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Archive for the ‘apprendista’ Category

Cose che non mi piacciono nei romanzi (italiani)

Agosto. Nella serena quiete dell’estate (karaoke che iniziano alle 2:30 am, discoteche che non chiudono mai, fanciulli schiamazzanti sulla spiaggia, zanzare fameliche a ogni ora del giorno e della notte, incuranti di zampironi e Vape) cosa c’è di meglio che levarsi qualche sassolino dalle ciabatte rigorosamente non-infradito a proposito di come si scrivono romanzi in Italia (e non)?

Quello che segue è un elenco provvisorio di vezzi e malcostumi che mi piacerebbe che i nostri giovani autori fossero in grado di evitare. Si tratta, in genere, appunto, di vizi/vezzi, concessioni modaiole che con un minimo di autocontrollo, sono sicuro, potrebbero essere tranquillamente espunte, in modo da rendere più personale lo stile di ciascuno.

  1. Nei dialoghi, esplicitare le pause in questo modo:
    – Hai capito cosa ti ho detto?
    –  …
    –  …
  2. Usare il font Arial 12 quando si cita una e-mail, trascrivendone intestazione e destinatario come fosse davvero una e-mail.
  3. Coniare formule aggettivali come “molto milenesco” (relativo a Milena): se lo fa David Foster Wallace non solo non significa che lo si debba fare anche noi; significa che non dobbiamo farlo anche noi.
  4. Titolare i capitoli con riassuntini settecenteschi: “Qui comincia l’avventura – dove Ciccio Formaggio incontra Tazio Ruvidelli e ne trae una lezione di vita…” Se quest’abitudine è stata eliminata dal romanzo novecentesco un motivo ci deve essere.
  5. Eccedere in corsivi significativi (come ho fatto io in questo post), per suggerire che quello che si sta scrivendo sotto-sotto nasconde significati assai profondi che danno un senso del tutto diverso alla corrività dell’enunciato.
  6. Rendere personaggi altrimenti descritti come poco intelligenti, improvvisamente ironici e autoconsapevoli, regalandogli in modo del tutto inappropriato l’ironia e la consapevolezza dello scrittore, che proprio non ce la fa a starsene tranquillo e invisibile dietro i fatti che racconta (evidentemente poco interessanti di per sé e che secondo lui necessitano, quindi, di essere nobilitati con una sovrabbondanza di acume psicologico che l’autore, osservante di regole postmoderne – discutibili o no, non lo so – non ritiene abbastanza moderno attribuirsi esplicitamente).

Per ora è tutto, credo.

Categorie:apprendista, scrivere

Calchi postmoderni (Jennifer Egan e David Foster Wallace)

4 aprile 2012 4 commenti

Jennifer EganIl tempo è un bastardo, di Jennifer Egan  è stato definito “un’enorme epopea ottocentesca travestita da pastiche postmoderno” (Cathleen Schine su The New York Review of Books). Non saprei dirlo meglio. E’ questa cosa qui.  Ma se il libro è un bellissimo libro (perché lo è davvero) non è solo in virtù della sua forma, ma di quello che ci sta dentro. Non so se sia una epopea ottocentesca. Di  sicuro i personaggi che lo attraversano come puntini schizzati di un’entropia controllata, sono memorabili, le loro storie durature e l’ambientazione così nitida da apparire quasi abbagliante.

Non ho ancora finito il libro, quindi non ne parlerò e non mi sogno di darne un giudizio definitivo. Tuttavia sono arrivato a un punto sul quale avrei due parole da spendere. Proprio a proposito del pastiche postmoderno.
Leggi tutto…

La regola violata del Truman Show

Continuiamo la lettura del romanzo di Raoul Montanari, Chiudi gli occhi.

A pagina 45 l’autore introduce un personaggio nuovo: don Alfio. A pagina 47, dopo 87 righe, e 9 scambi di battute con Dora e Gilberto, in parte puramente “di ambiente”, in parte legati al nucleo principale della storia (il ritorno in paese di Andrea Livolsi, presunto assassino della sorella di Dora), veniamo a conoscenza di una serie di particolari segreti e incoffessati: “Si sentiva un macigno dentro, quacosa che lo trascinava sul fondo della memoria. O di quello che una volta chiamava coscienza”; “questo è il mio vecchio incubo che ritorna, pensò. Credeva di aver sistemati i conti” (pag. 47).
Questo commento introspettivo è il primo che l’autore dedica a don Alfio, di cui fin ora si era “visto” qualche gesto, e “sentita” la voce, e nulla più. Di qui in avanti assistiamo a un crescendo di informazioni “extradiegetiche” sul personaggio che lasciano pochi dubbi al lettore. Pochissimi.
“Io sono uno specialista della finzione” (pag. 48, riga 3); “tutto quello che faccio dalla mattina alla sera è una fnzione” (48, 4-5); “ma fingere con te stesso è diverso” (48,6); “la faccenda di 13 anni fa è stata troppo schifosa” (48,7); “ecco una mano, esce dal fango e ti tira giù” (48,10).
Diavolo di un prete.

