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Sprangata

11 ottobre 2011 1 commento

"Chiamate la polizia per proteggere la biblioteca da chi vuole bruciare i libri, non da chi vuole difenderla" (Marino Sinibaldi)

Di ritorno dalla triste, ma anche appassionata manifestazione tenuta davanti gli ingressi della Biblioteca nazionale centrale di Roma, chiusa e presidiata da un reparto della Squadra Mobile in assetto antisommossa, pensavo che in fondo noi bibliotecari siamo stati messi nella stessa condizione di quei poliziotti.
Le biblioteche chiudono per mancanza di fondi e di personale. E a noi bibliotecari non rimane che fare la guardia alle parole, ai libri, ai pensieri, alle immagini che teniamo sigillati dietro porte sprangate.

La biblioteca sprangata anche metaforicamente. Con i manganelli e i caschi e gli occhiali da sole incattiviti dall'attesa. Non ci sarebbe stato da menare le mani, questo era evidente, malgrado la presenza di qualche facinoroso/-a che, con la sua divisa d'ordinanza (felpa, cappuccio pantaloni militari larghi, slogan provocatori e inutili) faceva da triste contraltare alle divise blu dei celerini. Nessuno avrebbe potuto nemmeno per sbaglio alzare le mani su Christian Raimo, Emanuele Trevi,Giovanni Solimine, Andrea Marchitelli, Marino Sinibaldi, Nicola Lagioia, Stefano Catucci… I poliziotti stavano lì, annoiati a chiedersi perché.
Già. Perché.

La manifestazione (Carta batte forbice), organizzata dal gruppo dei TQ (scrittori trenta-quarantenni), dai bibliotecari e dagli occupanti del Teatro Valle, si sarebbe dovuta tenere all'interno della Biblioteca Nazionale e pare che il suo direttore, Avallone, aveva dato un assenso di massima, ma non formale. Buon senso avrebbe voluto che l'assenso di massima si trasformasse in assenso e basta. Ma, pare, al Ministero dei Beni culturali non l'hanno presa bene, e guidati dalla consueta paranoia anche un po' tafazzesca che caratterizza di recente ogni mossa del governo e dei suoi annessi, hanno intimato al solerte dirigente di inventarsi la balla dei tornelli guasti, e di cacciare gli sbalorditi utenti della biblioteca dopo averli identificati (!).

La biblioteca è stata quindi sprangata, umiliata, offesa, metaforicamente e non. Non era possibile accettare che un gruppo di cittadini un po' arrabbiati per come vanno le cose oggi in Italia nel campo culturale si desse convegno in un luogo simbolo della crisi, vittima di tagli selvaggi che ne stanno minando la sua stessa funzione.
E le altre biblioteche? Non se la passano meglio. All'università il personale che va in pensione non viene mai sostituito, ed è stato tagliato drasticamente il numero delle borse di collaborazione degli studenti, con il doppio brillante risultato di togliere una risorsa importante, per quanto esigua, per i ragazzi, e di impedire che le strutture possano restare aperte, non dirò fino alle dieci di sera o a mezzanotte, ma fino alle sei del pomeriggio, o il sabato mattino. E i libri, e le parole, e i pensieri restano al sicuro, dentro gli armadi, senza che nessuno possa impadronirsene, nel silenzio minaccioso che precede la scomparsa di qualcosa, piano piano.

Le biblioteche e la legge sul prezzo dei libri

Il primo agosto il Presidente dell'Associazione Italiana Biblioteche (AIB), Stefano Parise, ha scritto al Presidente della  Repubblica la seguente lettera (da qui)

al Presidente della Repubblica
ai Presidenti di Camera e Senato
ai Presidenti delle Commissioni cultura di Camera e Senato
e p.c. all’On. Levi

Signor Presidente,
desidero sottoporre alla Sua attenzione le conseguenze che la recente approvazione da parte del Senato della Repubblica del ddl Levi n. 2281-B, riguardante la nuova disciplina del prezzo dei libri, avrà sulle biblioteche italiane.

