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Un’estate con Montaigne, di Antoine Compagnon

Antoine Compagnon, Un’estate con Montaigne, 2014

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

Michel-de-MontaigneDocente di letteratura francese e comparata alla Sorbonne e alla Columbia University, nonché professore al Collège de France, Antoine Compagnon ha una conoscenza – direi una dimestichezza – con l’opera e il pensiero di Michel de Montaigne più unica che rara. Il suo Un’estate con Montaigne ha un’origine curiosa: nel 2012 un’emittente radiofonica francese gli propone una serie di micro-trasmissioni – giusto un paio di minuti ciascuna – da mandare in onda tutti i giorni all’ora del pranzo da luglio ad agosto. Tema: quella miniera di riflessioni, suggestioni, argomentazioni, pareri rappresentata dai Saggi di Montaigne. Non so, forse in Italia una trasmissione del genere sarebbe destinata a un fallimento inevitabile e clamoroso. In Francia, di clamoroso ha avuto il successo, tanto che l’idea di raccogliere il testo delle puntate in un libro è apparsa ovvia e consequenziale.

E infatti l’utilità di questo librino di poco più di cento pagine sta proprio nell’essere una guida veloce e ragionata nel vastissimo territorio dei Saggi, nell’individuare temi e opinioni da prendere come spunto per ulteriore riflessioni e, soprattutto, come stimolo per aprire i Saggi nei passi pertinenti. E l’attualità di un uomo del Cinquecento, la sua capacità di parlar alla mente e al cuore delle persone indipendentemente dal tempo e dal luogo in cui vivono, il suo sorprendente buon senso, appaiono in tutta la loro luminosa grandezza. La questione dell’altro ne è un chiaro esempio.

In un tempo, come il nostro, in cui l’altro è rappresentato dall’immigrante, dal credente di un’altra religione, dalla persona di altro colore o di altra preferenza sessuale, in un tempo in cui la diversità comunque declinata scuote il nostro torpore costringendoci a prendere atto di una scala di difficoltà imprevedibilmente variegata, possiamo scoprire che i nostri sono problemi antichi, e che qualcuno molto prima di noi ci ha offerto un ragionamento chiaro e lineare, in contrasto con l’immediato e istintivo atteggiamento di ripulsa che la diversità sempre scatena: quell’atteggiamento centripeto che ci fa rinchiudere nella nostra cultura. “Non parlo degli altri se non per meglio parlare di me stesso”: con una semplicità più efficace di tante dotte analisi, Montaigne chiarisce che il confronto con l’altro è un passaggio obbligato nella via che non possiamo non percorrere, quella che passo dopo passo ci avvicina a una migliore comprensione di noi stessi. “Non conosco scuola migliore per plasmare la propria vita che metterle sotto gli occhi senza posa la diversità di tante altre vite, idee, usanze, e farle assaporare così la perpetua varietà delle forme della nostra natura”. Lungi dall’essere un’opzione, lo sforzo di capire l’altro è ciò che ci fa capire noi stessi, e viceversa. Se vogliamo capire noi stessi, è attraverso l’altro che dobbiamo passare; e, di nuovo, viceversa.

La questione dell’altro fa emergere i tratti centrali del pensiero di Montaigne: il suo relativismo e il suo scetticismo. Apprezzare la diversità delle culture fa vacillare le certezze, mette a nudo l’inconsistenza di certi nostri assunti e la debolezza di certi nostri valori. Ma – mi affretto a precisare – si tratta di una versione sana di relativismo, ben lontana dall’ottusa affermazione secondo cui tutte le culture sono sullo stesso piano, e di una versione sana di scetticismo, che nulla ha a che vedere con il paralizzante atteggiamento che rifiuta ogni presa di posizione. È noto che, da sindaco di Bordeaux, le decisioni teoriche e pratiche di Montaigne erano improntate alla massima fermezza, specie in situazioni di grande subbuglio civile.

Ecco, buon senso, dubbio, pragmatismo: più che una lezione per uomini e donne di tutte le epoche.

