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Posts Tagged ‘richard ford’

Richard Ford: donne, uomini, la fortuna

RichardFordRichard Ford è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. E lo è.

In attesa della traduzione dell’ultimo capitolo di quella che è diventata ormai la “tetralogia di Frank Bascombe” (Let Me Be Frank with You, che chiude la serie che vede come protagonista l’ex scrittore, ex giornalista sportivo ed ex agente immobiliare Frank Bascombe appunto, iniziata con The sportswriter, proseguita con Independence day e The stay of the Land – Lo stato delle cose, in italiano), ho finito di leggere gli ultimi due libri tradotti in italiano che mi mancavano: “L’estrema fortuna” (il suo primo romanzo) e la raccolta “Donne e uomini”.

Il filo conduttore di tutti gli scritti di Ford (ha scritto romanzi brevi e molto lunghi e racconti lunghi) è la percezione di sé nel mondo, la sensazione costante di una perenne, sfuggente inadeguatezza vissuta attraverso uno spietato confronto fra l’attimo fuggito e le aspettative infrante sulla realtà ostile e frammentata, la ricerca di un assoluto qui e ora, di cui si cerca con ostinazione di dare una definizione categorica che appare impossibile e che pure, in qualche modo, ci si sente legittimati a ricercare costantemente.

I personaggi di Ford si specchiano nella realtà in cerca di significati da dare alla propria vita e a tutto ciò che li circonda. Tentativo che non può mai riuscire e che, al più, conduce ad un eccesso di attività introspettiva che vorrebbe circoscrivere il reale ad una tavola degli elementi comprensibile e riutilizzabile, e che invece di radunare il senso finisce con il disperderlo. Il loro sguardo risulta perciò sempre cinico e affilato ma inerme, un debole risvolto della volontà che si frantuma contro un universo di significanti anarchici cui è impossibile attribuire valore, o utilizzare come grimaldello per ovviare alla difficoltà di realizzare sogni, ambizioni, desideri. Sguardo in ogni caso sempre malinconico e perduto in dati di fatto, immagini, relazioni che riempiono la vita, ne saturano ogni momento con una densità che sopperisce alla leggerezza (auspicata) derivante dalla serena accettazione di ciò che il destino, la fortuna, stabilisce in modo arbitrario per ciascuno di noi.

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Proteggere il buono nelle cose disuguali. Canada, di Richard Ford

Great Falls, Montana, Stati Uniti - Google MapsQuando esce un nuovo romanzo di Richard Ford i cherubini e i serafini dell’empireo della letteratura fanno festa (sobriamente, brindando con una lattina di birra in uno squallido diner delle costellazioni di provincia). Richard Ford scrive romanzi (bellissimi) e non se ne chiede la ragione. Lo fa.

In Canada Ford torna a Great Falls, Montana, dove ci aveva portato tanti anni fa nel bellissimo romanzo breve Incendi. Vi ritorna soprattutto dal punto di vista della forma, riprendendo di quel romanzo lo stile asciutto, nitido, essenziale. Abbandonato quello pirotecnico, metaforico, post-moderno, iper-analitico dei tre grandi romanzi della cosiddetta trilogia di Frank Bascombe (dal nome del protagonista di tutti e tre i libri: The sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e Lo stato delle cose), in Canada Ford si mette da parte, rispettosamente al servizio del racconto. Per fortuna non si usa più l’aggettivo, ma in Incendi e in Canada Ford sembra volersi meritare quello di scrittore minimalista, avvicinandosi a quello del suo grande amico Raymond Carver.

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Cosa resta della lettura di un libro bellissimo

29 marzo 2013 2 commenti

Il libro bellissimo in questione è Canada, di Richard Ford.

Dà una prospettiva, una – letteralmente – via di fuga, un’alternativa implausibile ma necessaria, una nuova maniera di posizionarsi e vedere le cose. Un punto di vista ucronico, o meta-cronico, un punto di vista, comunque, scollegato con le possibilità, che scoraggia, rende ipersensibili, sognatori, rapaci, delusi, esigenti; dà senso alla speranza e alla realtà, qualunque essa sia, o sarà, la contaminerà e farà di te un uomo, una donna migliore.

