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Deve scorrere il sangue

30 agosto 2010 5 commenti

Non a rivoli, fuori. Ma nelle vene, dentro. Deve scorrere il sangue dentro le storie, dentro la letteratura.

A dirlo è Ettore Bianciardi, su Stilos del mese di settembre. E aggiunge, a proposito del suo progetto editoriale "Stelle bianche", che è "l'esatto contrario delle case editrici attuali, perché sarà una casa editrice senza profitto: la letteratura è vita,  la vita è letteratura […] Se leggendo non si sente scorrere il sangue, allora non è letteratura, allora sì è mestiere, ma verrà immancabilmente rifiutata dal lettore. Chiedere un compenso per ciò? Mi sembra assurdo."

La ricetta di Bianciardi? Libri gratis online per tutti, e a pagamento, ma solo per il solo costo di stampa, se uno è proprio fissato con il libro tradizionale. "I nostri libri non saranno nelle librerie […] ma saranno distribuiti dal circuito della passione e della solidarietà".

E il diritto d'autore? "Il diritto d'autore è un crimine contro l'umanità perché toglie al lettore il suo inalienabile diritto naturale di leggere tutto quello che l'umanità produce".

E per finire: "Il romanzo elettronico rende inutile l'editore, almeno l'editore che conosciamo…"

Non sono d'accordo con nessuna di queste affermazioni. Eppure sono un lettore (come si dice: un lettore forte, uno che legge tanto e spende di conseguenza). Dovrei rallegrarmi di questa prospettiva paradisiaca. Leggere senza pagare.
Invece no. Per un motivo molto semplice. Mi disturba la visionarietà irrazionale. Forse alla lunga può risultare utile a far fare scatti in avanti della società culturale (che confrontandosi con un paradosso può produrre energie nuove per verificare la bontà o meno dei vecchi suoi meccanismi). Ma all'atto pratico mi sembra una insulsaggine e una provocazione fastidiosa.
Soprattutto per una ragione: tutto quello che viene detto qui è semplicemente falso.
La storia editoriale del mondo, dall'invenzione della stampa in qua, è storia di un'industria culturale che, a torto o a ragione, piaccia o non piaccia, ha incontrato l'indiscusso favore del pubblico.
Cos'è che rifiuterebbe il pubblico? La letteratura "come mestiere"? Cioè "La solitudine dei numeri primi?" Cioè i romanzi di Coelho? O, precipitando ancora più in giù, i legal thriller? i noir svedesi? Questo è ciò che il pubblico rifiuta?

Il diritto d'autore. Perché uno scrittore non dovrebbe trarre un beneficio economico per quello che fa, che lo occupa magari per dodici ore al giorno tutti i giorni? Di cosa dovrebbe vivere? Dovrebbe fare un altro lavoro? Certo, succede. Ma mica sempre.

Le case editrici. Bianciardi ammette che una casa editrice che scopre nuovi talenti, crede in loro, gli dà fiducia, è una buona casa editrice. Solo che le case editrici, oggi, sono tutte solo stampatori di libri. Dei tipografi. Su questo non si discute e non si argomenta neppure. E' così. Credeteci.

Se ne deduce che la sua casa editrice online e gratis per tutti farà questo: farà scouting, selezione, seguirà gli esordi con attenzione e pazienza, e poi pagherà le persone che faranno tutto questo e pagherà i server e la manutenzione degli stessi. Naturalmente questi soldi non gli deriveranno dalle vendite, che non esisteranno. Giacché non esistendo più l'oggetto-libro l'editore non ha nulla da vendere, giacché un bene immateriale per definizione non si vende. I soldi gli pioveranno dal cielo, probabilmente. Come la manna.

La domenica della vita

8 febbraio 2010 1 commento

Quasi ogni domenica imparo una cosa, anche piccola, dal celebre supplemento culturale del Sole 24 Ore.

