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Top 100 delle università del mondo

30 agosto 2006 1 commento

Centesima! Fiuu!!

(non che le altre università europee stiano molto meglio, a dire il vero: Cambridge è seconda, Oxford decima, poi si deve scendere al 23° posto – Imperial College di Londra, al 27° per trovare qualcosa fuori dell’Inghilterra – Zurigo – ; la prima delle varie Sorbonne è 45esima.
La Sapienza, in Europa, è 34esima.

Le altre italiane, nell’ordine: Statale di Milano, Pisa, Firenze, Padova, Torino e Bologna.
In quali posizioni esattamente, se vi va, lo potete veder qui (file PDF).

Fonte: Università di Shangai, che ogni anno stila la classifica. L’anno scorso La Sapienza era 97esima.
Viva soddisfazione è stata manifestata dal Magnifico Rettore Guarini per l’ottimo risultato raggiunto: "Con questo riconoscimento – dice – viene affermata la realtà della nostra università, in particolar modo il coordinamento tra ricerca e didattica."

Il soldato Uri: una questione privata?

Qualche giorno fa ho scritto due righe su quello che stava succedendo in Libano. In particolare ero stato colpito dagli appelli dei tre scrittori, Yehoshua, Grossman e Oz: dal silenzio in cui erano stati fatti precipitare. E dal silenzio, imbarazzante, che ha circondato le parole, diverse ma analoghe, di Benedetto XVI.
Poi è successo che Uri Grossman venisse ucciso in combattimento.

Su Nazione Indiana Linnio Accorroni ricordava in un bell’articolo, l’emozione privata cui Grossman ha sempre fatto ricorso nei suoi “diari” di guerra: l’ansia per una figlio di ritorno da scuola; l’attesa di uno squillo al telefonino; la paura per una telefonata ad ore improprie… Come se la sua principale preoccupazione fosse “la conservazione della propria specie, del proprio genos, della propria famiglia, più che della Tribù d’Israele.”


La morte del figlio in guerra, ha detto Yehoshua, intervistato da La Repubblica, è qualcosa di ancestrale, tragico, un mito. Difficile da elaborare. Una cosa antica. Una cosa privata.
Leggendo l’orazione funebre tenuta da Grossman ai funerali del figlio, ciò che colpisce, al di là della toccante, illuminata, lucida e paterna commozione di un padre che piange il figlio adorato, è questa assoluta apparente dissociazione del fatto privato dal fatto pubblico.
Non soltanto lì Grossman si astiene esplicitamente dall’addentrarsi nel terreno politico della guerra, come nota Accorroni (“In questo momento non dico nulla della guerra in cui sei rimasto ucciso.”); ma rinuncia anche solo ad accennare a tutti gli altri morti. I morti amici e i morti nemici. Uri Grossman sembra essere morto da solo.

Si tratta, è vero, dell’orazione funebre per il ragazzo Uri, di un funerale privato. E’ il padre che parla al figlio scomparso (e ai suoi familiari); tuttavia colpisce l’unicità impermeabile del ritratto che ne fa il padre-scrittore. I suoi commilitoni sono lo scenario sbiadito della vicenda ancora viva; la spalla utile a far risaltare ancora meglio la luce del protagonista.

La morte, nell’orazione di David Grossman, è davvero un fatto privato. E’ un colpo diretto ad un cuore e quel cuore spezzato non ha nulla da dividere, né da compatire con altri cuori spezzati.
A priam vista sembrerebbe che non esista nazione, non esista mondo. La morte scortica i vivi in un rapporto uno a uno.
Uri non sarebbe dunque eroe di un’epopea, ma un ragazzo che ha incontrato personalmente la morte.
La morte in guerra, una guerra che il padre aveva stimato “giusta” ma ancora più giusto dichiarare finita da tempo, avvolge il figlio morto non nella bandiera del suo Paese (come probabilmente sarà anche stato); è la morte del figlio. Scatena contraddizioni, forse. Ma David Grossman le contraddizione le tace. Le lascia nell’ombra di un rancore talmente privato da non poter neppure essere detto. In questo modo David trasforma la morte di Uri dalla morte del soldato Uri in quella del figlio Uri. In questo modo – recuperandolo nel seno della famiglia – chiama a raccolta, senza nominarli, senza fingere, o sforzarsi, di condividerne il dolore, tutti i genitori di soldati morti trasformandoli in genitori di figli morti. Se è così per Uri è così per tutti.

