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Posts Tagged ‘letture’

Pastorale americana, di P. Roth

Philip Roth, Pastorale americana, 1998

[Le letture del martedì. Di RdB]

Ci sono molti modi di leggere questo libro che, a pochi anni dalla comparsa, è già un classico del Novecento. Solo che quando uno prova a proporre una lettura, tutto gli si disintegra in mano.

Iniziamo con la lettura più semplice, seguendo la storia nel suo scorrere. Lo “svedese”, Seymour Levov, ebreo di terza generazione, ha fatto crescere, benissimo, l’azienda che suo nonno aveva fondato, giungendo dall’Europa senza parlare una parola di inglese. All’inizio Nathan Zuckerman, l’eterno alter ego di Roth, ricorda con nostalgia la sua infanzia con lo svedese; quest’ultimo diventa poi l’io narrante del romanzo. Il culto del lavoro, l’impegno del lavoro, il fare le cose bene: ecco il primo filo rosso della storia. Cosa significava arrivare ebrei negli Stati Uniti? Significava essere insultati dagli irlandesi, dagli italiani, dai neri, dai bianchi protestanti. Come potevano farcela gli ebrei? Con il duro lavoro, la fatica, la ricerca della perfezione nel fare i guantai, come a Napoli e nelle Fiandre del passato.

In pochi libri ricordiamo un’esaltazione così estrema per il lavoro, per lo spirito imprenditoriale, per la voglia di farcela, insomma per l’accumulazione della ricchezza, ricercata attraverso il raggiungimento della perfezione nel fare le cose.

Lo svedese sposa una ragazza irlandese arrivata alla finale di Miss America – incredibile la rievocazione del concorso di bellezza ad Atlantic City – nasce una figlia, Merry (ironia di un nome), che sarà la distruzione della famiglia.

Ci sono personaggi indelebili: lo svedese, prima di tutto; il fratello dello svedese, vecchio porco che è l’opposto del fratello; Merry; la moglie dello svedese; il padre dello svedese, burbero ebreo, cultore della perfezione del lavoro, e che odia Nixon. Romanzo che, come altri libri di Roth, esalta il buon tempo andato, mai in maniera melensa, ma solo perché tutto è funzionale alla descrizione della rovina che segue.

Qui il messaggio di Roth è esplicito, quasi ideologico, dato che il romanzo è diviso in tre parti:   “Paradiso ricordato”, “La caduta”, “Paradiso perduto”. Molte le scene straordinarie: il ricordo dei prodigi sportivi dello svedese (che nostalgia dei nostri piccoli successi giovanili!); l’incontro del padre con Merry in un sordido cunicolo alla periferia della città; l’interrogatorio a cui viene sottoposta la futura moglie dello svedese per scongiurare il pericolo che gli eredi ricevano un’educazione cattolica; lo svedese che cerca di raccogliere informazioni sulla figlia da un imbroglione; la distruzione progressiva di Newark dopo i fasti industriali di un tempo.

Si può leggere l’opera anche come una critica del terrorismo, dei guasti degli estremismi – e degli infantilismi – degli anni Sessanta e Settanta, dalla parte di chi ha odiato i repubblicani di Nixon. Resta lo stile inimitabile di Roth: l’intreccio di tragedia e ironia, della Storia e delle vicende personali dei protagonisti. Anche se il dibattito tra i “rothiani” è acceso, questo è il romanzo dove l’autore ha raggiunto i suoi vertici.

Il visconte dimezzato, di I.Calvino

Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1951
[Le letture del martedì. Di RdB]

Diciamolo subito: uno legge “Il visconte” e dice: ma perché Calvino ha cambiato registro? Non poteva continuare a scrivere storie neo-realiste, mischiate a favole, come nei suoi esordi? Che rapporto c’è tra questo romanzo e i precedenti “Il sentiero dei nidi di ragno” e “Ultimo venne il corvo”?. Che c’entra questa storia medievale, piena di allusioni al presente? Che c’entra ispirarsi al Dott. Jeckill e Mr Hyde di Stevenson per sviluppare l’idea del visconte spaccato a metà da una cannonata, come se si fosse nelle avventure del Barone di Munchausen?