Ieri, per esempio ho scoperto che sul suo blog, Margaret Atwood ha redatto il decalogo per contrastare il temibile "blocco dello scrittore" (così a memoria mi ricordo solo il punto 1, farsi una doccia, e il punto 5, mangiare del cioccolato almeno al 60% – orrore! almeno all’80 se proprio si deve…).

Ho poi scoperto l’esistenza di Alessandro Banda, del quale Giovanni Pacchiano, che cura la rubrica NarrItalia, dice che ha scritto "il libro di narrativa più importante degli anni Duemila", Dolcezze del rancore (Einaudi 2002, non più in commercio). Ammetto di non averlo mai sentito nominare.

Ho letto la non indispensabile stroncatura del bravissimo Roberto Escobar al film di Muccino (questo tipo di recensioni io le definisco "difensive": ho come l’impressione, infatti, che di tanto in tanto Escobar si trovi costretto ad occuparsi di titoli con cui potrebbe fare a meno di perdere tempo, come ha dovuto fare qualche settimana fa con il film di Verdone, per affermare un minimo di verità critica di fronte a recensioni-marchette che si leggono di tanto in tanto di qua e di là – no, non sui blog, ma su Repubblica, per esempio).

E infine ho letto questo brano di Roland Barthes, inserito in un volume, in uscita in Francia, che racchiude frammenti  che il grande critico aveva eliminato dalla sua autobiografia (Roland Barthes par Roland Barthes). Spiega la ragione del suo rifiuto di assumere droghe.

"… la coscienza (nel senso più banale del termine) è un piacere e non vuole perderne una briciola: gli è necessario assaggiare la vita nella sua asciuttezza. La vita nuda e cruda è già abbastanza romanzesca perché io debba affidarla, anche un solo istante, alla più piccola protesi percettiva o immaginativa (occhiali neri, droga, o romanzo confezionato)."

(il titolo del post è preso dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau)

Colpevoli o innocenti

O Luca Bianchini è un attore formidabile, o è innocente o, ed è l’ipotesi mi pare più accreditata, è vittima di un tale sdoppiamento della personalità da essere sincero nel proclamare la sua innocenza.

Al punto, pensavo, da esserlo esattamente come lo sarebbe ciascuno di noi. Come lo sarebbe chiunque. Nessuno di noi pensa di se stesso di essere lo supratore del Torrino, nello stesso identico modo in cui lo pensa Bianchini. Noi siamo sicuri di non esserlo, come ne è sicuro Bianchini.

Ne deriva che, da un punto di vista soggettivo, chiunque potrebbe essere lo stupratore del Torrino.

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Un miracolo

Di certe cose è meglio essere consapevoli. Permette di evitare errori, e di coltivare illusioni.
Io, di come funziona una casa editrice, delle scelte editoriali, del gusto del pubblico, delle strategie di marketing, del "fiuto", e forse della letteratura in genere non capisco assolutamente nulla. E’ bene che me lo ficchi nella zucca. E vi dico anche perché.

Se fosse capitato fra le mie mani il manoscritto di Uomini che odiano le donne, dopo che per circa 230 pagine non è successo praticamente nulla di interessante (se non un debole colpo di scena peraltro ottenuto grazie ad una scorrettezza, a un furbata dell’autore – ma non vi dirò quale, al più vi posso rimandare al bel saggio di Giulio Mozzi) non credo che l’avrei mai proposto per la pubblicazione.
Sbagliando della grossa, evidentemente.

E tuttavia è proprio così.
Succede una cosa interessante verso pagina 100, poi di nuovo nulla. Descrizioni dei personaggi appena introdotti (un po’ di background storico-psicologico, un po’ di descrizioni esteriori: come vanno vestiti, dove abitano ecc.), fatti raccontati in uno stile piano, leggiadro, inconsistente. Lo stile ottocentesco più collaudato.

Un libro vincente.
Un miracolo, ai miei occhi.

Cari ragazzi

27 aprile 2009 1 commento

Chi lavora nell’università sa che troppo spesso gli studenti sono "sopportati", sono "pesanti" nelle loro rivendicazioni, nelle loro richieste.
Non è sempre così, non è ovunque così. E’ logico.