Cosa vuol dire essere un ebreo sefardita: il pensiero di Abraham Yehoshua (19 aprile 2015)

30 aprile 2015 2 commenti

[alla conferenza con MaxUtri]

yehoshua1Nel corso del dibattito seguito alla mia recensione del romanzo Giuda di Amos Oz è stata segnalata una conferenza che avrebbe tenuto di lì a poco un altro grande scrittore israeliano, Abraham Yehoshua, presso la Reale Accademia di Spagna a Roma. Ed è stato anche suggerito che qualcuno dei partecipanti al dibattito vi andasse per poi far sapere di cosa si fosse parlato. Un resoconto della conferenza si può trovare a questo indirizzo: http://moked.it/blog/2015/04/20/qui-roma-sefarad-e-lidentita-virtuale/ ma, essendoci stato, ecco le mie impressioni.

Oggetto della conferenza era l’identità sefardita nel tempo e nello spazio. In particolare, si è trattato di una riflessione sulla peculiarità di tale tradizione ebraica spagnola (“Sefarad”, come ha ricordato lo scrittore, è il nome ebraico della Spagna). Cacciati nel 1492 dalla Spagna cattolica, i sefarditi sono infatti riusciti a influenzare profondamente anche gli ebrei non spagnoli distribuiti nell’arco del Mediterraneo. Naturale domandarsi dunque cosa ci possa mai essere di tanto singolare nella tradizione sefardita, e che valori potevano esserci nella penisola iberica da sedimentare così profondamente nella coscienza sefardita (“siete riusciti a espellere gli Ebrei dalla Spagna, ma non la Spagna da dentro di noi”, era il sentimento predominante dei profughi).

Non una curiosità puramente erudita, bensì una domanda molto personale per Yehoshua: “Sono un ebreo laico e senza legami con la Spagna, ma allora come mai mi dico ebreo sefardita?”

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Giuda, di Amos Oz

1 aprile 2015 23 commenti

Amos Oz, Giuda, 2014 (traduzione di Elena Loewenthal)

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

giuda_ozEssere pagati per conversare giusto un paio d’ore al giorno. Percepire un piccolo stipendio mensile, vitto e alloggio inclusi, per intrattenere in conversazione un uomo vecchio e semi-paralitico, colto e severo, che per il resto della giornata rimane da solo a leggere, scrivere e, sporadicamente, telefonare a vecchi e sempre più radi amici. Lo faremmo?

Shemuel, il giovane studente protagonista dell’ultimo romanzo di Amos Oz, lo fa, trasferendosi in una casa seminascosta di un quartiere periferico di Gerusalemme. Abbandonato dalla fidanzata, in panne con la scrittura della tesi di laurea dedicata alla figura di Gesù vista dagli ebrei, risoluto a non tornare nell’atmosfera asfissiante della casa paterna, decide di rispondere a un annuncio che reca questa singolare proposta. Accettarla è un passo cruciale per Shemuel, un tentativo di risolvere la crisi che lo sta attanagliando senza requie: vuol dire infatti lasciare gli studi, mettere una pietra sopra un progetto di vita in cui aveva fermamente creduto, cancellare le speranze che la famiglia aveva riposto in lui. Vuol dire tradire tutto ciò.

Il tradimento, appunto: ecco il fulcro su cui poggia questo straordinario romanzo ambientato negli ultimi mesi del 1959 in una Gerusalemme che mostra ancora ben visibili le ferite della guerra contro gli arabo-palestinesi risalente a una decina di anni prima, quella guerra che aveva insanguinato la nascita dello stato di Israele. Oltre al vecchio, nella casa vive solo una donna, Atalia. Brusca, di poca confidenza, misteriosa: il suo fascino non mancherà di toccare nel profondo il sensibilissimo Shemuel, il quale verrà a sapere che è la nuora del vecchio, e che suo marito è stato barbaramente trucidato e seviziato dagli arabi nella guerra a cui abbiamo appena fatto cenno. Ma nella casa aleggia anche il ricordo del padre di Atalia, ormai morto da anni: un intellettuale e politico di rilievo, che era stato sostenitore di una posizione minoritaria in seno all’Agenzia Ebraica. Credeva fermamente nella possibilità di creare due stati – uno arabo-palestinese e uno israeliano – che convivessero pacificamente l’uno accanto all’altro, e per tale motivo entrò in collisione con l’influente Ben Gurion, fu destituito dei suoi incarichi politici e progressivamente isolato. Shaltiel Abrabanel – questo il suo nome – era stato un “amico degli arabi”. Un traditore. Un Giuda.

