne sono certo.
Lo dico perché ormai mi sembra che il problema della politica italiana (forse non solo italiana) è di significati che si danno alle parole e, di conseguenza, di comunicazione.

La lingua della politica è affetta da una specie di retrovirus (quel tipo di virus che, oltre a far danni, svolge compiti essenziali alla propria sopravvivenza) i cui sintomi consistono in continui sfasamenti semantici. Ognuno dà il significato che vuole a quello che dice, alle parole che usa.
La politica si è creata un idiosemantica cui attingere per affermarsi e difendersi dall’attacco della logica razionale.
Bisogna combattere questo virus con la forza della parola, della razionalità, del pensiero forte.

I casi recenti non si limitano alla Gelmini (che può parlare impunemente di riforma), ma anche al caso di Eluana Englaro: le parole sfuggono come essenze diaboliche al loro guscio semantico e svolazzano indisturbate, per cogliere bersagli facili.
Eutanasia, omicidio.
Ignazio Marino, medico e parlamentare PD: "La dignità della vita dal suo inizio alla sua fine naturale non si difende prolungando artificialmente un’agonia. Tale prolungamento come estensione assoluta del principio di Ippocrate potrebbe sfociare nell’idolatria della scienza e nella rinuncia all’umanesimo e persino nella rinuncia alla carità cristiana." (http://tinyurl.com/5mnxr6).

E ancora, su Repubblica di oggi: "Chi parla di omicidio e di eutanasia non sa quel che dice. Qui non si dà veleno per terminare la vita, si prende atto del fatto che la medicina non può più fare nulla, che non c’è più speranza".

Cosa c’è di ingiurioso per tacere di fronte a questo?

29 ottobre 2008 1 commento

Semplificare, semplificare!

29 ottobre 2008 1 commento

La citazione che vedete qui sotto è chiaro che si addice perfettamente anche al nostro sbrindellato paese.
La destra vince perché rassicura, perché dà voce politica alla tendenza alla semplificazione che normalmente alligna nell’animo medio di un popolo.

I ragazzi "di destra", o meno "politicizzati"  vogliono tornare a studiare perché a cosa serve bloccare le lezioni? a quale scopo?
Domande corrette se – al massimo della semplificazione – riterremmo di dover far seguire necessariamente un risultato concreto, tangibile, ad una inziativa qualsiasi.
Purtroppo non è così. In termini causa-effetto certo, bloccare le lezioni all’università non farà cambiare idea alla Gelmini. Ma le cose non sono mai così automatiche. Le azioni sociali non funzionano come un interruttore o un rubinetto, possono avere esiti misteriosi fra due anni, o fra due mesi.
Uno studente ha detto che tutto questo gli servirà nel suo futuro.

La protesta, poi, ha un valore relativo. Non assoluto. Se ogni giorno 5.000 studenti si radunano sotto il Senato e fanno baccano, è un fatto che va messo in relazione con tutte le altre occasioni in cui si è discussa la conversione in legge di un decreto del governo. Si è mai fatto? Si è fatto e con quali numeri? Questo ha senso. Mostrare il dissenso del paese in rapporto al passato, al silenzio, o al consenso.
Bloccare le lezioni è l’unico modo per esserci, per mostrare il proprio disgusto, la propria reale preoccupazione. Per essere vivi, non succubi. Per affermare i propri diritti, sperando ovviamente in un risultato, ma senza considerarlo a priori funzione della protesta.

Il decreto è stato convertito in legge. E’ una sonfitta? No. Loro hanno messo in campo l’autoritarismo di destra; gli studenti la loro passione civile, la loro speranza. Le squadre si sono messe in campo, hanno issato le loro bandiere. I giochi sono più chiari.

Una chiarezza "complicata", non immediatamente descrivibile in  una scala 1:1. Necessita di interpretazioni, di far frullare la materia cerebrale. Occorrono ingredienti creativi e ben assortiti. E’ la vita.

(che poi la politica debba essere in grado di esere sintesi delle complicazioni della vita è una cosa che molti, a sinistra, non hanno capito: sintesi, non livella, non format c: )

Autoritario, autoritaria.

28 ottobre 2008 1 commento

E’ autoritario colui, o colei, che non ascolta, non tiene in nessun conto le opinioni diverse dalle proprie, per imporle costi quel che costi. E’ autoritario, o autoritaria, colui o colei che non è disposto, disposta a cedere di un millimetro, radicato/-a in una convinzione assoluta (ab-soluta, sciolta da).
E’ autoritaria colei che finge di dare ascolto sapendo che non serve a nulla. Che offre una sola soluzione precostituita, presa senza alcun confronto. E’ autoritaria colei o colui che non avendo alcun titolo specifico per prendere decisioni, lo fa forte di una carica, contro ogni ragionevolezza, imponendo un punto di vista generico, frutto di considerazioni personali, indifferente alle posizioni contrarie di tutti coloro che saranno coinvolti dalle sue decisioni.
E’ autoritario e anche affetto da mania di grandezza. E’ un essere pericoloso e asociale. Che nega, cioè, il consesso sociale, come luogo deputato al confronto per l’elaborazione di una visione comune, magari di parte, ma almeno tendente ad una idea di condivisione, pur nello scontro. E’ autoritario perché fa conto sulla forza dei numeri, non della ragione.

A me fa orrore questa poveretta. Ostaggio dei suoi burattinai, manichino informe. Incapace di capire. Forte della sua stratosferica ignoranza. Mi fa proprio paura.