Non so quale fosse il rapporto fra i docenti dell’Università dell’Aquila e i loro studenti. Immagino che non debba essere stato diverso da quello di altre università. I migliori professori dedicavano loro la giusta attenzione, si rendevano disponibili ai colloqui secondo il calendario e non mancavano alle lezioni; altri, immagino, avranno avuto un atteggiamento un po’ più brusco se non di fastidio.
Come dappertutto.

Leggendo i blog improvvisati per gestire l’emergenza dopo-terremoto, si leggono molti post dei docenti che si rivolgono agli studenti per comunicare loro l’evolversi della situazione (esami da concordare, tesi da correggere, darsi appuntamento nella Tendopoli a Coppito per una sessione di laurea, gestire insomma la quotidianità) con espressioni tanto comuni, quanto significative.

"Cari ragazzi", "cari allievi", "cari studenti".
Si percepisce una attenzione davvero affettuosa, davvero fondata sul rapporto Maestro-allievo che troppo spesso nelle nostre aule è piuttosto sfilacciato, se non del tutto assente.

E’ chiaro che la preoccupazione principale di chi lavora nell’università dell’Aquila è non vedersi abbandonare proprio ora da ragazzi giustamente preoccupati per il loro futuro. Molti non si reiscriveranno, per non parlare di coloro che debbono scegliere di farlo per la prima volta.

Ma non c’è alcun calcolo di sopravvivenza dietro quelle formule.
C’è la condivisione del dolore, la voglia di ricominciare e, forse, chissà, la riscoperta di una partecipazione alle preoccupazioni altrui che può essere la rifondazione (o la conferma) di un rapporto, la stipula di un nuovo patto fra generazioni.
Io ci vedo la scoperta della fiducia in questi ragazzi spauriti, troppo spesso veramente troppo "ignoranti", opportunisti e scansafatiche. Ma che deboli erano prima, debolisissimi sono ora, con il futuro improvvisamente colorato dell’azzurro delle tende e, in qualche caso, con la memoria improvvisamente adulta, a dover far i conti con la morte di un amico, del fidanzato, di un parente.

Spero che non abbandonino la loro Scuola, perché i legami che li uniranno per sempre ai loro maestri non credo che potranno trovarli in nessuna nuova università che li accoglierà come nuove immatricolazioni, numeri, ma non saprà niente di loro, e con loro non potrà condividere né il passato né il futuro.

[nella foto, una delle sedi della Facoltà di Lettere]

Appena cala il buio

25 gennaio 2009 3 commenti

La campagna elettorale di Alemanno, tuta centrata sulla "sicurezza" mostra oggi, drammaticamente, i suoi limiti, la sua tragica natura di imbroglio. Bello e buono.
Per almeno tre motivi quello di Alemanno e della destra tutta, non era stato altro che uno sterile abbaiare.

1) Roma era una città relativamente tranquilla, almeno a paragone con le altre più importanti metropoli mondiali, da Londra a New York, a Parigi. Che ci fosse una "sensazione" di crescendo della violenza ai danni di inermi cittadini era vero, ma la "sensazione" era sbagliata.

Roma è diversa dalle altre città, per una ragione secondo me abbastanza chiara per chi ci vive: a Roma, come in altre grandi città del sud, il contesto sociale all’interno del quale "normalmente" (per motivi storici, sociali ovvi) nasce e sviluppa la violenza privata è storicamente incluso nel tessuto della città. Roma è città popolare: il "popolo" non è antagonista della società civilizzata e borghese; il "popolo" coincide con l’idea stessa di città. Non è relegato da qualche parte, lontano, in banlieu divenuti con gli anni fortini della ribellione sociale. Non che non vi siano, a Roma, terrificanti periferie; ma l’humus cittadino è più complesso e mescolato.
Roma di Fellini racocnta benissimo tutto questo (non che il "popolo" sia naturalmente violento. Ma da che mondo è mondo la violenza attecchisce laddove è più alto il bisogno – è una malapianta della sottomissione sociale).
Questo dato caratteristico si va modificando ovviamente con l’arrivo delle comunità straniere che troppo spesso, purtroppo, per varie ragioni sono caratterizzate per un elevato tasso di violenza (specie sulle donne).