Ma lo era stato davvero? E lo era Shemuel nei confronti di se stesso e della propria famiglia? Lo era il vecchio ormai disilluso rispetto alla politica aggressiva del governo israeliano? Lo era Atalia rispetto alla memoria del marito? Lo sono gli ebrei rispetto alla loro storia? E – domanda delle domande – Giuda, il traditore per antonomasia, ha veramente “tradito” Gesù?

Le interpretazioni alternative della vicenda di Giuda contenute nei Vangeli gnostici su cui Shemuel aveva basato la sua tesi di laurea ci consegnano una figura del tutto differente da quella a cui la tradizione ci ha abituati: Giuda come il più fedele e amorevole apostolo, come l’uomo che meglio di altri ha cooperato consapevolmente per l’affermazione della religione cristiana nel mondo, architettando insieme a Gesù i dettagli della sua nota impresa – impresa di cui perse il controllo.

Sulla scia di Philip Roth RdB rifletteva di recente sugli accordi e disaccordi tra le diverse anime dell’ebraismo contemporaneo dentro e fuori Israele. Questo romanzo non ci fa solo capire ancora una volta che qualsiasi spicchio di realtà è osservabile da prospettive diverse, non equivalenti tra loro e spesso cariche di sorprese; ci fa anche apprezzare – molto più di un dotto saggio di geopolitica – cosa significa vivere con occhi disincantati in uno stato ebraico, quello stato “che non sarebbe mai potuto sorgere perché sarebbe stata una contraddizione: se fosse sorto uno stato, non sarebbe stato ebraico, e se fosse stato ebraico non sarebbe potuto essere uno stato” (p. 52).

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Mondo uovo: dialogo veritiero con l’uovo di Colombo

Paolo Lagazzi, Mondo uovo: dialogo veritiero con l’uovo di Colombo, 2013

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

mondoUovo“Bei tempi quando alla Rai si potevano ascoltare trasmissioni come Le interviste impossibili…”, mi fa la Lina mentre chino il capo di lato per facilitarle il veloce sforbiciare di punta. “Interviste immaginarie di nostri intellettuali a grandi figure del passato: che ne so, Montezuma, Fedro, Socrate intervistati da Italo Calvino, Giorgio Manganelli, Edoardo Sanguineti. E molti di questi voli di fantasia sono stati pubblicati da Bompiani, Adelphi, Rizzoli…”. “Be’, se è per questo Paolo Lagazzi ha fatto di più: ha intervistato un oggetto”, tento di sbalordirla io. “E l’oggetto è nientepopodimeno che… l’uovo di Colombo! Nel senso di Cristoforo, naturalmente”.

In effetti è proprio così: Paolo Lagazzi ha immaginato un dialogo col celebre uovo di Colombo, l’ha scritto e recitato per la Radio Vaticana, e poi l’ha racchiuso in un prezioso librino corredato dai disegni di Laura De Luca e uscito per i tipi de La vita felice.

Ora, si chiederà, cosa mai può spingere a intervistare, non solo un oggetto, ma addirittura un oggetto che non è mai esistito – se, appropriatamente, consideriamo il famoso aneddoto come una leggenda e non come un dato storico? La risposta sta nell’aneddoto stesso. Tutti lo conosciamo: da poco tornato dal suo viaggio, l’ammiraglio genovese sfida alcuni commensali scettici sul valore della sua impresa (“potevamo farla tutti…”) a far stare un uovo ritto sul tavolo. E forse molti di noi, compresi quei commensali, sono rimasti delusi dalla banalità dello stratagemma colombiano: tac!, un colpo assestato all’uovo in modo secco e deciso contro il piano del tavolo, e il problema è risolto. Quella che non è affatto banale, però, è la conclusione di Colombo: “dite che avreste potuto farlo, ma solo io l’ho fatto!”. Senza dubbio questa miscela di astuzia e humour spiega molto dell’interesse di Lagazzi per l’uovo. Ma non tutto.