Il provvedimento dispone che la vendita di libri in favore di biblioteche, archivi, musei pubblici, istituzioni scolastiche e università (art. 2 c. 4 lett. b) possa essere effettuata con sconti fino ad una percentuale massima del 20 per cento sul prezzo di vendita fissato dall’editore. Questa previsione, che nelle intenzioni del legislatore deroga in senso positivo al tetto di sconto massimo fissato dalla norma (15 per cento), in realtà produrrà l’effetto opposto, compromettendo la possibilità di documentare adeguatamente nelle collezioni bibliotecarie la produzione editoriale corrente.
Le biblioteche, infatti, hanno goduto sino a questo momento di percentuali di sconto più elevate grazie alle politiche di vendita effettuate a loro favore direttamente dagli editori o dagli intermediari specializzati che competono sul mercato degli appalti pubblici di fornitura.
Questa situazione, determinata da dinamiche di libera competizione commerciale, ha compensato, almeno parzialmente, la significativa riduzione di risorse economiche disposta dagli enti titolari (lo Stato, gli Enti Locali e le Università in primis) a seguito degli interventi di contenimento della spesa pubblica emanati dal Governo; interventi che negli ultimi 5 anni hanno quasi dimezzato del peso delle biblioteche come acquirenti sul mercato editoriale, passato dal 5% del fatturato complessivo nel 2005 a circa il 3% nel 2010.

Da settembre, con l’entrata in vigore del DDL Levi, sarà come se sulle biblioteche d’Italia si abbattesse un’altra manovra finanziaria, che penalizzerà la possibilità di offrire servizi di accesso all’informazione e alla conoscenza di livello adeguato alle esigenze dei cittadini e toglierà strumenti di lavoro alla ricerca scientifica.
La nostra Associazione non è mai stata pregiudizialmente contraria all’esigenza di una regolamentazione che tutelasse le librerie indipendenti, un anello fondamentale nella filiera del libro e della lettura. Abbiamo tuttavia sottolineato l’esigenza di contemperare le specifiche esigenze dei diversi attori dell’intera filiera del libro, che non sono totalmente coincidenti.
La previsione di eccezioni per scuole e biblioteche, modellata su analoghi provvedimenti in vigore in alcuni Paesi comunitari, avrebbe dovuto tenere conto della carenza di politiche di sostegno, anche economico, da parte delle Istituzioni alle nostre biblioteche. Solo per fare un esempio relativo a due grandi aree metropolitane, l’indice di investimento pro-capite per il potenziamento delle dotazioni librarie nel 2008 era pari a 1,30 euro a Torino e 3,40 euro a Lione (dati IFLA – International Federation of Library Associations).

Per queste ragioni abbiamo sostenuto, inascoltati, la necessità di prevedere una piena esenzione per le biblioteche, che pur rientrando nella categoria dei “consumatori finali” rappresentano in realtà una categoria di mediatori della conoscenza e della cultura che agisce per rafforzare l’attitudine alla lettura e allo studio della popolazione e per favorire l’accesso ai prodotti editoriali; non, dunque, pericolosi concorrenti delle librerie ma preziosi alleati nella faticosa impresa di innalzare i livelli culturali della nazione e di aumentare la familiarità degli italiani con libri e lettura.

Le biblioteche offrono in forma gratuita un servizio pubblico di accesso alla cultura, alla conoscenza e all’informazione a tutti i cittadini, senza discriminazioni; forniscono un supporto a studenti, ricercatori e a quanti lavorano per creare le condizioni per una ripresa di competitività del Paese; conservano, valorizzano e trasmettono alle generazioni future attraverso le loro raccolte la memoria della nostra produzione culturale, che è il fondamento dell’identità nazionale. Temo che assolvere queste finalità a partire dal primo settembre sarà ancora più difficile.

Signor Presidente, se le biblioteche sono un bene comune come è possibile che una legge dello Stato non ne tenga conto?

Stefano Parise
Presidente AIB – Associazione Italiana Biblioteche

Tutto gratis!