2) Ora, di fronte ad una sensazione sbagliata è stato facile per un Alemanno, che non pensava minimamente di vincere quelle elezioni, tuffarsi e "cavalcarla", come si dice in questi casi. Abbaiava, Alemanno, non cercava neppure di portare la questione su un piano di realtà. Cercava il consenso umorale di elettori impauriti. Tutto lì.
E’ stato un errore tattico enorme. Perché, nel contesto di una città relativamente tranquilla promettere la soluzione finale significava promettere che sarebbe stato impedito anche il più piccolo episodio di violenza, siginificava garantire la sicurezza pressoché totale. Il che, come si capisce, è semplicemente impossibile.
E così al primo caso di (purtroppo inevitabile) violenza la sua promessa si è rivelata inesigibile. Il suo approccio populista lo ha portato a promettere ciò che non avrebbe mai potuto mantenere. Il suo imepgno era la di fuori del possibile.

3) Perciò non gli resta che, letteralmente, militarizzare la città. Ogni angolo oscuro, ogni più recondito anfratto. Ogni strada del centro e della periferia. Uno scenario inquietante (e interessante, narrativamente parlando, se non ci fosse di mezzo la vita delle persone).
Errore madornale.
E’ ovvio che la sicurezza non si governa con i blindati. Lo può pensare una dittatura, non funziona così in democrazia. In democrazia a Primavalle, o a Torrevecchia, o a Tor Bella Monaca, si organizzano servizi sociali, si rendono le strade un luogo d’incontro interculturale e interrazziale, si consegnano alle associazioni le chiavi del quartiere, finanziando tutto ciò che può servire a fare uscire le persone, non a farle rinchiudere dentro casa. Perché è quando la gente si rintana in casa che le strade si fanno deserte ed è allora che al primo che si avventura là fuori qualcuno taglierà la gola.

La città ereditata dalle giunte di centrosinistra era una città con molti problemi irrisolti ma sostanzialmente allegra, non conflittuale. Una città vitale, piena di iniziative nei quartieri e nel centro.
Ora non si vede più nulla di tutto questo. Ora vedremo soldati andare su e giù con i loro pesanti anfibi, le loro cinture tecniche, i cappellini scivolati e mani grossolane,che sorridono ai passanti, alla "gente onesta" che si fida di loro, che li ringrazia, e va a rintanarsi in casa, appena cala il buio.

Paul Gascoigne

3 gennaio 2009 7 commenti

Paul Gascoigne era un genio. Lo pensavo pure quando giocava nella Lazio, la squadra nemica, per me romanista. A quei tempi pensavo: ma perché non lo abbiamo comprato noi? Questo qui è un genio.
Paul Gascoigne è un alcolista all’ultimo stadio e un drogato, più o meno come Maradona, ma mentre Maradona, almeno per ora, ce l’ha fatta, lui sembra irrimediabilmente perduto.
Paul Gascoigne è un uomo onesto perché sinceramente ammette: so che devo smettere, ma non so se ce la farò.
Paul Gascoigne ha una moglie che manda un figlio di dodici anni alla televisione a dire: vorrei che Paul Gascoigne non fosse mio padre, so che morirà presto e speriamo che presto sia prima possibile.
Paul Gascoigne picchia duro i fotografi all’uscita dei pub, e ogni tanto Paul Gascoigne va in galera.
Paul Gascoigne passa la notte di Natale chiuso in una stanza d’albergo, da solo, ubriaco, ce l’ha a morte con la moglie e piange per quello che ha detto il figlio (che, per inciso, lui sa che è la verità).
Paul Gascoigne entra ed esce dalle cliniche e gioca come un pazzo con Nintendo Wii.
Io sto con Paul Gascoigne.

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