Ma a che prezzo?

Bisognerà fare i conti con la disillusione e la malinconia, la solitudine (voglia di, necessità di) e amarezza, disincanto, bisognerà saper prendere per buona la realtà proprio perché non somiglia alle sue alternative, rendendole possibili ma non realistiche, improbabili. Accettare, fare i conti con tutto. Accettare la propria diversità: dagli altri e da se stessi. In un parola: dà la percezione che esiste un oltre e un lontano e che varrebbe proprio la pena starci, e che la delusione di non poterci mettere le mani sopra, la frustrazione del fallimento non fa di noi una persona peggiore. “Il modo in cui manchiamo la vita è la vita stessa” (Richard Ford, Il giorno dell’indipendenza, p. 12)

Incendi

8 settembre 2009 1 commento

incendiLa Liguria è assediata dagli incendi, che ormai lambiscono le case.

La California ne è appena uscita, almeno così pare.

Come sempre, come ogni anno, di questi tempi mi viene in mente un libro che ho letto dieci anni fa, Incendi di Richard Ford.

Per avere un’idea lo potete assaggiare qui, su Google Libri (è quasi completo, di tanto in tanto mancano delle pagine), oppure lo potete ordinare qui.

Ogni anno mi ripromettevo di rileggerlo. Quest’anno l’ho ripreso in mano. E’ un libro bellissimo. Struggente, nitido, un racconto perfetto, asciutto, essenziale, semplice e robusto, pieno.

E’ la storia di una famiglia che è andata ad abitare in una piccola città del Montana, Great Falls (precisamente qui, nella Ottava strada Nord), in cerca del benessere. Lui è un ex giocatore di golf, insegna in un circolo; la moglie non lavora, il figlio va a scuola.

L’uomo perde il lavoro, la moglie non è più interessata a lui, ormai da tempo, e si innamora di un uomo ricco.

L’uomo decide di arruolarsi fra i volontari che stanno cercando di combattere gli incendi che da settimane bruciano i boschi delle montagne circondanti la loro città. Cosa ne sa di incendi? Niente, ma sente che è una cosa che deve fare.

Il figlio, la voce narrante, è orgoglioso di lui, si fida. Però soffre della diffidenza della madre, è attento agli equilibri affettivi, sta crescendo (ha sedici anni), deve pensare al suo futuro, è un ragazzo introverso e sensibile, di cui sappiamo poco,  scarso nello sport e attaccato ai suoi genitori in un modo né morboso né infantile. E’ un piccolo uomo indeciso. Questa indecisione è la chiave del romanzo: la ritroviamo nel padre, nella madre. Figure carveriane modeste e sognatrici, insicure e reattive.

“Non starò via molto” la rassicurò mio padre. “Tra poco comincerà a nevicare e tutto finirà.” Poi si rivolse a me: “E tu che ne dici, Joe? Ti sembra una cattiva idea?”

“No” risposi, ma lo dissi troppo in fretta, senza pensare come l’avrebbe presa la mamma.

“È una cosa che faresti anche tu, vero?” insisté mio padre.

“TI piacerebbe se tuo padre finisse arrostito lassù e non lo potessi vedere più?” mi chiese la mamma. “Allora io e te potremmo andare dritti al diavolo. Che ne dici?”

“Jean, non dire certe cose” disse mio padre. Appoggiò la borsa sul tavolo, andò a inginocchiarsi accanto alla mamma e cercò di abbracciarla. Ma lei si alzò di scatto e tornò al lavello dove aveva tagliato i pomodori; prese il coltello e lo puntò verso di lui, ancora inginocchiato accanto alla sedia vuota.

“Io sono una donna adulta” disse con voce estremamente adirata. “Perché non ti comporti anche tu come un adulto, Jerry?”

“Non si può sempre spiegare tutto” rispose lui.

Meraviglioso. Leggetelo.

Ringraziamento

27 novembre 2008 1 commento

The lay of the land (2006) di Richard Ford, ben tradotto con il titolo wendersiano Lo stato delle cose, conclude la cosiddetta "trilogia di Frank Bascombe", cominciata con The Sportswriter (1986) e proseguita con Independence day (1995).