A ben vedere, lo stratagemma dell’uovo di Colombo appare come la ricapitolazione in miniatura della sua stessa gigantesca impresa marinara: entrambi sono frutto di uno slancio che porta a “infrangere le pseudocertezze medievali”. L’uovo, simbolo di quell’idea di purezza e perfezione di cui a lungo si è cibato il pensiero occidentale intriso di platonismo, quell’idea che – giusto per dirne una – ha indotto Piero della Francesca a farne pendere uno “al centro di una cupola di assoluto rigore geometrico da lui dipinta con mani di arcangelo”, fa il paio col vecchio continente, troneggiante all’interno di un universo geocentrico e antropocentrico che si voleva di ispirazione divina. Tac!, un colpo secco e deciso, e la visione di un mondo cristallino e unidimensionale si sgretola per lasciar posto a un “mondo come intarsio di identità e differenze”, privo di certezze granitiche e pensieri forti. Un mondo molto più nostro.

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Natale in casa Latella

5 febbraio 2015 1 commento

Natale in casa Cupiello, di Eduardo De Filippo, regia di Antonio Latella, 2014

[a teatro con MaxUtri]

natale_in_casa_cupiello_latella_-500x334È stata una gran fortuna essere riuscito ad assistere alla singolarissima e sorprendente messa in scena del capolavoro di Eduardo realizzata da Antonio Latella per il Teatro Argentina di Roma. Sorprendente, perché teatro (l’Argentina) e periodo (le vacanze di Natale) difficilmente facevano prevedere una rilettura nient’affatto convenzionale e – direi – “metafisica”. Prima di entrare nel merito di questa rilettura, vorrei sottolineare una caratteristica paradossale di questa regia: l’essere rigorosamente filologica (e dunque di grande rispetto nei confronti del testo originale) e, al contempo, di sostanziale stravolgimento.

In un palcoscenico riempito solo di una gigantesca luminosa cometa, e per il resto scarno e spoglio (una nudità che sembrerebbe alludere al fatto che la commedia è quella della vita, ed è dunque valida in tutte le epoche), all’inizio del primo atto i personaggi (tutti) si presentano davanti al pubblico in riga come soldatini, ciascuno a turno descrivendo se stesso, l’ambiente in cui compare, le battute che proferisce, sottolineando addirittura la punteggiatura di Eduardo. Le azioni vengono descritte anziché compiute, come se si stesse leggendo il testo.

Ma questo stratagemma è solo apparentemente filologico: innanzitutto perché già nel secondo atto non lo si sfrutta più, e poi perché a poco a poco si capisce che esso serve al regista per focalizzare i valori ritenuti immortali dal grande drammaturgo napoletano – in primis i valori della famiglia e della tradizione – prendendone però distanza critica e proiettandoli nella dimensione cosmica della vita, vista come una sfera dove agiscono forze contro cui volontà e propositi umani hanno ben poca presa. È nel secondo atto che comincia a prevalere tale dimensione metafisica – scettica e pessimista –, un secondo atto in cui risalta la moglie e madre, severa e disillusa, unica a rendersi conto della situazione in cui versano gli umani, in balia di forze cieche e sorde rispetto ai loro desideri, speranze, valori. Una donna che cerca di contrastare l’illusorio ottimismo del marito e di salvare caparbiamente il salvabile laddove nulla può essere salvato.

Il terzo e ultimo atto prende decisamente le distanze da Eduardo: Luca Cupiello, inutile reiteratore di una tradizione ormai vuota, giace nella culla di Betlemme offeso e stordito da un colpo apoplettico senza ritorno. È lui il Natale, è lui la personificazione di un salvatore impossibile, ignaro di un destino umano in cui i buoni sentimenti finiscono per sortire effetti nefasti e in cui nessuna sofferenza ci è risparmiata. Persino il figlio finisce per accorgersene: la sua finale riappacificazione col padre – simboleggiata dalla famosa risposta “sì, mi piace il presepe” – lo porta a un estremo atto d’amore, una specie di eutanasia: soffoca il padre con un cuscino, preferendone la morte alla rivelazione della tragicità dell’esistenza.

