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Il guardiano del frutteto, di Cormac McCarthy

Cormac Mc Carthy, Il guardiano del frutteto, 1965 (traduzione Silvia Pareschi)

 [le letture del martedì di RdB]

cormacmccarthyNel 1932 Franklin Delano Roosevelt divenne per la prima volta Presidente degli Stati Uniti. Il paese si trovava nel mezzo della Grande Depressione, iniziata con il crollo della Borsa nel 1929. L’economia era entrata in una spirale: caduta di consumi e investimenti, aumento di licenziamenti e disoccupazione, fallimenti di imprese e banche. La povertà era aumentata, in particolare nelle aree più depresse, le zone rurali. Tra queste vi era la regione degli Appalachi, che inizia a Est di Knoxville, nel Tennessee.

Nel 1933 Roosevelt creò la Tennessee Valley Authority. Era un’agenzia pubblica che attraverso un programma di investimenti – centrali idroelettriche, contrasto alle alluvioni, dighe, produzione di fertilizzanti – doveva migliorare le condizioni della popolazione in quelle aree. Fu un modello poi seguito in altri paesi, ad esempio in Italia con la creazione della Cassa per il Mezzogiorno. Quando il mercato non è in grado di assicurare lo sviluppo di aree depresse, lo Stato supplisce con investimenti pubblici (la facciamo finita subito, perché la discussione sarebbe noiosa).

Cormac McCarthy è nato nel Rhode Island, nel Nord-Est degli Stati Uniti, nel 1933. Nel 1937 il padre fu assunto come avvocato nell’ufficio legale dalla Tennessee Valley Authority. La famiglia dovette così trasferirsi a Knoxville. Il Tennessee della fine degli anni Trenta/inizio anni Quaranta è il teatro di questo primo romanzo di McCarthy, pubblicato nel 1965. Proviamo a pensare cosa sia passato per la testa del bambino Cormac quando a 4 anni lasciò il ricco Nord-Est per arrivare nel rurale Tennessee, dove rimase, con qualche interruzione, fino ai primi anni Sessanta.

Contrabbandieri. Distillatori illegali di whisky. Ladri. Balordi. Una società che non conosce la legge, dove nessuno paga le tasse e le case non sono registrate al catasto. Gli uomini scappano e lasciano le donne sole a badare ai figli. Empori e bar diroccati, che bruciano o crollano. Risse, dove ci scappa il morto. Sceriffi e poliziotti che picchiano duro. Siamo nella comunità rurale di Red Branch, ai piedi degli Appalachi. Il romanzo intreccia le storie di un contrabbandiere, di un ragazzo e di un vecchio ultraottantenne, che accoglie i poliziotti a fucilate quando cercano di avvicinarsi alla sua stamberga. È una storia di iniziazione per il ragazzo; di redde rationem per il contrabbandiere; di bilancio di una vita per il vecchio. È il Sud di Faulkner.

A McCarthy la natura interessa più degli uomini. La sua scrittura ha lo stesso legame assoluto con la natura di quella di Rigoni Stern. La natura è sacra: poiane, rane, procioni, opossum, pesci, aguglie, conigli, puma, cani fedeli fino al sacrificio, porciglioni, tarabusi, nebbie, piogge, fiumi, montagne, neve, rugiada, cieli di tutti i colori, calore della terra, argille, grano, felci, rampicanti, funghi, caprifogli, alberi, euforbie, porcili, piante imputridite, foglie. La natura è la religione di McCarthy. L’uomo scompare, la natura resta. McCarthy ha dichiarato in una intervista “Uno scrittore che non si confronta con la morte non è uno scrittore”.

Così finisce il romanzo: “Se ne sono andati tutti, ormai. Scappati, banditi nell’amore o nell’esilio, perduti, rovinati. Sole e vento percorrono ancora quella terra, per bruciare e scuotere gli alberi, l’erba. Di quella gente non rimane alcun incarnazione, alcun discendente, alcuna traccia. Sulle labbra della stirpe estranea che ora risiede in quei luoghi, i loro nomi sono mito, leggenda, polvere”. 

A 32 anni McCarthy lasciava intravedere i temi, i tempi e la lingua che avrebbe portato più tardi alla perfezione di “Suttree” e “Meridiano di sangue”.

Suttree, di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Suttree, 1979

[le letture del martedì di RdB]

cormacmccarthySuttree è il viaggio americano al termine della notte.