Ma c’è bisogno di avere subito, immediatamente, tutte queste informazioni? Non si poteva giocare con questa figura rassicurante, retta, e piano piano farci incuriosire? Nessun margine al dubbio, all’immaginazione, al sospetto. Niente aria intorno, nessuna divagazione, false piste, suspance: una brutale tomografia assiale computerizzata.
No, non ce n’è bisogno. Anzi, avremmo bisogno proprio del contrario.

Lo scrittore ha il compito di trasmettere dei segnali. Un codice complesso che deve fecondare nell’immaginazione del lettore. Non dati di fatto.  O almeno, una consapevolezza che comunque sposti il baricentro dell’attenzione dal dato all’idea del dato.
Il lettore vive in un regime di libertà condizionata, felicemente inconsapevole attore di un misterioso e affascinante personaleTruman Show.
Il grado di soddisfazione del lettore, insieme ad altre caratteristiche (la famosa sospensione dell’incredulità ne è una), è il prodotto della capacità dello scrittore di individuare il punto di equilibrio prima del quale la messa in scena risulta smascherata, e oltre il quale viene smarrito ogni contatto con il racconto (In entrambi i casi c’è una perdita di contatto con la magia del racconto).

Per l’Apprendista Scrittore: mentire, sviare, differire, ingannare, divagare, separare.
Con calma; senza fretta, con compassione, non conidentificazione.

[già pubblicato  sul blog Apprendistastregone.splinder.com, il 25/10/2005]

Chiudi gli occhi e La banda dei brocchi. Raul Montanari Vs. Jonathan Coe

Andiamo a pagina 33 del libro di Raul Montanari, Chiudi gli occhi, uscito nel 2004.
Cos’è successo in queste prime 33 pagine? Un tipo, fatto di cocaina, è andato fuori strada con la sua BMW, ripreso il controllo della macchina carica su un tale che gli pare di aver conosciuto. Quando capisce chi è lo fa scendere, ed è tanto che non gli mette le mani addosso.
Capitolo 2. Bar di un piccolo paese sul lago d’Iseo. Discussioni da bar: sulle ragazze, sui (e coi) negri, sulla fabbrica che chiude. Abbiamo capito: il paese a questi africani non li può sopportare, perché osano guardare le ragazze e ci rubano il lavoro. Poi arriva il tipo della BMW e dice al fratello, che partecipava alla discussione, è tornato Andrea: il “bastardo che ha ammazzato nostra sorella”.

I temi: la provincia, il razzismo, la droga, le femmine, un delitto che, è probabile, farà da tirante alla storia, almeno all’inizio.

Ne La banda dei brocchi di Jonathan Coe (che è lungo più o meno lo stesso) c’è la fabbrica, c’è il razzismo, c’è un fatto personale che non si sa bene se è un delitto oppure no (e c’è una bomba dell’IRA a insanguinare la trama).
A differenza di Montanari, però, Coe distribuisce questi elementi in un numero di pagine molto più ampio, e in un ordine diverso. Intanto inserisce la materia raccontata in una cornice esterna (due ragazzi si incontrano a Berlino nel 2003 e rievocano la storia dei loro genitori); ma questo ora non importa.
Ora non ce l’ho vicino, ma la sensazione della lettura è che prosegua per cominciare con l’ambiente della  fabbrica (e dei rapporti personali che si mescolano con quelli politico-sindacali), della scuola, della città, e dopo, piano piano inserisce il tema del razzismo, di cui è fatto oggetto un ragazzo della scuola, e poi, dopo altre decine di pagine, introduce un elemento di mistero (la sparizione di una ragazza, una lettera anonima) che svelerà addirittura in un altro romanzo!
Montanari affastella tutto nelle prime 29 pagine. Coe affresca. Montanari dichiara.

Sono mai paragonabili due libri, due romanzi? Certamente no. Direte: ma sono cose diverse! Hanno intenzioni diverse. Hanno, conseguentemente,  una struttura, una dimensione diversa.

Rimane il fatto che, mutata la struttura, l’ambizione, la trama, quello che ci si aspetta è tuttavia un medesimo rispetto di “regole” narrative utili a godere della fabula senza l’opprimente senso si soffocamento, di asfissia che restituisce una narrazione tutta detta, dichiarata come fosse un dispaccio che racconti fatti molto più complessi che ora non si ha il tempo né la voglia di raccontare nei dettagli (ciò che invece è proprio il compito della letteratura). E’ tutto già lì. Suggerito, indicato e sottolineato. Avrebbe potuto benissimo  fingere di non avere una storia da raccontare.
(o mi state dicendo che quello di Montanari è un romanzo di genere?)