Israele si fa dunque da parte, nella tragedia del soldato Uri?

La morte di un soldato di Israele, con il suo portato inevitabilmente ideologico, tragico in sé (anche perché ai nostri occhi distaccati se non colpevole, di sicuro non innocente), non può esimersi dal dialogare con le sue cause. Dal chiederne conto. Non può sottrarsi dal rapportarsi alla sua vicenda storica. Ogni israeliano è coinvolto dalla storia pubblica, per il solo fatto di calpestare quel suolo. E ogni soldato israeliano che muore, muore perché esiste; non può esistere soldato israeliano che muore per un astratto “dovere”. Popolo di difensori della loro terra, popolo di armati dal Signore, il soldato israeliano è figlio del suo genos, e quindi ogni figlio del proprio padre è anche di per sé  figlio di Israele-Nazione. Ogni soldato di Israele muore come figlio perché la famiglia e la Nazione sono una cosa sola.

Perciò David Grossman non aveva motivo di dire la morte degli altri figli di Israele, trattando la morte del proprio figlio quasi come fosse l’evento unico e tragico di una storia che per il resto gli è estranea. Come se il meraviglioso Uri fosse l’unico soldato al mondo che muore in battaglia, come se nessun’altra morte possa essere paragonata alla sua. Come se la bellezza morale di Uri abbia aggiunto un peso di ingiustizia insopportabile alla sua morte.
Tacendo la morte degli altri soldati David Grossman li ha abbracciati nel diritto della famiglia di piangere ciascuno il proprio morto, ma come parte di un unico diritto antico, non in contrasto con la pubblicità di una morte in guerra, ma intrecciandosi con la storia pubblica del suo paese – e dei suoi stessi avversari.

Categorie:a fari spenti, mondo

Appelli

9 agosto 2006 2 commenti

Chi sono Grossmann, Yehoshua e Oz se pure la parola di un papa viene cestinata nell’indifferenza cinica della ragion di stato?
Il segno tangibile della cultura, meglio: della letteratura, è il silenzio in cui ricadono le sue parole, la totale, sorda indisponibilità del mondo a recepirle, a modellarle di senso, a condirle, almeno, di promettenti punti di domanda.
Dell’accorato appello dei tre massimi scrittori contemporanei di Israele, vale a dire degli unici tre signori che in Israele dicano qualcosa di sensato, utile, di universalmente accettato, moderno, esportabile, degli unici tre rappresentanti della Casa di Sion dai quali è lecito aspettarsi di rimodellare le proprie convinzioni e i pregiudizi, delle loro parole non è rimasto niente. Le loro parole sono state prese e gettate dalla finestra.

Quando tre scrittori scrivono e firmano un accorato appello alla pace a cosa attingono? Mi sono chiesto.
Al loro universo fitto di fantasmi eroici, tragici o comici? O alla loro comune sensibilità di cittadini?
Purtroppo la risposta è facile. I tre massimi scrittori quando scrivono e firmano un accorato appello alla pace lo fanno da cittadini. Lo fanno però prendendo in prestito i loro nomi e cognomi, strappandoli temporaneamente dalle copertine dei loro libri, restando tuttavia quello che sono: corpi e intelligenze, e paure di tre individui, carne e ossa e spirito faziosi, sensibili, sinceri, e basta.
Insomma, il loro scritto si nutre della autorevolezza di chi maneggia la verità ma non ha a che fare con la verità, come sarebbe un qualsiasi altro scritto della loro produzione letteraria, ha a che fare con la cronaca. Con la vita, quindi non con la verità.