Calvino ha disseminato il suo lavoro di scrittore di tante auto-recensioni, riletture dei suoi libri, interviste, saggi critici. Questi testi sono sempre interessanti – anche quelli sul Visconte dimezzato – ma non bisogna rileggerli troppo spesso, se non si vuole essere influenzati dalla mostruosa capacità di Calvino di reinterpretare i suoi testi e quelli degli altri (secondo me Calvino è stato uno dei maggiori critici letterari del Novecento). Dunque, stiamo al testo.
Un racconto scritto bene (ma c’è qualcosa che Calvino abbia mai scritto male?), prima pieno di dolore, poi di ironia, per le sorti del visconte dimezzato: un classico della nostra letteratura (solo per l’infanzia? Suvvia, non scherziamo!). Alla fine sembra un divertimento, dove Calvino ha mischiato non solo Stevenson e Munchausen, ma anche Ariosto, Torquato Tasso, gli storici delle crociate, lo scientismo inglese, gli eretici (di Cantimori?) e tutto quello che potete immaginarvi sul Medioevo.
Alla fine, forse, la spiegazione di questo romanzo è in una fuga dalla realtà che la voce narrante – il nipote del visconte Medardo di Terralba – non riesce a raggiungere. Nell’ultima pagina il medico inglese Trelawney viene raccolto da una nave dei suoi connazionali, destinata a girare per il mondo. Il nipote, urla al medico di portarlo con lui, ma la nave è già lontana all’orizzonte. A chi è rimasto in terra non resta che chiudere annotando … “e io rimasi qui, in questo nostro mondo pieno di responsabilità e di fuochi fatui”.
In fondo i cattivi siamo noi che, rileggendo Il visconte, non siamo convinti del diritto a fuggire dal mondo della responsabilità (forse perché vorremmo tanto farlo noi?).

Nel cuore del paese, di J.M. Coetzee

J.M. Coetzee, Nel cuore del paese, 1976
[Le letture del martedì. Di RdB]

Magda, una donna che non si è sposata e non ha conosciuto l’amore, vive con il padre in una sperduta fattoria nel veld sudafricano. Il libro è un lungo monologo, un Memorie del sottosuolo aspro, non metafisico, non filosofico, dominato dalla disperazione, dalla solitudine, dal solipsismo.
Magda è sola, nessuno parla con lei. La madre è morta giovane e Magda è cresciuta con i figli dei servi. Il padre si è risposato: la matrigna non ama Magda ed è ricambiata. Magda cucina e rammenda i calzini del padre (ma Auerbach e Virginia Wolf sono molto lontani). Magda ruota intorno al padre, come la luna intorno al sole, perché il padre non ha bisogno di lei. Magda è in disparte, dimenticata, “impolverata come una scarpa vecchia”; è un oggetto per mettere in ordine la casa. Tutti si amano intorno a Magda, con passioni forti, non solo il padre con la nuova moglie, ma anche il fattore Hendrik con la nuova sposa, Klein-Anna. Magda non conosce la sensualità. Ascolta, soffrendo, i gemiti d’amore delle due coppie. Tutto si mischia nella sua testa. Pensa al patricidio. Immagina di calare la scure sul padre e la matrigna, sorpresi nel letto dopo l’amore. Riflette su come sbarazzarsi dei corpi. È un sogno ? Magda pensa al sesso come a un’esperienza animalesca: grumi, buchi, puzze, liquidi, ansimare, sbuffare, riempire. Il padre seduce la compagna del fattore, Anna-Kein. Esplode la tragedia. È ancora un sogno? Magda rimane nella casa, sola con Hendrick e la giovane sposa. Una nuova violenza si scatena, ma Magda l’accetta, perché è l’unica strada per uscire dalla solitudine.
Hendrick e Anna-Klein, che non gli hanno mai mostrato simpatia e che l’hanno spesso odiata, sono l’unico mezzo per uscire dal suo universo. Ma alla fine anche il fattore e la sua compagna lasciano la fattoria. Magda rimane sola. Riceve una visita casuale di un bambino dodicenne al quale fa proposte oscene. Inizia a sentire voci che provengono dal cielo. Dispone i sassi sulla terra, li colora, costruisce scritte enormi e spera così di mettersi in contatto con gli esseri che “sente” sopra di lei. Il libro si chiude così. Resta nel lettore il ricordo di un incubo.

