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Archive for the ‘cinema e film’ Category

The young Pope (o the Young Pop?)

6 dicembre 2016 1 commento

[la serie va vista in lingua originale. Tassativamente]

Non è una domanda o un artificio retorico per aprire il pezzo. Molti davvero domandano, a chi l’abbia visto: ma allora com’era questo Young Pope?

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Ave, Cesare!, di Joel e Ethan Coen

coenJoel e Ethan Coen, Ave, Cesare!, 2016

[le letture del martedì di RdB]

Un tributo al cinema, alla  Hollywood dei primi anni Cinquanta, pieno di partecipazione emotiva e, al tempo stesso, ironia. Un omaggio ai peplum, alla commedia brillante alla Lubitsch, al western, ai film acquatici, al musical. Una presa in giro del comunismo, con un ritratto esilarante di Marcuse (certo, impossibile da capire per i più giovani). Una descrizione perfetta della macchina del cinema e delle persone che gli girano intorno, a cominciare dai giornalisti.

Tutto questo, e molto altro, è “Ave, Cesare!” l’ultimo film dei fratelli Coen, tornati ai grandi livelli di Arizona Junior, Mister Hula Hoop e Fargo (ma non erano mai scesi molto in basso).  Sceneggiatura, regia, ricostruzione di interni ed esterni: tutto è perfetto in questi 107 minuti.  Dovendo scegliere una scena, propendiamo per quella del musical acquatico con l’amata Scarlett. Eccone un fac-simile

https://www.youtube.com/watch?v=xYW64moSLKg&feature=player_embedded.
Gli attori sono tutti bravi, ma domina Josh Brolin, che schiaccia perfino George Clooney.

Il piacere del cinema. The Hateful Eight, di Quentin Tarantino

hateful-eight-crossIl piacere del cinema. Il piacere del racconto. Tarantino a me personalmente non delude mai perché i suoi film, tutti, The Hateful Eight è l’ottavo, sono scritti e diretti per farci riscoprire il piacere del cinema come godimento primordiale. I film di Tarantino sono come un viaggio nell’età dell’oro del cinema (i classici con i quali tutti siamo cresciuti) e della vita, spostando le lancette biologiche al tempo dell’adolescenza, il momento in cui, non essendo più bambini ma non ancora adulti, si formano i desideri, e liberati dall’involucro dell’infanzia, si gode, ad esempio, della libertà che dà la rappresentazione giocosa della violenza (non come valore, ma come atto primitivo di suppurazione di tensioni inconsce), del riconoscimento, l’accettazione e la messa in prospettiva dei sentimenti più estremi, un impasto ibrido composto di bugie, inganno, amicizia, senso dell’onore, amore, onestà: il tutto senza ancora un codice disciplinante esterno e oppressivo (la “morale”). Il cinema per Tarantino è di per sé proiezione dell’adolescenza (non è il solo: per dire, tutto il cinema di Spielberg e Lucas è lo stesso), un contenitore di segreti da coltivare senza la previsione di una conseguente applicazione pratica; ma anzi congedati al termine dell’esperienza sensoriale acuta della visione nel buio di una grande sala, come fosse l’oasi da cui il viaggiatore si allontana per riprendere il cammino.

In questo continuo rifarsi ad una memoria condivisa – pubblica e privata – il divertimento che ne scaturisce è implicito: Tarantino trasmette la sua gioia nel rifare ogni volta Il Cinema, trasferendo in questo gioco di ruolo non solo i puri riferimenti contenutistici (le trame, le musiche, i personaggi, il mito), ma soprattutto lo sguardo, puro, incontaminato, con cui li abbiamo vissuti. Operazione, oltretutto, così esplicita da non far nulla per nasconderne lo scopo: che non è di rifare la Gioconda tale e quale, ma colorarla come Andy Worhol.

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Muccino, Pasolini e la parodia della democrazia

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Un giorno, in un futuro lontano, studieranno quello che è successo nei giorni scorsi nelle facoltà di sociologia della comunicazione. Per adesso ci limitiamo a guardare al tutto con un po’ di incredulità.