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Sunset park, di Paul Auster

30 dicembre 2014 1 commento

Paul Auster, Sunset Park, 2010

[letture dal coiffeur, di MaxUtri]

L’avevo già ammesso: a me Paul Auster piace, trovo che alcuni suoi libri siano davvero molto belli, che abbia una brillante immaginazione, una scioltezza linguistica non comune e una capacità di combinare livelli narrativi diversi in una medesima trama. Doti importanti anche se non sufficienti per fare un grande scrittore, si dirà, e concordo. “Ebbene com’è questo Sunset Park?”, mi chiede allora Lina. Senza dubbio le doti appena citate vi si ritrovano tutte. È un libro che si lascia leggere con scorrevolezza e attenzione, coinvolgendo pagina dopo pagina nelle vicende dei personaggi e sollecitando sapientemente la curiosità del lettore. In più, l’idea alla base del plot regge: affrontare la crisi che a partire dal 2008 ha devastato ampie fette della società statunitense per irradiarsi poi su scala mondiale all’interno dei paesi industrializzati.

Troviamo infatti il giovane protagonista Miles Heller che – abbandonate famiglia, università e città – si guadagna da vivere svuotando gli appartamenti sequestrati a quanti non sono più in grado di onorarne il mutuo, ottenuto a condizioni assai agevolate senza che le banche badassero troppo alla loro capacità solvente, come le cronache dell’epoca ci hanno puntualmente resocontato. Svuota gli appartamenti, ma prima fotografa gli oggetti abbandonati, collezionando scatto dopo scatto pezzi per una galleria della disperazione contemporanea. La crisi generale riflette la crisi personale di Miles, allontanatosi dalla famiglia paterna senza lasciare tracce, sopraffatto dal senso di colpa per la morte del fratellastro – figlio della seconda moglie del padre. Sette anni di lontananza senza mai dare un cenno di esistenza in vita, sette anni di crescita e maturazione della consapevolezza di sé. Le vicende del romanzo – che qui ovviamente non narriamo – lo portano a condividere con un ragazzo e due ragazze l’occupazione di una decrepita villa abbandonata da decenni nel cuore di Sunset Park, quartiere del distretto di Brooklyn, New York. L’occupazione abusiva durerà per parecchi mesi, fino al prevedibile epilogo finale.

Nel romanzo c’è però molto più di questo. Alla storia di Miles – che ricorda Holden Caulfield dell’ineguagliabile J. D. Salinger – Auster intreccia come forse solo lui sa fare altre storie e altre situazioni: quella del padre di Miles, fondatore di una piccola ma assai nota casa editrice che ha al suo attivo la pubblicazione di importanti scrittori statunitensi, e che deve fare ora i conti con le conseguenze della crisi sulle imprese commerciali, lacerato dalla prospettiva di disfarsi di buona parte del personale che in decenni ha contribuito a far diventare la casa editrice un patrimonio nel panorama nazionale; un padre che, oltre che a salvare la sua azienda, si trova a dover salvare anche il suo secondo matrimonio. Finirà per diventare il protagonista del romanzo: su di lui Auster sceglie infatti di concentrare la parte finale. E poi c’è la madre di Miles, una nota attrice del passato, lontana dalle scene da decenni, che prova a ritornare in auge accettando il ruolo di protagonista principale in una pièce teatrale. Riuscirà a risolvere la sua crisi, come ci riusciranno tutti i personaggi di questo romanzo fondamentalmente ottimista: i giovani occupanti la casa di Sunset Park e gli adulti impegnati a far fronte alle loro piccole grandi difficoltà esistenziali.

Ruolo fondamentale nell’impianto ottimistico del romanzo è svolto dall’ampia descrizione, più volte ripresa nel corso della narrazione, di un film del 1946, I migliori anni della nostra vita di William Wyler, film centrato su un’altra grande crisi attraversata dall’umanità: la Seconda guerra mondiale, crisi – di nuovo – sociale e individuale. Chiaro il parallelo tra i reduci del grande cataclisma, così duramente provati nel fisico e nel morale, e i personaggi del romanzo. E chiaro il messaggio che Auster ci vuole consegnare: tutto si risistema, a patto di lavorarci, tutto si supera, a patto di non perdere fiducia nell’avvenire – esattamente come ci dice il premio Oscar Wyler.