La scrittura di Coetzee è dura, poco scorrevole ma incredibilmente virtuosistica, nella necessità di esprimere i pensieri di una donna che, in quasi 190 pagine, dialoga con il mondo esterno per non più di 10.

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Fratelli d’Italia, di Alberto Arbasino

Alberto Arbasino, Fratelli d’Italia, 1963
[Le letture del martedì di RdB]

Questo è un romanzo ideologico. Che cosa significa ? Significa che Arbasino ha qui espresso una visione del mondo, anzi più visioni. Si risponderà che ogni scrittore vuole esprimere un punto di vista sul mondo. Forse è vero e allora bisogna essere più precisi. Ad Arbasino interessa dire cose diverse. Prima di tutto che gli anni cinquanta sono finiti, che c’è stato il boom economico, che l’Italia è diventata più ricca e, soprattutto, più libera, perché un vecchio ordine gerarchico, anche di rapporti economici, che l’Italia aveva ereditato dal fascismo, è finito. La vecchia italietta, chiusa e provinciale, è cambiata.
Poi Arbasino vuole parlare del romanzo, di cosa è un romanzo, di quali sono le regole, o le non regole, per scriverlo. Oggi sembrerà un tema strano, ma non c’è un’epoca storica che non si sia interrogata su cosa sia un romanzo, sulla crisi del romanzo etc. Ed è naturale che ad Arbasino il tema interessi, dato che il Gruppo ’63, probabilmente una delle ultime avanguardie letterarie che l’Italia ha avuto, si pose in contrapposizione aperta con una certa tradizione del romanzo in Italia.
Fratelli d’Italia è uno dei primi romanzi del dopoguerra dove non si parla di popolo e dove, quando appaiono dei poveri, in un pazzesco matrimonio in periferia, fanno schifo. Un libro senza poveri, senza proletariato, senza politica, ma con tanti ricchi, o comunque benestanti, che se la spassano. Per bocca di uno dei protagonisti Arbasino presenta la sua filosofia della vita. Occorre viaggiare, conoscere il mondo, divertirsi, imparare le lingue, andare all’estero, godere della musica e dell’arte, tutto con un gusto estetico barocco, ridondante, eccessivo; e, naturalmente, fare molto sesso. Quindi da una parte ci sono Napoli, Capri, Spoleto, Roma, Firenze, la Germania, Londra (i musical, il teatro, il Victoria and Albert); ma ci sono anche la teoria del romanzo, le descrizioni di conventi e di pranzi con preti simpaticissimi, le lunghissime disquisizioni musicali, le tare italiane, la gita a Chiasso (da rileggere sempre), l’amore che ha salvato un amico tedesco durante la 2^ guerra mondiale, le stranezze degli americani (bellissimi ma non fanno molto l’amore); l’attacco indimenticabile del capitolo quarto “Antonio, ma tu ce l’hai o no una filosofia della vita ?”gli effetti del miracolo economico; gli incontri con il sottoproletario in Brianza; anche lo struggimento, con i tristi destini di Raimondo e Desideria; le Olimpiadi del 1960 e una Roma, al centro e in periferia, a tratti pasoliniana.
Tutto raccontato a cento all’ora, prendendo in giro tutti.

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Viaggio al termine della notte, di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, 1932

Un romanzo in quattro parti: la prima guerra mondiale, un intermezzo africano, un altro intermezzo americano, una lunga parte nella periferia francese degli anni trenta. Un capolavoro del Novecento, con uno stile unico: tutto raccontato di corsa, di getto.