L’umanità di Suttree. Cornelius Buddy Suttree abbandona moglie e figlio e va a vivere su una casa galleggiante sul fiume. Siamo a Knoxville, Tennessee, nel 1951. Il padre aveva avvertito Suttree: posso dirti dove trovare la vita. “La vita è nei tribunali, negli affari, al governo. Nelle strade non succede niente. Nient’altro che una pantomima composta da impotenti e casi umani”. Per tutta risposta Suttree sceglie le strade. Vive pescando e vendendo pesci gatto e carpe al mercato. I suoi amici sono poveri, spesso senza tetto, vagabondi, sbandati, alcolizzati, neri e bianchi. Il più giovane di loro, Harrogate, il topo di campagna, finisce in carcere per strambe abitudini sessuali con i cocomeri. E’ un mondo di malattie, di cadaveri abbandonati nel fiume, di risse, di grandi sbronze, di mendicanti, di dormitori pubblici, di dormite in macchine, di botte nelle prigioni e fuori, di ospedali e manicomi, di morti di bambini, uomini e anziani, di scontri violenti dentro e fuori le famiglie, di puttane, di pescatori di molluschi di fiume, di ricordi di vite fallite e inutili. McCarthy, nel raccontare le storie di questi derelitti, rispetta la dignità di ognuno di loro. Qui sta la differenza con Celine. C’è una dignità nel predicatore laico, nel pescatore di tartarughe, nel ritirare le lenzi, nel vendere macchine usate, nel riparare le reti, nel costruirsi un’imbarcazione. Nel suo girovagare Suttree si innamora due volte. Se non piangerete nel leggere delle sue due storie, beh, vi assicuro, non avrete mai bisogno di un trapianto di cuore. E McCarthy riesce perfino a farci sorridere con le avventure comiche di Harrogate.

La lingua. I dialoghi sono secchi, senza virgolette, come McCarthy ci ha abituato. Ma scordatevi “La strada” (2006). A un’umanità distrutta, fa da contraltare una natura ritratta con toni barocchi, come in “Meridiano di sangue” (1985). La cura del lessico è maniacale nella descrizione  di piante, animali e oggetti. Leggerete di scisto, caprifoglio sommacchi, fitolacca, tarabuso, scirpi, kudzu, idiofono, egretta, rascia, lisciviazione, malva, rosticcio, efemera, ittero, zipolo, pterodattilo, cimmeri, cuspidina, ematite, coproliti, mucronate, flangiate, flange, ditole, silt, ferzo, picee, uose, isotropi di calicò, lamprede, cotiloide, argironete, sciuridi, gheriglio, oscillum, amaurotici, falasco, geena, istoplasmosi, sepiolite, aneroidi, gherlino. McCarthy sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda. È una lingua sontuosa, come ha già scritto Ezio in questo blog (https://blogsenzaqualita.wordpress.com/2010/04/16/suttree-di-cormac-mccarthy-il-canto-della-poverta/).

La morte e Dio. Un Dio invisibile, uscito dal Vecchio Testamento, punisce senza perché. Un cenciaiolo chiede a Suttree di seppellirlo quando arriverà la sua ora, offrendogli un dollaro di ricompensa, e si interroga sulla morte. Suttree gli chiede se crede in Dio. Il cenciaiolo risponde “Può darsi. Ma non vedo perché lui dovrebbe credere in me. Oh, mi piacerebbe parlarci un attimo, se potessi … Credo che gli direi semplicemente: Aspetta un secondo. Aspetta un secondo prima di darmi addosso. Prima che tu apra bocca vorrei solo saper una cosa. E lui direbbe: Che cosa? E allora io gli chiedo: Si può sapere perché mi hai messo in mezzo in questa partita a dadi quaggiù? Non ci ho mai capito un accidente. Suttree sorrise: E lui cosa credi che dirà? Il cenciaiolo sputò e si asciugò la bocca. Non credo che possa rispondere, disse. Non credo che ci sia una risposta”.

I personaggi di Suttree si chiedono perché vivono. Nell’ultima pagina del romanzo, McCarthy risponde che l’unica risposta è nella fuga dalla morte “Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo. Fuggili. Come consigliava Gadda agli aspiranti scrittori, ognuno dovrebbe porsi l’obiettivo di scrivere una frase con una sola parola (in inglese si tratta di due parole, fly them). A proposito, complimenti alla traduttrice Maurizia Balmelli, che ha saputo rendere in italiano l’inglese di McCarthy, le sue frasi aperte, infinite. Sui problemi di traduzione di Suttree potete leggere una bella intervista alla Balmelli (http://rivistatradurre.it/2011/04/mau-balmelli/).