È un bel romanzo? Tolte le qualità narrative sopra riconosciute a Auster – che senz’altro rendono il libro un’ottima lettura –, difficile sopprimere l’impressione che si tratti di una costruzione letteraria con molta tecnica e poca capacità di aprire squarci negli aspetti più riposti della realtà umana, quegli aspetti che rivelano qualcosa di come siamo fatti noi indipendentemente dalle contingenze di un certo contesto storico e che fanno di uno scrittore un artista. Difficile sopprimere l’impressione che ormai Auster scriva solo per vendere. Difficile sopprimere l’impressione che la buona letteratura sia altrove.

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Canale Mussolini, di Antonio Pennacchi

4 settembre 2014 1 commento

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010

[con quella di oggi ritornano anche le “letture dal coiffeur”, di MaxUtri]

“Quali libri ha letto quest’estate?”, mi chiede immancabilmente la Lina non appena il lenzuolone rosso si adagia lieve a ricoprire con ampie onde il mio busto lasciando in vista solo testa e un pezzettino di collo. “Mah, libri… in realtà non sono un lettore così forte”, mi schermisco. “Ne ho letto uno solo, però assai bello. Bello e importante: 460 pagine di quelle che lasciano il segno”. Al che la curiosità della Lina sale a mille. “Perché è bello? E perché importante? Certo non perché ha vinto lo Strega nel 2010…”.

L’aggettivo “bello”, vogliono gli studiosi, qualifica per antonomasia un’opera d’arte. Tuttavia, non è per niente facile capire in cosa risieda la bellezza di un’opera, men che meno capire se i giudizi estetici che su quest’aggettivo si basano abbiano validità oggettiva oppure siano solo espressione delle emozioni e dei sentimenti personali di chi emette quei giudizi. Personalmente propendo per la possibilità che un giudizio del genere sia davvero oggettivo, e dunque per la possibilità che un romanzo non sia bello solo per me e qualcun altro, ma lo sia intrinsecamente. E Canale Mussolini ne è un esempio.

È bello perché arriva direttamente al cuore, con una prosa semplice, colloquiale, articolata, densa di innumerevoli racconti e aneddoti che come rivoli si staccano dalla storia principale imbastendo una complessa rete tematica che l’autore riesce sapientemente a governare evitando facili strappi o smagliature. È bello perché i dialoghi tra i personaggi sono spesso inframezzati da espressioni del dialetto veneto-pontino, un misto linguistico ormai scomparso e rimasto solo nella memoria dei vecchi. È bello perché mescolando realtà e fantasia rivela un pezzo della recente storia nazionale che ai più, me compreso, è nota solo a grandi linee. È bello perché, nonostante l’impianto realistico derivante dalla vicenda storica raccontata, a tratti la fantasia si libera arrivando a toccare un registro che sa di favola – o, come si direbbe di un classico romanzo sudamericano, che sa di realismo magico.

Tuttavia, è la vicenda storica che ha il netto sopravvento, e proprio questa rende il romanzo una lettura “importante”. Il canale Mussolini (oggi delle Acque alte) è come veniva chiamato il canale che, tra Latina e Cisterna di Latina, fu costruito durante il fascismo per bonificare le terre paludose dell’agro pontino. Si sa che allo scopo di rendere presto produttiva questa zona il governo fascista fece affluire famiglie contadine dal nord e dal centro Italia, ma come questo avvenne, in virtù di quali tragiche circostanze e a costo di quali incredibili peripezie, beh, questo è noto perlopiù solo ai discendenti di quelle famiglie grazie ai racconti tramandati di padre in figlio. È importante allora che si sappia come parte di quel che la nazione intera sarebbe diventata si deve al sacrificio di persone coraggiose e dedite all’usurante lavoro dei campi.

Importante soprattutto rendersi conto di come certe distinzioni tra destra e sinistra politica siano molto meno nette di quanto una viscerale e apparentemente connaturata vocazione italica alla dicotomia tra guelfi e ghibellini non abbia finito per imporre. L’insegnamento che possiamo ricavare dalla vicenda della famiglia Peruzzi (che il romanzo segue dagli inizi del Novecento sino al secondo dopoguerra, famiglia densissima di fratelli figli e nipoti, prima socialista, poi fascista, poi ancora aperta al “nuovo” portato dai soldati americani) è che nella vita quel che importa è, appunto, vivere, se non sopravvivere, un’impresa che non si può affrontare se non dotati di valori saldi. Quei valori che la storia italiana a venire avrebbe visto imprevedibilmente sbiadire.

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