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Archive for the ‘Tennis’ Category

Leggende

Rod Laver e Roger Federer (dalla pagina di Federer su Facebook)Il Numero Uno & il Numero Uno.
Rod Laver – non sto qui a dire perché – è stato il più grande tennista della storia. Federer, pure.

E’ una semplice fotografia di due uomini, uno giovane uno anziano, che fissano l’obiettivo della macchina. Sembrano padre e figlio. Sono uomini fortunati. Due leggende. C’è come una sottrazione di senso e di prospettiva. Un elastico che, tirato, elude la percezione delle sue vere dimensioni. Scompaiono anni e disastri, e storie e la Storia. Due semplici uomini preceduti e seguiti da un’aura mitologica  che trovo rilassante e perbene.

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Categorie:Tennis Tag:,

Io e il tennis (2)

2 luglio 2010 3 commenti

Ogni colpo ha la sua storia.
Il diritto.

connorsCi sono diversi modi di colpire la palla di diritto. Io la colpisco preferibilmente piatta, come faceva Jimmy Connors. E’ più difficile, per un dilettante, non per Jimmy Connors, tirare forte e piatto perché il rischio di tirarla lunga aumenta. Perché il colpo sia efficace bisogna  tenere la palla molto bassa, farla passare pochi centimetri sopra la rete, e così aumenta anche il rischio di mandarcela contro.
Ora ho imparato anche a colpirla più alta e con più “spin”. Invecchiando si impara (ho preso qualche lezione con un maestro di una gentilezza, una cordialità e una generosità unica: all’Emilia de Vialar lo stile non è un accessorio).
Mi ha fatto capire che commettevo un errore decisivo: colpivo la palla troppo bassa, in discesa. Bisogna invece colpirla quantomeno nel punto più alto dell’arco che compie dopo aver rimbalzato sul terreno, se non prima. Prenderla, come facevo io per un errore di gioventù mai corretto, nella sua fase discendente toglie velocità e forza al colpo. Mi ha fatto avanzare di venti centimetri (mi mettevo troppo dietro la riga di fondo campo) e il mio gioco è sensibilmente migliorato.

Giocando mi rendo conto che ogni colpo si porta dietro la memoria di tutti gli altri colpi effettuati.
Questa, per inciso, è una delle ragioni per cui amo il tennis: giocare non è solo un’esperienza agonistica o di puro divertimento: è anche, tutte le volte, un viaggio sentimentale nel passato, a partire dall’adolescenza, che attraversa la mia vita depurandola di ogni sofferenza. Rimette in gioco le aspirazioni e le illusioni, i sogni e i fallimenti senza provocare dolore, però. E questo accade in ogni singolo colpo.

Il gesto del braccio, le gambe piegate in un certo modo, la forza, l’angolazione da imporre al colpo: il cervello elabora in una frazione di secondo una mole impressionante di informazioni accumulate negli anni, in modo da evitare di commettere gli stessi errori, oppure, per un meccanismo difficile da spiegare, proprio per ripeterli.

Quando gioco una sequenza di dritti particolarmente ben riusciti, mi accorgo che automaticamente il pensiero sta andando a una domenica mattina del 1979. Quell’anno i miei genitori mi avevano comprato un pacchetto di dieci lezioni con un giovane quasi-maestro (un “palleggiatore”). Questo ragazzo aveva però il difetto di dimenticarsi di presentarsi alla lezione. I miei la sera erano costretti a telefonare a sua madre per lamentarsene. Una cosa imbarazzante. Sta di fatto che queste dieci lezioni non le finii mai.

Quella mattina mi sentivo in gran forma. Colpivo la palla con forza e precisione, rapidità e profondità. Il mio coach era sorpreso e quasi non credeva ai suoi occhi. Io pure. Non ero mai stato così bravo. Ribattevo colpo su colpo. Con efficacia e sicurezza. Mi sentivo improvvisamente capace di giocare come i miei amici più bravi. Avevo finalmente smesso con gli atteggiamenti indolenti e raffinati di Panatta, la testa inclinata verso la spalla destra, il corpo abbandonato all’indietro, le volée in tuffo. Ero entrato finalmente nella mia maturità tennistica.
Ora si trattava solo di dare continuità, di fare il salto di qualità, di insistere.
Tutte cose che non feci.
Quella fu l’ultima volta che giocai così bene. Ero padrone di me, ero soddisfatto, sapevo che chi mi stava osservando con lo sguardo allenato del frequentatore del circolo, indovinava il mio percorso di duri allenamenti e tornei di terza categoria.
Niente di tutto questo.
Quella mattina raggiunsi il punto più alto della mia confidenza con il tennis, e non feci più progressi. Tra l’altro quella fu l’ultima lezione per quell’anno.
Era come se io fossi la pallina colpita nel punto più alto della sua parabola, con il tempo giusto, non era possibile fare meglio. E non lo feci.
Avevo diciotto anni. Era troppo tardi.

Categorie:-, Tennis, testi Tag:,

Io e il tennis (1)

Io ho un mio paradiso terrestre privato.  Un paradiso terrestre in sedicesimo, parziale e provvisorio.

E’ il Circolo Emilia de Vialar, dove gioco a tennis tutte le settimane. Si entra da una porticina di ferro accanto a un più grande cancello che introduce ad un grande istituto di suore (diventato, come molti altri nella zona, una casa vacanze). Di fronte, vicino che la puoi accarezzare, la cupola di S.Pietro.
Per un gioco acustico dovuto probabilmente al muro di cinta, agli alberi, alle siepi e al rumore che proviene dalla strada, non si sente alcun suono attribuibile al tennis finché non si è entrati e non si è fatto almeno due o tre passi nel terriccio umido. Allora il primo toc… toc elegante, aristocratico chiude con tutto quello che c’era prima, che rimane veramente fuori, e impone la sua regola. Il paradiso è qui ed è il mondo che può accomodarsi ad attendere.

Comincerò a parlare del tennis. Molto più divertente che parlare di letteratura.
Ho cominciato ad amare il tennis molto presto. Sarà stato il 1968 o il ’69. Il mio primo idolo fu Martin Mulligan, un elegante australiano naturalizzato italiano. La principale ragione di questa passione era, mi pare di ricordare, il suo aspetto fisico. A quei tempi bastava che qualcuno fosse biondo come me e i miei dicevano che mi somigliava: istantaneamente ne facevo il mio idolo. Un altro, per esempio, era Giacinto Facchetti.
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