I sogni e gli incubi. Suttree può essere avvicinato ai vagabondi di Mark Twain, a Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Ma, oltre allo stile, Suttree ha incubi, sogni, vedute magiche che lo legano ad altri ambiti. Siamo vicini alla tradizione dei racconti fantastici dell’Ottocento europeo e a Edgar Allan Poe. Suttree sogna di Atlantide e di mostruosi cortei medievali, beve pozioni di orrende streghe, ancora popolari nel povero Sud americano degli anni Cinquanta del Novecento. È un mondo di deliri, accoppiamenti mostruosi, visioni alla Blake, non si sa se ambientate nella preistoria o alla fine dell’universo.

Suttree è alla pari dei capolavori di Faulkner. Un Mezzogiorno americano pieno di violenza, sudore, fatica, sofferenza, disperazione e morte. Ma McCarthy ha assorbito altre culture, altre lingue (dai suoi viaggi in Europa e negli Usa? Dai suoi studi all’Università del Tennessee? Dalla sua esperienza di vita militare?) e le ha mischiate insieme per consegnarci un’opera che è ai vertici della letteratura americana del Novecento (per avere un’idea del suo mondo cfr. il sito “Searching for Suttree”, curato da Wes Morgan http://web.utk.edu/~wmorgan/Suttree/suttree.htm).

Meridiano di sangue, di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Meridiano di sangue, 1985
[le letture del martedì di RdB]

Qualche tempo fa avevo letto un giudizio di Harold Bloom, il grande critico letterario statunitense: “Meridiano di sangue è quasi come Moby Dick”. Avevo comprato il libro di McCarthy con qualche dubbio, data l’enormità del paragone. Ho divorato il romanzo e riconosco che il giudizio di Bloom è appena un po’ esagerato.

Meridiano di sangue è il western, come Moby Dick è il romanzo del mare. Siamo al  confine tra Stati Uniti e Messico, intorno al 1850. Un gruppo di uomini viene assoldato per difendere le popolazioni locali dalle incursioni degli indiani. Progressivamente la banda inizia a distruggere tutto ciò che incontra: non solo indiani, ma soldati messicani e americani, civili inermi, in un delirio crescente. Li comanda il giudice Holden, alto due metri, enorme, glabro, sessualmente ambiguo, figura di proto nazista, ma anche scienziato, giurista, teologo, geologo, erborista, prestigiatore, predicatore biblico. Nel west la violenza è il metro per misurare ogni cosa. Se si subisce un torto, non si avrà pace fino a quando il torto non sarà restituito. Leggevo “Meridiano di sangue” quando i marines americani sono entrati nel covo di Bin Laden per eliminarlo: il fatto mi è sembrato naturale e, a ripensarci, sia la mia riflessione sia l’incursione non erano del tutto scontate. Ho letto con orrore dei soldati americani che urinavano sui cadaveri dei nemici: è una cosa riprovevole, vile, ma è nulla a ciò che accade ai morti in Meridiano di sangue. Diversamente da altri autori – un esempio è Malaparte – in McCarthy non c’è nessun compiacimento nel descrivere la violenza. La violenza è una cosa naturale, come il sole che sorge e tramonta, e non può darsene una spiegazione.

Tommaso Pincio ha scritto un bellissima recensione del romanzo. Come me, è rimasto folgorato dalle pagine dove un gruppo di indiani massacra dei bianchi. Da dove vengono questi indiani? Vengono dal nulla, dalla pancia della terra, appaiono come una nuvola e come una nuvola spariscono. In Moby Dick Melville giocava su due piani: l’avventura del mare, le pesche avventurose, la lotta con la balena e poi, su un altro piano, le descrizioni naturalistiche, da biologo, da scienziato. Lo stesso fa McCarthy. In primo piano ci sono le avventure degli uomini, le sparatorie, le cavalcate, gli agguati, gli incendi, i massacri, gli inseguimenti. L’altro piano è la descrizione straordinaria della natura: albe, tramonti, alberi che bruciano, cieli, fiumi, venti, pietre, tempeste, orsi, bisonti, fiumi, avvoltoi sui cadaveri, antilopi, lupi, cavalli, pipistrelli, muli,cani, tori, grizzly. Il giudice Holden è Moby Dick, è il mostro imbattibile che non morirà mai. In Moby Dick Dio punisce il capitano Achab attraverso la balena bianca. In Meridiano di sangue non c’è nessun Dio, c’è solo l’ineluttabilità degli uomini e della natura.