E il papa?
Il papa, non essendo parte in causa, se non come rappresentante dell’uomo sofferente, parla in nome della verità?
Purtroppo mi sembra che parli in nome di Princìpi generici (la Pace fra gli uomini), per lo più impraticabili, che, per parte loro, non tengono gran conto della realtà, della cronaca. Anche i Princìpi, purtroppo, sono divisi dalla verità da diversi, opposti, gradi di separazione.
Oltretutto nella fattispecie la verità mi pare vada declinata al plurale (il diritto di Israele a difendersi è una verità; il fatto che Hezbollah dovrebbe essere stato disarmato da anni è una verità; il fatto che Hezbollah è una minaccia concreta per lo stato di Israele è una verità; il fatto che Israele abbia iniziato il conflitto per rispondere all’attacco di Hezbollah è falso: ha risposto ad una provocazione, certo, il rapimento di un paio di suoi valorosi soldati; che Israele abbia deciso di bombardare qua e là un paese confinante portando morte e distruzione ovunque, e ricevendo in cambio morte e distruzione – in  misura decisamente ridotta, peraltro – è una verità; che Israele non voglia per principio uccidere civili mentre Hezbollah sì è una verità; che poi lo faccia senza farsi tanti scrupoli è una verità; che lo stato di Israele abbia diritto di esistere è una verità; che lo rivendichi omettendo come se lo sia garantito è una verità).

Che peso hanno tre scrittori e un papa, gente che per la loro missione vive come vite americana attaccata alla verità quando la vicenda storica non può dipanarsi ed essere interpretata secondo la logica della verità?
(e tutto questo nell’unico luogo della terra dove, secondo molti, la Verità si è incarnata).

L’anello mancante

8 marzo 2006 1 commento

Evoluzione, scoperta in Turchia famiglia che cammina a 4 zampe
(Repubblica.it)

"Cinque fratelli e sorelle possono camminare soltanto a quattro zampe e parlano con un vocabolario limitato di appena un centinaio di parole. Hanno fra i 18 e i 34 anni e vivono in uno sperduto villaggio della Turchia meridionale con altri 13 fratelli e con i loro genitori, che sono cugini tra loro. L’ambiente scientifico è in fibrillazione: secondo alcuni la scoperta di questa famiglia – al centro di un documentario che sarà trasmesso dalla Bbc – potrebbe fornire nuove informazioni su come gli esseri umani si sono evoluti da ominidi quadrupedi a camminare in posizione eretta. Non ha dubbi di sorta il ricercatore che per primo li ha incontrati, Uner Tan, docente di fisiologia dell’università Cukurova ad Adana (Turchia): sono l’anello mancante tra l’uomo e la scimmia."

Non so perché questa notizia mi colpisce in modo profondo. Mi sento interpellato come se, da una distanza di milioni di anni, mi sia arrivata una cartolina. Come la luce di una stella che in verità già da milioni di anni giace  sepolta nel cimitero glaciale dell’antimateria.
Solo che che sono qui, sono fotografati. Il loro sguardo mostra una tenacia ferina, hanno un obiettivo, ma lo hanno dimenticato. Vanno avanti completamente ignari. Non vedono che intorno a loro dei loro simili stanno in piedi? Non si fanno delle domande?
No. Hanno altro da fare. Cose urgenti, sembrerebbe. Mangiare, bere.
La differenza rispetto all’enfant sauvage è che questi sono tanti, sono un branco, sono una intera comunità. Non sono peraltro cannibali e non girano nudi. Solo camminano a quattro zampe. Con le gambe dritte. E’ complicatissimo. Non ginocchioni, no, con i piedi in terra. Questo fa del loro gesto una scelta, non una impossibilità. Questo li retrocede nella scala evolutiva.
L’articolo spiega che non sono in grado di utilizzare un vocabolario più ampio di 100 parole. Mi piacerebbe sapere quali sono.

Categorie:mondo, testi