È evidente il debito di Gadda e Arbasino con Celine. Certo, una visione nichilista, di assoluto disprezzo per l’umanità. La guerra fa schifo a Celine, ne denuncia l’assurdità, il solo obiettivo deve essere quello di portare a casa la pelle. Ma è raccapricciante la descrizione – bellissima – dell’incendio di un villaggio, nel quale c’è ammirazione evidente per la distruzione, per la catastrofe. Il nostro eroe scappa in Africa e anche lì si salva per miracolo; forse è la parte più debole del romanzo. Un po’ di razzismo verso i neri, naturale dato che si tratta di Céline, ma si è visto di molto peggio. Soprattutto, l’impossibilità per un occidentale di adeguarsi al caldo e alle malattie dell’Africa. Poi l’esperienza americana. Lì si salvano solo le donne. Il punto di vista di Celine è chiaro: al mondo esistono solo i poveri, meglio se sottoproletari, e gli aristocratici. L’America con le sue imprese fordiste, la sua massificazione, il consumismo, l’omologazione, la modernità, gli fa schifo. Il nostro eroe se ne va nella periferia di Parigi a fare il medico, in mezzo a uno squallore che più squallore non si può e a poveracci che più poveracci non possono essere. Mai una parola di simpatia, di vicinanza, di comprensione, di solidarietà.
Forse c’è un solo momento di pietà, quando il nostro medico non riesce a salvare un bambino. Sono tutti esseri schifosi, dice Celine, nessuno si salva, neanche un vecchio amico ritrovato, che ne fa una bella e rischia il carcere.
Indimenticabile la descrizione di una coppia piccolo borghese, del tutto normale, che progetta di far fuori la vecchia suocera per papparsi i soldi. Leggi queste pagine e ti prende una malinconia, una tristezza. È incredibile la descrizione di un luna-park ambulante che torna da venti anni nello stesso posto, con gli stessi giochi, le stesse insegne, progressivamente invecchiate e distrutte dal tempo. Non c’è nessun personaggio positivo, sono tutti imbroglioni, avidi, crudeli, falsi.
Una delle scene finali, con una lite tremenda tra la fidanzata e l’amico del medico, finisce in tragedia. E’ una scena capolavoro, dove lo scrittore fa esplodere la violenza in un ambiente piccolo – l’abitacolo di una macchina – pieno di viaggiatori. Il lettore non sopporta la tensione, vorrebbe che la macchina si fermasse, per dare a tutti la possibilità di scendere, di andarsene, di farla finita con quella situazione insostenibile. Quando esplode il dramma, il lettore si sente colpito come se lui fosse dentro la macchina.
Un libro che non ha perso nulla della sua forza.

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Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947
[le letture di Riccardo DB]

Come tutte le opere importanti, ci sono molte visuali con le quali guardare al primo libro di Calvino.
Il sentiero dei nidi di ragno è lo storia picaresca di Pin, un ragazzo che frequenta un sottobosco di balordi, che incontra nel bar del paese, e con una sorella puttana. Sfruttando la distrazione di un cliente della sorella, Pin ruba la pistola a un soldato tedesco, per dimostrare a tutti che è grande. Finisce in carcere. Dopo un’evasione rocambolesca, piccolo pezzo cinematografico, Pin si unisce a un gruppo di partigiani, che più sbandati e disordinati non si può pensare.

Un romanzo che a oltre sessanta anni dall’apparizione rimane fresco come se fosse stato scritto ieri. C’è di tutto, perché Calvino inizia già a rubare dai libri delle letterature di tutto il mondo. Pin è il ragazzo che fa lo sbruffone con tutti, sveltissimo di lingua, intento a dimostrare di essere già un uomo. Pin è il ragazzo che, come nell’inizio di “Uomini e no” di Vittorini, è mosso solo dal furore, tanto che gli passa anche per la testa di unirsi a una banda di fascisti, se questo servisse a entrare in possesso di un pistola.