Allora, riassumendo: Gabriele Muccino sostiene che Pasolini non solo è un letterato prestato al cinema, ma che con la sua esperienza di dilettante allo sbaraglio ha, forse involontariamente – si spera – causato danni irreparabili alla nobile settima arte italica che aveva vissuto, almeno fino all’apparire sulla scena del poeta friulano, una stagione fulgida, presa ad esempio da tutto il pianeta (sia cinematicamente che cinematograficamente: cosa vuol dire non si sa, ma Muccino sembra che debba dimostrare di essere un po’ più colto di quanto uno non sarebbe portato a credere vedendo i suoi film).

Ora, si possono avere cento idee tutte diverse riguardo al cinema e alla maggior parte delle forme espressive, cinematiche e cinematografiche. Tutte legittime, se criticamente sostenute con argomenti e ragionamenti sostanziati da un’analisi critica per lo meno passabile. Sostenere però che il cinema di Pasolini (Mamma Roma, Accattone, La ricotta, Il Vangelo Secondo Matteo, Uccellacci uccellini….) sia un maldestro esercizio di stile di un fortunato dilettante dotato più di arroganza intellettuale che di talento, e che con il suo esempio ha contribuito a distruggere l’arte e l’industria cinematografica italiana è dire un’idiozia assoluta. E’ una tale sciocchezza che non consente neppure di essere discussa criticamente. E’ come se, è stato detto, Balotelli criticasse Roberto Baggio; o Bocelli Pavarotti. O Allevi, Beethoven. Una cosa così.

Come era ovvio, il post, uscito su Facebook, è stato seppellito da una valanga di critiche e di insulti (così sostiene il regista, personalmente non ho fatto a tempo a leggerli), con al conseguente immediata chiusura del profilo (dopo aver dichiarato che avrebbe serenamente continuato a dire quello che pensava, ostinatamente e orgogliosamente fuori dal coro, a Muccino qualcosa deve avergli fatto cambiare idea).

Perché penso che se ne occuperanno le facoltà di sociologia della comunicazione?

Perché è un perfetto esempio della falsa democrazia della rete e dei problemi che questa asimmetria comunicativa si porta dietro.

Muccino è un personaggio pubblico, abbastanza popolare, un regista di successo, con i suoi alti e bassi, comunque uno che gira negli Stati Uniti, eccetera. Muccino scrive in modo abbastanza provocatorio un post pieno di evidenti idiozie. Rivendica il diritto di esprimere il suo pensiero e in sostanza lamenta che questo diritto non gli sia stato concesso. Il fatto è che se un Muccino, un regista, e non un panettiere, o un giornalaio, o un dentista se ne esce con tali sciocchezze a proposito di un altro regista, considerato generalmente un grande regista, è naturale che diventi il bersaglio del dileggio, prima ancora che della critica. Ma Muccino, di fronte alla folla inferocita e dileggiante rimane comunque sul piedistallo dove stanno le celebrità. La folla ululante è indistinta, è vorace, vuole il sangue, ma è pur sempre folla, e alla fine Muccino chiude il profilo e la folla resta a bocca asciutta, facendo ritorno nell’ombra dell’anonimato. Muccino può passare da vittima della volgarità della folla che popola la rete. Può arrivare a sostenere, il Muccino, che in pratica non abbia il diritto di esprimere quello che pensa (aggirando abilmente il fatto che proprio il contenuto del suo pensiero è stata la causa del putiferio, non il diritto di esprimerlo o meno), pena la famosa gogna mediatica.

La comunicazione è comunque asimmetrica, e i commentatori hanno solo l’illusione di porsi sullo stesso livello della star, solo perché ne invadono la bacheca sbraitando. Il che è ovviamente un problema, perché l’aggressività verbale è comunque un dato di fatto oggettivo che nessuno dovrebbe essere costretto a tollerare. Dal suo punto di vista Muccino non ha fatto male a sbattere la porta: perché continuare ad aprire uno spazio perché migliaia di persone possano entrarvi insudiciandolo con un livore francamente insopportabile? Perché lo spazio di un possibile civico dibattito è sempre – o quasi sempre – occupato interamente dallo schiamazzo? Sarebbe stato diverso se le sue opinioni su PPP le avesse dette nel “salotto” di Fabio Fazio? La rete ha una specificità tale da veicolare meglio le stupidaggini? Evidentemente no. Rispetto al mondo analogico, quando c’erano solo la TV e i giornali, la rete dà alla folla il diritto di replica immediato (non-mediato). Questo ovviamente spiazza chi sta sul piedistallo, ma non cambia la natura della comunicazione. Perché aizzata, in questo caso dalla sciocchezza detta da una celebrità, la folla fa uso dei mezzi che ha: i forconi. Se un panettiere o un dentista avesse espresso quegli stessi concetti sarebbe stato bellamente ignorato. Ma Muccino è una regista, è un tipo di personaggio pubblico che, oltretutto, genera invidie o risentimenti a prescindere da quello che può o non può dire (fa film “facili”, non è “allineato”, non è nerd, è un po’ uno sfigato di successo). Uno come lui non può che ricevere il trattamento che ha ricevuto. Il che mette in luce in modo esemplare i limiti della Rete, che può armare perfino su argomenti squisitamente culturali o di costume eserciti disposti a tutto.