Indicazioni per l’Apprendista Scrittore: prendere alla larga. Arrivare al centro dalla periferia (o arrivare alla periferia dal centro: ma non mettere insieme centro e periferia). Se vuoi dire una cosa, dinne tre. Fingi.

[continua]

[già pubblicato sul blog Apprendistastregone.splinder.com, il 25/10/2005]

I fiori blu / Raymond Queneau (mitopoiesi alla parigina?)

2 novembre 2006 1 commento

Terminata la lettura de I fiori blu di Raymond Queneau. Non ho molto da dire. E’ raro avere qualcosa da dire su conclamati capolavori come questi, a meno di non disporre di un ego smisurato.
Però una cosa mi piace segnalarla.

Si parla tanto di letteratura americana mitopoietica. Sebbene molti illuminati abbiano chiaro di cosa si tratti, perché molto hanno letto e molta materia grigia staziona inesausta nel loro sistema neurovegetativo, io continuo ad averne solo una percezione sensoriale, avvertita e direi vissuta, più che capita.

Allora, prendiamo Queneau: Europa. Francia. Esiste, mi sono domandato durante la godibilissima lettura de I fiori blu, una letteratura francese mitopoietica? E mi sono risposto che sì, ovviamente. E che forse mitopietico è semplicemente, o anche, la narrazione dell’identità nazionale. O di una identità di classe, se si vuole. Comunque la narrazione ante-litteram, per così dire, di ciò che involve (nell’accezione più inglese di ‘riguardare’, piuttosto che ‘avvolgere’) un insieme sociale costituito.

Per dire: ne I fiori blu ci sono alcune pagine di dialoghi che rimandano in un modo molto gustoso e, appunto, identitario, ad una memoria collettiva, trasmessa essenzialmente dal cinema, che non può che riguardare il carattere francese, o, più esattamente, forse addirittura il carattere parigino.
Prendiamo questo dialoghetto fra Cidrolin e Lamelia (p. 41 dell’edizione Einaudi tradotta da Calvino):
E’ Cidrolin che cominica.
– E’ venuto l’ispettore delle imposte immobiliari galleggianti.
– Ho preso l’autobus, – gli si rispose.
– Ha ispezionato tutto.
– Il bigliettaio, un tipo.
– Mi son meritato le congratulazioni.
– Per ogni passeggero aveva una battuta.
– Ha trovato che l’Arca merita 2 ancora nella categoria A.
– Pure a me, m’ha parlato.
– Tre àncore non ancòra […]
– Ma lo sa che lei è molleggiata più di una tessera a validità settimanale, mi fa, e più ben messa di un libretto da dodici corse?
– Pagherò un po’ più di imposte […]
– Oh, adesso, lei, faccia un po’ il piacere…

O anche l’incontro fra Cidrolin e Lamelia (p. 135):
– A proposito, c’è la tv?
– Non c’è.
– E allora, io, il teleromanzo?
– Cosa vuole che le dica.
– Questo rimette tutto in questione.
– Capisco. Albert non l’aveva avvertita?
– Non mi venga a dire che lei non ha i mezzi per pagarsi la tv.
– Non è obbligata e restare. Le porto su la valigia?
– Lasci stare. Peggio per il teleromanzo. In fondo era una menata. Ma sa cos’è. L’abitudine…

Le battute dei due personaggi femminili sono deliziosamente e direi automaticamente attribuibili a quei meravigliosi visini imbronciati, capricciosi e volitivi delle giovani femmes fatales dei film della nouvelle vague anni sessanta, da Moreau a Bardot, a Seberg a Karina. (io trovo sublimi quel "per ogni passeggero aveva una battuta", o "e allora, io, il teleromanzo?")
Mi domando se si tratti solo di una caratterizzazione, della descrizione di un tipo… O c’è dell’altro? (la definizione di un carattere epocale).

Differenze

14 agosto 2006 7 commenti

Alla fiera.
– Sai, dico, qual è la differenza  fra uno scrittore americano e uno scrittore italiano?
– Quale?
– Che uno scrittore americano avrebbe descritto tutto quello che vediamo in modo molto analitico e impersonale: la tipa cinese sulla scaletta, gli accendini a forma di fucile, le bambole, lo zucchero filato, i cavatappi, lo straccio magico per spolverare… Tutto.
– Quello italiano?
– Quello italiano avrebbe detto: c’erano cianfrusaglie di ogni tipo, migliaia di cose inutili, le tipiche cose che si trovano in tutte le fiere. Quello italiano generalizza, banalizza. Quello americano ti racconta proprio questa fiera qui.
– Sei sicuro?
– Sì.

Il vero problema

17 luglio 2006 6 commenti

"Decisi di giocare a football, di fumare, di iscrivermi all’università, di perdere tempo in tutte quelle sciocchezze che non avevano nulla a che vedere con il vero problema della vita: trovare il giusto equilibrio, nel racconto, fra descrizione e dialogo".

(F.S. Fitzgerald, Crepuscolo di uno scrittore)