Non è soltanto il personaggio a tenere insieme i tre romanzi. E' il suo punto di vista. E non solo perché in tutti e tre i libri Frank Bascombe è l'io narrante, il portavoce quindi del suo autore, ma perché Frank Bascombe è il portavoce dello spirito del suo tempo. E questo non rivela solo un meccanismo narrativo, ma uno stile.

Superati i 50 anni, un’operazione alla prostata, la tragicomica separazione dalla seconda moglie (che si è vista comparire davanti il primo marito ritenuto morto da decenni), Frank Bascombe stabilisce che è arrivato il momento di accettare il menu della sua vita, non nel senso di una indulgente remissione a tutto, ma in un atteggiamento di inclusione nella prospettiva del suo spazio e del suo tempo. Fermo e sprezzante nel giudizio dei suoi simili (vicini di casa paranoici, clienti e  colleghi stralunati, uomini visceralmente violenti o instupiditi, figli incomprensibili) Frank Bascombe sceglie tuttavia di condividere con il mondo circostante il pezzo di strada che gli manca da fare senza stupore, con la serenità e la gratitudine che gli deriva dal riconoscersi, nel sentirsi derivato dal contesto entro cui è chiamato a recitare la sua parte (Frank chiama questa nuova fase della vita il periodo permanente: “nessuna paura del futuro, la vita non rovinabile, il passato generalizzato in una piacevole macchia rosa”). Parte di questo suo percorso è per esempio la partecipazione, come volontario (Sponsor), ad un progetto di assistenza psicologica a domicilio che si riduce in brevi visite in cui lo Sponsor deve dimostrare in grado di avere “una buona capacità all’ascolto […] un minimo di cervello, un senso dell’ironia sottosviluppato, un’innata simpatia per sconosciuti” opportunamente selezionati (per evitare cattive sorprese) da “dottorandi in psicologia [che] elaboravano il profilo di ciascuno con semplici domandine capaci di stanare maniaci, esibizionisti, aficionados del bondage, poeti che si pubblicavano a proprie spese”.
 
Il mondo di Frank è una grigia, quasi fredda novembrina costa atlantica  del New Jersey , un non-luogo di vacanze estive che in autunno diventa il regno della manutenzione e della proiezione, in una desolazione umida, sudicia senza scampo. E’ qui, fra highways illuminate nella notte precoce, scintillanti di decori prematuramente natalizi riflessi sull’asfalto, pub per sole donne, ospedali che offrono pasti a buon prezzo che, in vista di un fallimentare pranzo del Ringraziamento (le oltre  500 pagine contengono il breve spazio di due giorni e mezzo, così come Indipendece day raccontava i due giorni che precedono l’altra pietra miliare della rituale autocelebrazione americana, il 4 luglio), si trova a dover fronteggiare la presenza di una figlia ex lesbica, del figlio (catatonico adolescente coprotagonista di Indipendence day) diventato intanto esperto di slogan dei cartoncini augurali, dei rispettivi fidanzati, della prima moglie, che in un tardivo sussulto di comprensione e nostalgia cerca di riannodare un rapporto più che compromesso, e di un ingombrante bizzarro socio in affari, un tibetano ansioso di americanizzarsi ad ogni costo. Il romanzo è questo: la cronaca minuziosa delle ore che trascorrono piene di tutto e di niente.
 