A tutto? Spento il PC Muccino torna a fare film, e noi a tirarci su le coperte perché la casa è fredda e domani ci aspetta una lunga giornata di lavoro.

[Aggiornamento ore 12:57]: Il profilo Facebook è ricomparso. Non era stato lui a chiuderlo, ma era stato sospeso da Facebook. Muccino insiste. Ha visto la Ricotta ma continua a ribadire che i suoi maestri sono altri: De Sica, Woody Allen, Bob Fosse, Altman, Griffith, Scorsese, Kubrick, Leone, Cassavetes…. E fin qui nulla da dire. Ognuno si sceglie i maestri che vuole. Peccato che questo non significhi non riconoscere la grandezza di quelli che non ti hanno all’atto pratico insegnato niente pur rimanendo grandissimi maestri. Io adoro Fellini ma – se avessi continuato a scrivere cinema – mai avrei scritto nulla di felliniano. Ma va oltre, il Muccino, qunado dice: “o ho criticato il Pasolini regista che ha di fatto impoverito e sgrammaticato il linguaggio cinematografico dell’epoca (altissimo sia in Italia che nel resto del mondo), per rendere (involontariamente) il mestiere del cineasta accessibile a chi di cinema sapeva molto poco o niente (come quasi tutti quelli che ora si divertono a deridermi o attaccarmi). Ecco, questa è e continua ad essere proprio un’idiozia.

L’ultimo film di Wenders

23 settembre 2015 Lascia un commento

win-wenders-berlinaleDomani (24 settembre) esce l’ultimo film di Wim Wenders, “Ritorno alla vita. Da qualche film in qua quasi ogni nuovo film di Wenders scatena, più che per i film di altri registi, una salve di commenti in fotocopia, in cui tutti dicono tutto e il suo contrario, spesso senza neppure aver visto il film (fa eccezione forse Il sale della terra, piaciuto un po’ a tutti, ma qui naturalmente il merito era di Salgado). Favorevoli e contrari tirano fuori sempre le stesse frasi, che come un buon cappotto di lana tornano utili per ogni nuova opera.

Su Facebook, con l’amico Gianni Montieri ne abbiamo collezionate un po’:

– Capolavoro
– Certo che ha perso smalto
– Grigio, cioè era meglio quando era grigio
– Che fotografia
– Come gira lui
– La storia è bella / la storia è un po’ debole
– Che brava la Gainsbourg
– Che palle la Gainsbourg
– Pure la storia dello scrittore che ricomincia a scrivere, però, che palle
– La casa in mezzo al niente, voglio le città
– il fascino del paesaggio
– Che bravo James Franco
– James chi?
– Ma la colonna sonora?
– Certo che il finale, è proprio Wenders
– Che malinconia
– Che cagata.
– Ormai Wenders fa solo bei documentari
– Si è rincoglionito
– Alla fine Wenders è sempre Wenders
– No, Wenders non è più Wenders
– Ma era meglio quando usava gli U2
– Cazzo, gli U2 erano merda
– Guarda, per me non ha fatto più niente di buono dopo Nel corso del tempo
– Nel corso del tempo se ne è andato a morire
– Si è montato la testa
– C’ha la moglie bona
– Meglio quando fa il fotografo
– Una volta qui era tutto Wenders
– E’ invecchiato male
– Wenders fa il verso a Wenders”

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Tipo e stereotipo. Il nome del figlio, di Francesca Archibugi

Francesca Archibugi, Il nome del figlio, 2015

Il-nome-del-figlioQual è la colpa da (fingere di) dover espiare? Di cosa devono farsi perdonare (e allo stesso tempo giustificare)? Perché continuare, ossessivamente, a (fingere di) dilaniarsi in questo autodafé (autoindulgente)? Qual è il danno che hanno (o fingono di aver) subito da piccoli?