Il sentiero dei nidi di ragno è soprattutto la storia della Resistenza: il romanzo è dedicato “A Kim, e a tutti gli altri” e Kim è stato identificato in un famoso comandante partigiano. Con tutte le pagine che sono state scritte sul tema, è incredibile come già nel 1947 Calvino avesse detto tutto. Cosa fu la resistenza? La voglia di fare qualcosa di giusto, di migliorare il mondo, in modo confuso e anti-eroico. Qual è la differenza tra i partigiani e la brigata nera? È la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra, da noi niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro … tutto servirà se non a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, …. Più chiaro e giusto di 10.000 pagine di Pansa.

Nel “Sentiero” Calvino tiene a bada la grande letteratura nella quale si era già immerso e esalta la sua esperienza giovanile: la montagna piemontese, i bivacchi, le fughe, le sparatorie, le ritirate, le esecuzioni, i carrugi liguri. Anche l’idea dei ragni che fanno il nido è meravigliosa. Calvino tocca probabilmente, nel suo esordio, il vertice dei suoi risultati. Ne era consapevole, se è vero che un giorno scrisse che aveva sbagliato a non scrivere di più di quei mesi passati sulle montagne.

Il dono, di Vladimir Nabokov / 2

Vladimir Nabokov, Il Dono, 1952
[nel post precedente la recensione di Riccardo DB]

Che fallimento sarebbe, temo, Il Dono, di Vladimir Nabokov, se fosse vero quanto scrive la brava traduttrice Serena Vitale nella postfazione, e cioè che il lettore di questo romanzo, per goderselo fino in fondo, dovrebbe conoscere tutti i riferimenti alla letteratura russa che ne popolano, più o meno nascosti, le pagine.
Invece la lettura del Dono è piacere puro. E se i riferimenti vengono colti, tanto meglio; se non lo sono, spesso se ne percepiscono lontane eco, rifrazioni (ed è piacevole lo stesso, come quando si crede di ricordare qualcosa dalla natura sfuggente e misteriosa): “si capisce” che dietro un’immagine, o una citazione, o un nome di cui è facile sospettare si tratti di una caricatura, si nasconda un verso di Puskin, una citazione da Belyj o di Esenin. E di chissà quanti altri. Anche di fronte alla scarsa possibilità di dominare i continui rimandi letterari di Nabokov il lettore semplice è indotto, per un verso, ad arrendersi subito, e dall’altro a non rammaricarsene affatto, e ad andare avanti per vedere cosa succede.
Succede che la storia del giovane e un po’ arrogante scrittore Fëdor Godunov-Cerdyncev, emigrato russo a Berlino negli anni trenta, squattrinato, pieno di ideali e di passioni raggelate, a dire il vero, da una visione piuttosto snob delle vicende umane, è raccontata con una densità descrittiva – mai fine a se stessa – una esattezza divertita dell’ambiente e del genere umano da intravedervi più il piacere dickensiano del ritratto “sociale”, il gusto ironico di Gogol, che non l’arguta operazione metaletteraria.

Il giovane Fëdor vivacchia dando lezioni private di inglese e scrivendo poesie. Vive in squallide stanze in affitto, passeggia in tenuta adamitica per i boschi berlinesi, partecipa assiduamente della ingenua e patetica vita culturale degli emigrati russi, che si vedono con regolarità nei salotti che fanno il verso a quelli idealizzati e ormai perduti della lontana Pietroburgo. Impiega il suo ingegno nella scrittura di una sprezzante biografia di uno dei miti della nuova letteratura russa, Nikolaj Cernicevskij, l’autore di <strong>Che fare?</strong>, si innamora di Zina, la figlia dei suoi pensionanti, e aspetta che questi emigrino ulteriormente in Danimarca per poter finalmente coronare il loro sogno d’amore segreto.
Tutto qui.
Tutto qui?
Già: non c’è alcuna trama accessoria, nessuna complicazione strutturale che “porti avanti la storia”; ma ci sono straordinarie pagine di descrizioni della natura selvaggia e misteriosa dell’Asia russa e cinese, al seguito dei viaggi del padre di Fëdor, pioniere dell’entomologia, i cui spostamenti nelle regioni più impervie alla ricerca di una nuova specie di farfalla (la Epicnaptera arborea, la Plebicula amanda…) sono raccontati con lo stesso piacere per l’avventura esotica di un Salgari. Ci sono le pagine e pagine dedicate agli incontri un po’ surreali con letterati russi della diaspora, invidiosi, accidiosi e di scarso talento.