Per questo forse Ford è stato definito un autore minimalista. Cioè uno che sa cogliere il dettaglio, la minima variazione di un gesto e la trasferisce sul vassoio dei Significati porgendola al suo lettore con la cura riservata normalmente ai Grandi Avvenimenti. Andare da qui a lì, all’interno di una stessa stanza, o percorrere la strada secondaria che porta dal cancelletto di casa alla main street, può essere un’esperienza infinita, piena di digressioni, annotazioni, cambiamenti psicologici derivanti da piccoli mutamenti d’umore, sguardi improvvisi,  improvvise cadute nelle voragini dei ricordi, dei legami inconsapevoli, che si affacciano nel palcoscenico pieno zeppo di volti, parole, immagini, esperienze vissute o immaginate, o solo probabili.
Minimalismo mi sembra un’espressione riduttiva di fronte all’esorbitante ricchezza narrativa di questi  tre romanzi.
Anche perché spesso si associa a questo aggettivo una connotazione finalizzante: il minimo come punto di arrivo, non di partenza (suggerisce un accontentarsi, un approccio di onesto realismo o, in un ambito letterario, l’adozione di un tono minore, l’attenzione per esperienze minute raccontate con un controllo parsimonioso di mezzi) . La penetrazione di Ford nella realtà è tale, così minuziosa, parossistica e illuminante che del mondo dell’esperienza Ford è l’entomologo più acuto e reboante. Di più:  la sua azione di appropriazione della realtà scava così in profondità, che sembra quella di una trivella per carotaggi eseguiti nel più profondo degli strati dello spazio e del tempo. Lo spettro della sua osservazione è così ampio che quando nella descrizione della vita, delle vicende e dei sentimenti  di un uomo, vuole ricorrere a una correlazione metaforica, deve fare ricorso all’intero universo circostante. Come se la tavolozza a sua disposizione fosse l’acuto sguardo visionario di un folle che come una spugna tutto osserva, di tutto ha consapevolezza , nulla trascura ai fini della comprensione di sé e del mondo prossimo.
Frank Bascombe/Richard Ford non si limita a guardare il mondo, lo giudica. Lo previene, lo classifica. La sua specialità, già messa in luce nei precedenti capitoli della saga è “anticipare”. L’anticipazione(che in questo romanzo viene tradotto con pre-visione) è per Frank Bascombe “il dolce dolore di chi sa cosa verrà dopo: è un imperativo, per ogni vero scrittore” (Sportswriter, pag.  49 –  ricordo che Frank “nasce” scrittore, trasformatosi, dopo la morte del figlio di sei anni, dapprima in un giornalista sportivo, e poi in agente immobiliare). “Pre-vedere, lo chiamo così questo genere di riflessione su se stessi […] E' un modo per esercitare la propria visione delle cose che ti stanno succedendo nell'attimo stesso in cui ti succedono, e osservare dove potrebbero portarti, invece di perdere di vista i collegamenti” (Lo stato delle cose, p. 138).
La pre-visione porta Frank a ipotizzare il mondo sulla base del suo pregiudizio (con esiti spesso molto divertenti) facendogli costruire castelli immaginifici in cui lui e i personaggi della recita che si trovano a svolgere nel pezzo di vita che gli è stato assegnato vengono lanciati nelle orbite di altre vite possibili, dettagliate come se fossero vere, e lo sono, sono l’altra faccia dell’apparenza, ma non per questo meno rilevanti ai fini di un tornaconto esistenziale che vorrebbe tendere all’annullamento del conflitto e all’accettazione quieta della fatica di vivere).
 
Frank Bascombe è un uomo solo, ma vigile. In definitiva il suo bisogno di comprendere il mondo svela non tanto il fallimento personale  quanto lo squallore dell’imminente fallimento storico (la vicenda è ambientata negli ultimi mesi del 2000: in un prima che somiglia tanto – per noi che sappiamo – ad una vigilia che sta predisponendo l’arrivo di un grado zero – o  ground zero  – che Ford fa immaginare come ineluttabile nel clima da basso impero travolto dalla pacchianeria, l’irrazionale prevalenza del kitsch, in un vuoto di qualità irrimediabile.
Il correlativo oggettivo del mondo di Frank Bascombe è infatti la realtà grossolana e scintillante che costituisce il nucleo dell’immaginario collettivo americano. Al punto che il più delle volte le similitudini di Bascombe/Ford risultano per noi europei assolutamente incomprensibili (nomi di incredibili catene commerciali, di attori mai sentiti, personaggi minori della TV…): è il suo modo di dipingere la realtà in modo iperrealistico e straniato. Come i quadri di Lichtenstein, con la sgranatura del fumetto che diventa opera d'arte. Ford per questo mi pare uno dei più grandi interpreti della cultura pop americana contemporanea, rivisitata e interiorizzata, non esibita, ma già riferita a un sistema di valori definitivamente compromesso.