Ma davvero l'accesso alla conoscenza, come vorrebbe Rodotà (vedi La Repubblica di un paio di giorni fa) attraverso Internet dovrebbe essere libero e gratuito per tutti? Come l'acqua? (in quanto diritti fondamentali per ogni persona – lo ha stabilito l'ONU, non Rodotà).
(l'acqua non è quasi mai gratuita: a Roma sì, perché ci sono le fontanelle e puoi berla o lavarci la macchina – già farci la doccia è abbastanza complicato).
(L'articolo di Rodotà è bello, comunque, va letto, è stimolante).
L'accesso alla conoscenza libera e gratuita per tutti è una bellissima cosa, ma drammaticamente falsa.
Io, per dire, sono disposto a pagare una sessantina di euro al mese per accedere a Internet (e telefonare) a una banda mediolarga (7 mega), e sul telefonino. E' tanto? poco? Tutti possono permetterselo?
E poi: perché a nessuno viene mai in mente di protestare quando, entrando in una libreria non gli è consentito di prendersi un libro e portarselo via così, senza pagare? Perché è considerato del tutto ovvio e progressista non pagare i diritti d'autore a chi ne ha diritto? O, quantomeno, le spese vive di produzione: se io ristampo i Promessi Sposi e li vendo in edicola, a nessuno suona strano che debba pagare un tot (poco) per entrarne in possesso. Perché in internet è dato per scontato che chi abbia digitalizzato  I Promessi sposi non abbia sostenuto spese e non abbia diritto di rivendicare il suo onesto guadagno?
Ovvio che io sono contento di trovare i Promessi sposi gratis in internet, quindi sono un bell'ipocrita. (magari i Promessi sposi, no).
Il copyleft è una gran bella cosa ma non mi sembra che escluda a priori una forma di guadagno. Quello che non mi è chiaro è perché la forma di guadagno è lecita se compro un libro (perché ci sono dei costi?) e diventa antipatica (no, non illecita, per carità) se la si pretende in rete (dove ci sono dei costi lo stesso).

Detto questo io sono e sarò sempre per l'Open access, che però è tutt'altra cosa. Cosa è? Leggevi Big deal (link qui accanto) e lo scoprirete.

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Patrie lettere

11 settembre 2008 Lascia un commento

Uno dei sintomi del malessere che affligge la letteratura italiana è che dei libri che si leggono (quelli che vendono molto) non si dovrebbe parlare.
Invece in Italia perché un libro venda (ma per vendere deve già possedere le caratteristiche di un libro che vende: facilità, abbondanti dialoghi, personaggi tipizzati e, ma questo non è necessario, numero di pagine superiore alle 500) si deve anche parlare: se ne deve scrivere sui giornali, lo si deve "pompare".

Uno pensa che sui giornali si dovrebbe parlare di quei libri che di loro non avrebbero le caratteristiche del libro popolare. E che quindi avrebbero difficoltà a farsi largo nel mercato. E tuttavia presentano alcune caratteristiche interessanti e culturalmente rilevanti tali da meritare che critici e giornalisti culturali ne parlino. Tutti gli altri si dovrebbero vendere da soli, con le loro stesse forze e gambe.

Il problema è che se non si fosse lanciato Faletti, Faletti (che ha le caratteristiche per vendere per suo conto) non avrebbe venduto. Così per Tullio Avoledo, per Paolo Giordano. Costui ha avuto addirittura bisogno di importanti premi letterari.

In Italia si deve parlare di un libro italiano perché si venda. E poiché alla fine si vendono i libri che si vendono, in Italia si parla solo dei libri che si vendono.

Minima poetica

Mi domandavo, l’altra sera, come e se una poetica potesse poggiare le proprie fondamenta su concetti come caos, anarchia, incoscienza e odio. E cercavo esempi in proposito.
Ho pensato a certi modelli di letteratura d’avanguardia, a poeti (artisti in genere) maledetti, alla cultura underground. Ho pensato a un certo tipo di teatro, a poeti più o meno etilisti o dediti all’assunzione (creativa, ça va sans dire) di sostanze allucinogene di varia natura….

[continua su La poesia e lo spirito]