Stiamo parlando della generazione fra i cinquanta e i sessant’anni. E del loro perverso e irrisolto, immaturo rapporto con la classe sociale che li ha partoriti, vezzeggiati, dato loro voce, volto, potere, quella sinistra radical-chic (gauche caviar, in Francia) che da almeno quarant’anni dà da mangiare a chi ne è parte e a chi la schernisce. Quasi sempre le due categorie coincidono.

terrazzaDa La terrazza (Ettore Scola, 1980) in poi, il côté intellettuale di una certa sinistra italiana si è costantemente prodotto in una sfiancante quanto ipocrita seduta di autocoscienza liberatoria, i cui ingredienti (la Memoria, la Nostalgia, l’Autoironia, la Graffiante Satira Politica, il Riscatto della Cultura) si mescolano producendo un miscuglio dal gusto che fingendosi acido finisce con il diventare quasi sempre mellifluo. Del resto è da lì che scrittori, sceneggiatori e registi provengono. Quello è il brodo di coltura della loro formazione: quello di una borghesia più o meno illuminata, più o meno consapevole dei propri limiti, ma comunque sempre ancorata alla ciambella di salvataggio gettata fortunosamente in mare dalla loro stessa ironia.

Il risultato è quasi sempre un impasto di disprezzo affettuoso, di odio-amore, di rifiuto-accettazione lacerante, sfiancante.

Estremamente interessante, per capire quanta forza abbia questa pulsione sadomasochista negli intellettuali italiani, è la trasposizione del film francese Le prénom (Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012), realizzata da Francesca Archibugi e Francesco Piccolo.

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Dal fantastico al fantasy? Da Basile e Garrone

4 giugno 2015 1 commento

Il racconto dei racconti_locandinaMatteo Garrone, Il racconto dei racconti, dalle fiabe di Giambattista Basile

Lo re de Roccaforte se ‘nnammora de la voce de na vecchia, e, gabbato da no dito revocato, la fa dormire co isso. Ma, addonatose de le rechieppe, la fa iettare pe na fenestra e, restanno appesa a n’arvolo, è fatata da sette fate e, deventata na bellissema giovana, lo re se la piglia pe mogliere. Ma l’autra sore, ‘nmediosa de la fortuna soia, pe farese bella se fa scortecare e more…”.

“No re, c’aveva poco penziero, cresce no pòlece granne quanto no crastato, lo quale fatto scortecare, offere la figlia pe premmio a chi conosce la pella. N’uerco la sente a l’adore e se piglia la prencepessa: ma da sette figli de na vecchia con autetante prove è liberata…

Cosa rimane delle novelle di Giambattista Basile che hanno ispirato il film di Matteo Garrone, al di là del titolo della raccolta e alle trame, alle quali si è tenuto più o meno fedele? Si può, in qualche modo, mettere a confronto l’operazione di Garrone con quella che fece Pasolini col Decameron di Boccaccio?

Entrambe le opere vanno messe in relazione con il mondo di cui sono espressione (o con il quale entrano in un rapporto dialettico). Il mondo che determinava l’urgenza poetica di Pasolini era quello della post-industrializzazione, dell’omologazione culturale contro la quale egli cercò in ogni modo di contrapporre i valori della veracità del popolare sottoproletario, della naturalità basica dell’essere umano incorrotto, colto prima della mutazione antropologica causata dal progresso, dalla televisione, dalla cultura di massa. Garrone ovviamente si trova a confrontarsi con uno scenario ben diverso. Il suo approccio alle novelle di Basile fa i conti più che altro con modelli culturali (letterari e cine-televisivi) degli ultimi anni: si può recuperare nella nobile tradizione letteraria italiana popolare una radice cólta del genere fantasy? E al dunque: Il racconto dei racconti è un fantasy “all’italiana”?
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Categorie:cinema e film