Tutto quanto si può dire sulla costruzione del romanzo (sulla sua geometria circolare, sui suoi rimandi, sulla sua struttura, sui suoi inserti presi in prestito dalla tradizione letteraria) viene in qualche modo convalidato da una irresistibile potenza viva: scorre infatti la vita vera fra le pagine del Dono, al punto che l’aspirazione letteraria del protagonista, la sua ossessione per la metrica, per il colore delle parole, per i suoi maestri spirituali, non ha senso se non alla luce di una capacità di rendere in modo gustoso e drammatico, divertente e patetico le vicende dei protagonisti. I personaggi del Dono sono scolpiti come in un romanzo dell’Ottocento, ma sono incanalati nel destino artificiale di un romanzo novecentesco.
La capacità combinatoria di Nabokov, grande costruttore di strutture narrative circolari, giocate su una scacchiera all’interno della quale i personaggi sono in continua tensione per sfuggire al loro destino di Cavallo in B6, un po’ come accade in un altro grande manufattore del racconto, Queneau, esalta non la struttura, ma quello che questa racchiude: i sentimenti, le passioni.
Poco importa se il romanzo è il romanzo che il protagonista vorrebbe scrivere a pagina uno (straordinaria la naturalezza con cui si passa continuamente dalla prima alla terza persona, in un fluido, quasi impercettibile interscambio di ruoli in cui narratore e personaggio si passano il testimone nel portare avanti il racconto): è certamente vero, ma non grava sulla lettura come una tassa da pagare per accettare il patto narrativo che lo scrittore propone al suo lettore.
E gli strumenti utilizzati per raggiungere il suo obiettivo sono tutt’altro che tradizionali: per esempio, attraverso piccoli scarti linguistici, o giochi di parole, le cose si animano, diventano linguisticamente protagonisti dinamici di scene all’interno delle quali non viene fatta distinzione fra esseri umani, felini e oggetti tradizionalmente inanimati. Un realismo magico per nulla pedante o sopra le righe, tanto risulta intimamente necessario al raggiungimento della Verità che conta per uno scrittore: quella narrativa.

Un’ultima annotazione. Nella prefazione, scritta molti anni dopo la redazione del romanzo, Nabokov lamenta che un editore pubblicò il libro privato del capitolo quattro. Eliminato per le stesse ragioni, dice con ironia, per le quali all’interno del libro, questo viene criticato da uno dei personaggi.
Il capitolo quattro altro non è che la sintesi (molto estesa) del libro che il protagonista scrive su Cernicevskij.
E’ il cuore del discorso di Nabokov sulla letteratura russa, e quindi è il cuore del romanzo che fa della letteratura russa la sua ragione d’essere.
Da lettore semplice, non particolarmente esperto di letteratura russa, una volta rubricata la prosa del capitolo quattro come “deliziosa”, “finemente ironica", “arguta”, “ammiccante”, “fantastico esempio di gioco intellettuale”, e dopo aver lasciato sul comodino l’espressione estatica (e un po’ ebete) del fine conoscitore (che un po’ ci è e un po’ ci fa), ammetto di aver saltato con estrema soddisfazione la maggior parte di queste pagine, lette velocemente altre, ed essere arrivato in fondo leggero e grato a Pennac per avere, un giorno, ratificato in un famoso decalogo, il diritto del lettore a non sentirsi più ignorante dello scrittore e a costruirsi il proprio piacere – che vi assicuro intatto – di arrivare in fondo alla lettura, senza sensi di colpa.

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